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Che ve ne pare della Cina? Wuhan (Hubei)

28 maggio 2010, scritto da AntonioMa · scrivi un commento 

Operaio nel Wuhan

Operaio nel Wuhan

Da questa settimana per tre settimane, vi invierò le mie impressioni della Cina. Visiterò diversi luoghi e quindi sarà interessante esplorare insieme questo vasto paese che sta cambiando molto in fretta.

Ieri, da Pechino, abbiamo preso la volta per Wuhan, la capitale dell’Hubei. L’Hubei è una provincia sud orientale della Cina, prossima (1000 km) ad una della capitali mondiali qual’è Shanghai che si trova ancora più a est, sul mare. Wuhan è, invece, più nell’interno ed è la città più popolosa della Cina centrale. Il clima è caldo umido, ma non troppo umido.

Il cielo è grigio, di un grigio compatto fatto di smog e di nuvole che fa rimpiangere i cieli chiari delle città mediterranee. Ci vengono a prendere con un piccolo autobus dell’Università locale per portarci al luogo della conferenza. Tutti ci domandiamo se quell’autobus sporco si ricordi di Mao. Sulla superstrada che va dall’aereoporto fino alla città di Wuhan tutto è un immenso e continuo mangiare spazio alla natura. Si alternano, infatti, new town a campi ancora non toccati dall’urbanistica sfrenata. A volte si vedono campi di riso, riso e acqua; e l’occidentale che passa non può non provare ad immaginarsi gli agricoltori che forse un tempo lavoravano, piegati, il riso usando quei tipici copricapi cinesi.  Ma il romanticismo occidentale ha tempo breve, risvegliato dall’ennesima new town che ci precede oppure dal clacsonare dei camion e delle automobili sulla superstrada. E’ talmente trafficata e caotica che non può non farmi venire alla mente il tratto di autostrada che collega Napoli e Salerno oppure un ingorgo domenicale notturno sull’autostrada che porta da Newark a Manhattan, che introduce, malamente, il newyorkese ad una ancor più stressante settimana lavorativa.

Lungo la strada si vedono cinesi che a piedi o – contromano in moto – improbabilmente cercano di raggiungere chissà quale destinazione. L’impressione che da questa umanità che viaggia è quella che probabilmente dava agli occhi degli americani l’italiano che alla fine degli anni ‘40 e all’inizio degli anni ‘50 si muoveva affollando i treni della penisola, oppure spostando le proprie cose con un mezzo malandato o rimediato per l’occasione.

Veduta sullo Yahgtze

Veduta sullo Yahgtze

Man mano che si prosegue, si vedono anche dei piccoli villaggi fatiscenti, alcuni ormai delle città fantasma. Altri invece sopravvivono e si vedono innestati su questi villini grigi – probabilmente degli anni della rivoluzione culturale – delle comodità ultramoderne come i satelliti oppure degli impianti di riscaldamento a pannelli solari. Vicino alla città invece si vedono come in ogni altra città del mondo delle palazzine ormai decrepite e in stato di semi abbandono vicino a piccoli impianti commerciali o industriali. Il mio ricordo non può non andare a quelle case vicino all’ILVA di Taranto: chissà quale aria è più salubre? Quella di Wuhan o quella piena di diossina di Taranto? E allora penso che il declino di una nazione, quella italiana, fa il passo con l’emergere di un’altra nazione quella cinese e che, forse non proprio inaspettatamente, entrambe soffrono di alcuni comuni vizi.

Finalmente incocciamo con un area esteticamente migliore, una in cui i laghi si alternano ai fiumi sulla quale domina maestosamente incontrastato il fiume Chang Jiang, Yangtze o Fiume Azzurro, che ormai è di uno sbiadito azzurro: infatti è attualmente uno dei fiumi più inquinati al mondo, e ciò è dovuto al numero eccessivo di navi che solcano le sue acque e dagli scarichi effettuati dalle industrie locali lungo il suo imponente percorso di 6300 Km, che fa di esso il terzo fiume più lungo del mondo. La sua vista è impressionante: il letto del fiume azzurro è 10 volte quello del Po, e, a causa della nebbia dovuta probabilmente anche essa all’inquinamento atmosferico, da una sponda è difficile vedere l’altra sponda del fiume.

Wuhan

Wuhan

La città di Wuhan è una città oramai completamente “americanizzata”: è infatti chiamata la “Chicago cinese”, pur non possedendo quelle caratteristiche new england che sono ancora presenti in molte delle costruzioni della città americana. Il centro della città è una piazza con al centro un enorme fontana costruita di recente; intorno solo grattacieli high-tech e centri commerciali con i soliti McDonalds, KFC e qualche nuova catena cinese di caffè. Impressiona ad un lato della piazza una lunga scalinata in acciaio- che fa venire in mente Piazza di Spagna a Roma – dove la gente, nell’ordine delle migliaia, siede sui gradini per mangiare o bere qualcosa oppure per riposare e chiacchierare.  I cinesi, apparentemente di ogni ceto sociale, poi, vestono in maniera molto casual; puoi distinguere il loro ceto a seconda che siano più o meno trasandati o sporchi. La pulizia personale, infatti, è un elemento significante per riconoscere un cinese di livello sociale medio-alto da quello di livello sociale basso.

Le maggioranza delle ragazze sono raramente truccate, differentemente dalle coreane che amano il trucco molto pesante e vestire bene. Però questo non significa che siano ignare a proposito della moda: conoscono benissimo i brand più ricercati. Sono quasi tutte molto graziose, ma pochissime sono belle; molto magre e se volessimo descriverle in due parole mi basterebbe usare le prime righe della canzone “Alba chiara” di Vasco Rossi: “Respiri piano per non far rumore, ti addormenti di sera, ti risvegli col sole, sei chiara come un’alba, sei fresca come l’aria. Diventi rossa se qualcuno ti guarda, sei fantastica quando sei assorta dei tuoi problemi, dei tuoi pensieri… Ti vesti svogliatamente, non metti mai niente che possa attirare attenzione, un particolare, solo per farti guardare… ”

continua

Cina – Usa, nucleare: l’ accordo che non c’è

13 aprile 2010, scritto da francesca · scrivi un commento 

hu-obamaLa Cina  per bocca di Ma Zhaoxu portavoce del presidente Hu Jintao , dopo l’ incontro tra Obama ed Hu Jintao al vertice internazionale sulla sicurezza nucleare di Washington, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

La Cina è sempre impegnata a sostenere il regime internazionale di non proliferazione nucleare e la pace e la stabilità in Medio Oriente. La Cina spera che le varie parti continueranno a intensificare gli sforzi diplomatici e cercare attivamente modi efficaci per risolvere la questione nucleare iraniana attraverso il dialogo ei negoziati. Cina e gli Stati Uniti condividono lo stesso obiettivo globale sulla questione nucleare iraniana. La Cina è pronta a mantenere la consultazione e il coordinamento con gli Stati Uniti e altre parti all’interno del meccanismo P5+1, nell’ambito delle Nazioni Unite e attraverso altri canali.”

Non leggiamo in queste dichiarazioni quanto riportato dalla controparte USA per voce di Jeff Bader, responsabile per le relazioni con la Cina in seno al Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, sulla disponibilità da parte cinese a collaborare sul piano sanzionatorio nei confronti dell’ IRAN, così come riportato dalle testate nazionali.

La Cina vista da vicino

29 novembre 2009, scritto da Nan Li · 1 Commento 

Ho vissuto a Pechino per 42 anni, sono cinese. Nel 2008 però mi sono sposata con un italiano e sono venuta ad abitare in Italia.  Ora, nessuno dubita che la Cina sia un paese che sta diventando sempre piu importante nel mondo. Ma Cosa e’ la Cina? Non c’è una chiara idea della vita dei cinesi in Europa. Non è possibile conoscere la Cina bene solo attraverso le sporadiche trasmissioni TV che la riguardano o tramite i libri in italiano. Anche per me, che sono cinese, risulta  difficile descrivere completamente il mio paese. Forse dovrei parlare della mia vita e della vita dei miei amici cinesi? Conoscere la vita e le idee del cinese comune, e’, forse,  il modo migliore per conoscere la Cina. Vediamo……

fila per colloquio di lavoro a Pechino

fila per colloquio di lavoro a Pechino

Dopo l’universita, ho lavorato per una azienda cinese di media. Penso di essere stata fortunata. Oggi per molti giovani infatti e’ molto difficile trovare lavoro dopo l’università. Dopo l’università, una parte dei giovani infatti trovano lavoro tramite i loro genitori, l‘altra parte studia all’ estero grazie ai soldi dei loro genitori. Una parte continua a studiare per ottenere il grado di istruzione piu alto. L’altra parte deve cercare lavoro in tutti modi. Le aziende più importanti tentano di reclutare impiegati con un grado di istruzione maggiore,  e usualmente di età minore di 35 anni,  di sesso maschile , e con della esperienza lavorativa. Delle aziende persino recultano operai laureati non specializzati solo per lavare la verdura. Leggi tutto

Mohammad Maleki, 76 anni e primo rettore dell’Università di Teheran, con tumore in carcere

3 novembre 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento 

Amnesty International ha lanciato un appello per Mohammad Maleki, studioso di 76 anni e primo rettore dell’Università di Teheran è detenuto in incommunicado nel carcere di Evin, a Tehran, da 40 giorni. Ha un cancro alla prostata e soffre di diverse altre malattie. 

Prima del suo arresto, avvenuto ad agosto scorso, Mohammad Maleki ha ricevuto cure regolari, che non gli sono più state somministrate durante la custodia. Oltre a essere malato di cancro alla prostata, soffre di diabete e di problemi cardiaci. Il 23 ottobre sua moglie, Ghodsi Mir Moez, ha espresso le sue preoccupazioni sul deterioramento delle condizioni di salute del marito nel corso di un’intervista a una radio tedesca.

Mohammad Maleki è trattenuto senza accusa e il suo ordine di detenzione temporanea di due mesi è stato rinnovato il 22 ottobre. Secondo quanto riferito a Ghodsi Mir Moez dagli ufficiali che lo hanno arrestato, Maleki è indagato per aver fomentato disordini e per i suoi legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (People’s Mojahedin Organization of Iran), un gruppo d’opposizione illegale in esilio. Molti membri di questo gruppo sono accusati di reati simili. Tuttavia, secondo la famiglia Mohammad Maleki non è affilato ad alcun partito politico e non ha votato alle contestate elezioni iraniane del 12 giugno. Ha criticato le modalità di conduzione delle elezioni, ma non ha pubblicamente espresso alcun punto di vista sui quattro candidati. Si ritiene che Mohammad Maleki sia prigioniero di coscienza, detenuto esclusivamente per aver espresso pacificamente le sue opinioni.

Israele/Territori palestinesi occupati: Israele raziona l’acqua ai palestinesi

29 ottobre 2009, scritto da francesca · scrivi un commento 

Amnesty International ha accusato  Israele di negare ai palestinesi il diritto a un adeguato accesso all’acqua, mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilità di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.

“Israele consente ai palestinesi di accedere solamente a una piccola parte delle risorse idriche comuni, che si trovano per la maggior parte nella Cisgiordania occupata, dove invece gli insediamenti illegali dei coloni ricevono forniture praticamente illimitate. A Gaza il blocco israeliano ha reso peggiore una situazione che era già terribile” – ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori palestinesi occupati.

In un nuovo approfondito rapporto, Amnesty International mostra fino a che punto le politiche e le pratiche israeliane negano ai palestinesi il loro diritto all’accesso all’acqua. Israele utilizza più dell’80 per cento dell’acqua della falda montana, la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell’area, e limita l’accesso dei palestinesi al solo 20 per cento. La falda montana è l’unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante a disposizione d’Israele, che tiene per sé tutta l’acqua disponibile del fiume Giordano.

Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantità d’acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell’acqua dell’unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all’ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell’acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.

Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualità e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.

“In oltre 40 anni di occupazione, i divieti imposti da Israele all’accesso all’acqua dei palestinesi hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di servizi idrici nei Territori palestinesi occupati, negando così a centinaia di migliaia di persone il diritto di vivere una vita normale, di avere cibo a sufficienza, una casa, la salute e sviluppo economico” – ha dichiarato Donatella Rovera.

Israele si è appropriato di vaste aree delle terre palestinesi ricche di acqua, occupandole e vietando l’accesso ai palestinesi. Ha inoltre imposto un complesso sistema di permessi che i palestinesi devono ottenere dalle forze armate e da altre autorità israeliane per portare avanti progetti idrici nei Territori palestinesi occupati. Tali richieste sono spesso rifiutate o subiscono lunghi rinvii. I divieti imposti da Israele al movimento di persone e beni inaspriscono ulteriormente le difficoltà che i palestinesi devono affrontare quando cercano di portare a termine progetti idrici e sanitari o anche solo quando vogliono distribuire piccole quantità di acqua.

Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell’esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell’acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana destinata all’irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando buona parte dell’acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.

In alcuni villaggi palestinesi, poiché non hanno accesso all’acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra né a produrre piccole quantità di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantità dei capi bestiame.

“L’acqua è un bene e un diritto fondamentale ma avere una quantità d’acqua anche minima e di cattiva qualità è diventato un lusso che molti palestinesi possono a malapena permettersi” – ha commentato Rovera. “Israele deve porre fine alle sue politiche discriminatorie, abolire immediatamente tutti i divieti che impone ai palestinesi per l’accesso all’acqua, assumersi la responsabilità di affrontare i problemi che ha creato e accordare ai palestinesi un’equa ripartizione delle risorse idriche comuni”.

Ulteriori informazioni
Questo nuovo rapporto fa parte della campagna globale “Io pretendo dignità”, lanciata da Amnesty International nel maggio di quest’anno per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la povertà. La campagna sta mobilitando persone di ogni parte del mondo per pretendere che i governi e le aziende ascoltino la voce di coloro che vivono in povertà e rispettino i loro diritti.

Nuovo appello da Amnesty International contro le fustigazioni in Sudan

30 agosto 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento 

Il 5 luglio a Karthoum la polizia ha fatto irruzione in un ristorante e ha arrestato 13 donne perché indossavano pantaloni in un luogo pubblico. Dopo due giorni in custodia, 10 di queste donne, che non erano rappresentate da nessun avvocato, sono state riconosciute colpevoli di atti osceni. Sono state punite con 10 frustate e una multa di circa 100 dollari (70,33 euro). Una di loro ha 16 anni e altre due ne hanno 17. Amnesty International si oppone alla fustigazione perché è una punizione crudele, inumana e degradante e ne ha già pubblicamente denunciato l’uso in Sudan.

Lubna Ahmed Al Hussein e altre due donne hanno chiesto di poter avere rappresentanza legale. Nonostante due di loro abbiano ricevuto il perdono presidenziale, Lubna Ahmed Al Hussein lo ha rifiutato dando, inoltre, le dimissioni dal suo lavoro alla missione delle Nazioni Unite in Sudan, per non beneficiare dell’immunità a disposizione dei membri dello staff Onu, poiché desidera essere processata come cittadina sudanese.

Lubna Ahmed Al Hussein, giornalista, ha scritto sull’uso della legge per perseguitare le donne che, nella maggior parte dei casi, non protestano per paura di essere stigmatizzate. Al fine di evidenziare questo diffuso, ma sottostimato problema, la Hussein sta prendendo tempo in tribunale per fare pressione per l’abrogazione di questa legge che ammette che le donne siano fustigate per aver indossato “abiti immorali o indecenti … (che) causano l’indignazione dell’opinione pubblica”. L’attuale legge sulla “oscenità”, che ammette fino a 40 frustate e una multa in denaro, può avere un’ampia interpretazione da parte della polizia, portando ad arresti arbitrari e persecuzioni.

Lubna Ahmed Al Hussein è apparsa davanti alla corte due volte, supportata da 50 sostenitori, soprattutto donne. Molte indossavano pantaloni in suo sostegno e in opposizione alla legge. Un’ulteriore udienza è fissata per il 7 settembre.

La violazione sistematica dei diritti delle donne a causa di questa legge è stata portata alla luce grazie all’istanza di Lubna Ahmed Al Hussein, che Amnesty International considera un’attivista dei diritti umani.

Firma subito l’ appello di Amnesty International indirizzato al Ministro della Giustizia Sudanese.

Barack, lo stato sociale ed il neo maccartismo

21 luglio 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento 

In questi giorni si gioca a Washington una importante partita, forse la prima seria prova per il presidente Obama, i cui esiti potranno prefigurare il vero scenario della presidenza democratica nei prossimi anni.
Se da un lato il piano anti-crisi da 789 milioni di dollari (“stimulus”) è passato nei primi 100 giorni, con alcune difficoltà, ma sull’ onda del trionfale successo elettorale e, soprattutto, del “bisogno” di dare una risposta immediata e fattiva ad una crisi che ha travolto e punito l’ incontrollata economia statunitense, d’altra parte la prima vera “mossa politica” di Obama, la riforma della Sanità, potrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile.

La questione dello stato sociale , negli Stati Uniti, è un problema sul quale, da sempre, si sono confrontate due “tendenze energetiche” opposte: quella Repubblicana, capitalista nel senso più reazionario del termine e quella Democratica orientata per grandi linee verso il sociale, ma mai in maniera così determinata da riuscire a portare avanti riforme strutturali del sistema.

Sistema che, proprio in occasione della recente crisi economica globale, ha mostrato tutti i suoi limiti e la sua incapacità a rinnovarsi ed a trovare nuove modalità di interazione, differenti dal capitalismo oligarchico delle grandi lobbies bancarie, assicurative e mediche. Sistema che per le sue proporzioni, nei suoi movimenti e cambiamenti coinvolge l’ intero pianeta, alla ricerca di una nuova regolamentazione, come anche espresso dai partecipanti all’ ultimo G8 dell’ Aquila.

Sul fronte interno, in questo momento, nella sua proposta di cambiamento del sistema sanitario nazionale, Obama si trova di fronte la più pericolosa delle  contestazioni e degli attacchi: il responsabile del Comitato nazionale Repubblicano, Michael Steele, ha definito il progetto di legge sulla salute di Obama un “multimiliardario esperimento” e l’ approccio della sua amministrazione “socialista”.

Certo non siamo più ai tempi della “guerra fredda” dove l’ accusa di 501px-joseph_mccarthy “comunismo” nella divisione del mondo in due blocchi, rappresentava, nella opinione pubblica americana, un marchio infamante ma  soprattutto di pericolo, di palese ostilità verso la nazione, tanto che, il senatore repubblicano Joseph McCarthy ne fece l’ arma più potente, per governare e controllare l’ opinione pubblica americana, in quei difficili anni.

Ma il pericolo, al di là del mutato scenario globale rispetto a quell’ epoca, è proprio la possibilità che un opinione pubblica avvinta in questo momento dal disagio economico possa , adeguatamente “informata” e pilotata, tornare a vedere, questa volta in Obama, gli spettri di un passato remoto ancora presente nel subconscio collettivo di quella nazione.

65000 morti, previsione in Inghilterra per l’ influenza H1N1

17 luglio 2009, scritto da FabioD · scrivi un commento 

In Inghilterra il Prof Sir Liam Donaldson, direttore clinic del National Health Service, ha relazionato giovedì scorso, sull’ ipotesi di 65.000 morti, il prossimi inverno in Gran Bretagna, considerando una ipotesi minima di 19.000. (Telegraph).L’ Organizzazione Mondiale della Sanità, sebbene osservando la natura “mite” dei sintomi e rinunciato a monitorare quei paesi dove l’ influenza è largamente diffusa, ha prodotto un nuovo documento sulle modalità di osservazione e reporting per quei paesi che al contrario si trovano ad affrontare i primi casi.
Insomma sembra proprio che il prossimo autunno, come avevamo in qualche modo annunciato, ci troveremo ad affrontare una grave emergenza.

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Gli aiuti all’Africa

11 giugno 2009, scritto da Mario · scrivi un commento 

Il colonnello Gheddafi, ospite riverito del nostro bel paese, vive in un continente composto da nazioni che sono state e tuttora vengono saccheggiate selvaggiamente dal mondo civile e spesso affidano la loro sopravvivenza agli aiuti che, umanitariamente, ci pregiamo di concedere. Ma da quando la crisi economica e finanziaria globale ha costretto i paesi ricchi ad occuparsi delle banche, delle automobili e dell’agricoltura protetta, è evidente che questi sussidi passano in secondo piano. Nell’articolo che segue una delle associazioni che si occupa di monitorare l’entità delle erogazioni lancia un segnale di allarme.

Le nazioni industriali del Gruppo degli Otto (G8) non stanno riuscendo a rispettare gli impegni con l’Africa; Francia e Italia sono molto lontane dal raggiungimento dei loro impegni, ha detto un gruppo anti povertà.
In un rapporto di giovedì, ONE, il gruppo fondato dal cantante e attivista Bono, si sostiene che le nazioni più ricche stanno abbandonando l’Africa in un momento in cui il continente sta perdendo le altre fonti di reddito, come i pagamenti e gli investimenti diretti dall’estero.
“Altri, specialmente Italia e Francia, hanno fatto progressi particolarmente ridotti e stanno danneggiando la credibilità collettiva del G8” sostiene ONE, aggiungendo che circa l’80 per cento del deficit può essere attribuito ai due paesi.
Il G8 – Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Gran-Bretagna, Italia, Canada e Russia – hanno presentato dei programmi ambiziosi alla riunione di Gleneagles, in Scozia, nel 2005, per aumentare i sussidi all’Africa a 25 miliardi di USD all’anno per il 2010, più che raddoppiando il livello dei sussidi al continente del 2004.
Tuttavia, alla fine del 2008, i membri hanno donato soltanto un terzo dei loro impegni e per la fine di questo anno, ci si aspetta che appena la metà degli obiettivi di Gleneagles venga rispettata, ha detto il rapporto.
“Vedendo quanto degli impegni di alcuni paesi del G8 è stato rispettato, sarà difficile che il gruppo riesca a mantenere i propri impegni” ha aggiunto.
Crisi finanziaria
Molti paesi del G8 hanno speso miliardi di dollari su pacchetti fiscali per stimolare il miglioramento della situazione economica globale, che ha impattato sulla loro capacità di aumentare l’assistenza all’estero.
Ma anche i paesi africani sono stati colpiti dal rallentamento economico globale e la crisi finanziaria minaccia di danneggiare più di una decade di progresso nella riduzione della povertà e nello stimolo dello sviluppo economico.
I ministri delle finanze del G8 si stanno preparando ad incontrare in Italia questo fine settimana per discutere la condizione dell’economia mondiale.
L’aiuto della Francia allo sviluppo in Africa ha subito un collasso dal 2007 al 2008 ed ha erogato soltanto il sette per cento di ciò che ha promesso a Gleneagles.
Nel frattempo, l’Italia finora ha erogato soltanto il 3 per cento di ciò che ha promesso e, dal summit del 2005, ha tagliato i sussidi all’Africa.
“L’Italia deve invertire urgentemente il suo corso se non vuole affrontare una situazione imbarazzante al prossimo G8” ha detto il rapporto.
Silvio Berlusconi, primo ministro italiano, ha risposto all’accusa, dicendo che i leader di determinati paesi africani hanno dirottato i sussidi nei loro conti bancari personali piuttosto che aiutare la loro gente.
Ha detto che i donatori devono assicurarsi che i governi utilizzino i sussidi per le scuole, gli ospedali, le strade e le ferrovie e non per arricchire le elite politiche.
“È un grande problema che richiede una risposta decisiva da tutti coloro che sono abbastanza fortunati da essere benestanti” ha dichiarato.
Risultati positivi
Per tornare in linea con quanto promesso, i membri del G8 dovranno erogare in media ogni anno 7.2 miliardi di USD supplementari nel 2009 e nel 2010, ha detto il rapporto.
Per quanto riguarda il singolo paese, il Canada, gli Stati Uniti ed il Giappone hanno superato i loro impegni di Gleneagles, ha detto ONE.
In più, il rapporto ha detto che mentre la Germania e la Gran Bretagna sono attualmente lontani dal mantenere i loro obiettivi di sussidio, stanno entrambi realizzando dei progressi per far fronte ai loro impegni che erano più ambiziosi degli Stati Uniti, del Canada o del Giappone.
Il rapporto inoltre ha detto che l’anno scorso la Germania ha superato la Francia come paese donatore per Africa, che tradizionalmente svolgeva un ruolo importante nelle sue ex colonie principalmente nelle Afriche occidentali.
Quando si considera l’efficacia degli aiuti, la Gran Bretagna è al primo posto seguita dal Canada, il Giappone, la Germania, la Francia, gli Stati Uniti e quindi l’Italia, ha detto il rapporto.
Quando usato efficacemente, il sussidio in Africa ha fornito dei risultati compreso la fornitura di terapie anti retrovirali per quattro milioni di persone.
L’aiuto investito inoltre ha ridotto drammaticamente le morti di malaria trasmessa dalle zanzare ed ha aiutato a fornire la scuola primaria a circa 34 milioni di bambini fra il 1999 ed il 2006.

Perù: 248 nativi dell’Amazzonia feriti e arrestati durante gli scontri con la polizia

11 giugno 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento 

Decine di manifestanti delle comunità native dell’Amazzonia sono state arrestate e almeno 169 sono rimasti feriti a seguito delle proteste che hanno avuto luogo il 5 giugno scorso nella città di Bagua, dipartimento di Amazonas.

I nativi delle comunità dell’Amazzonia hanno iniziato a protestare contro una serie di decreti legislativi sull’uso della terra e delle risorse naturali nella giungla amazzonica a metà aprile. Le comunità native non sono state consultate su questa legislazione nonostante il Perù abbia ratificato la Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) 169, che obbliga il governo a consultare la popolazione nativa per ogni tipo di decisione o legislazione che riguardi i suoi interessi. A causa delle proteste, il 9 maggio il governo ha dichiarato 60 giorni di stato di emergenza nella zona.perumanifestanti

Il 5 giugno, dopo 50 giorni di proteste, la Polizia nazionale ha sgomberato con la forza i nativi che stavano protestando bloccando una strada d’accesso a Bagua. L’azione ha causato la morte di almeno nove nativi e 24 agenti di polizia e il ferimento di 200 persone, tra cui 31 agenti. Si teme che il numero di manifestanti uccisi sia più elevato. Secondo fonti locali, alcune persone rimaste ferite non avrebbero ricevuto le adeguate cure mediche poiché le strutture sanitarie locali erano prive delle attrezzature necessarie.

L’ufficio dell’Ombudsman ha confermato che 79 manifestanti si troverebbero sotto custodia militare e della polizia. Tuttavia, non è chiaro che tipo di trattamento stiano ricevendo, di quali reati sarebbero accusati e se abbiano accesso a cure mediche e assistenza legale.

Amnesty International ha predisposto un appello al Presidente della Repubblica peruviana, richiedendo il rispetto dei diritti dei cittadini arrestati, l’ accesso alle cure mediche ed assistenza legale e l’ immediato rilascio.

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