Cina – Usa, nucleare: l’ accordo che non c’è
13 aprile 2010, scritto da francesca · scrivi un commento
La Cina per bocca di Ma Zhaoxu portavoce del presidente Hu Jintao , dopo l’ incontro tra Obama ed Hu Jintao al vertice internazionale sulla sicurezza nucleare di Washington, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
” La Cina è sempre impegnata a sostenere il regime internazionale di non proliferazione nucleare e la pace e la stabilità in Medio Oriente. La Cina spera che le varie parti continueranno a intensificare gli sforzi diplomatici e cercare attivamente modi efficaci per risolvere la questione nucleare iraniana attraverso il dialogo ei negoziati. Cina e gli Stati Uniti condividono lo stesso obiettivo globale sulla questione nucleare iraniana. La Cina è pronta a mantenere la consultazione e il coordinamento con gli Stati Uniti e altre parti all’interno del meccanismo P5+1, nell’ambito delle Nazioni Unite e attraverso altri canali.”
Non leggiamo in queste dichiarazioni quanto riportato dalla controparte USA per voce di Jeff Bader, responsabile per le relazioni con la Cina in seno al Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, sulla disponibilità da parte cinese a collaborare sul piano sanzionatorio nei confronti dell’ IRAN, così come riportato dalle testate nazionali.
La Cina vista da vicino
29 novembre 2009, scritto da Nan Li · 1 Commento
Ho vissuto a Pechino per 42 anni, sono cinese. Nel 2008 però mi sono sposata con un italiano e sono venuta ad abitare in Italia. Ora, nessuno dubita che la Cina sia un paese che sta diventando sempre piu importante nel mondo. Ma Cosa e’ la Cina? Non c’è una chiara idea della vita dei cinesi in Europa. Non è possibile conoscere la Cina bene solo attraverso le sporadiche trasmissioni TV che la riguardano o tramite i libri in italiano. Anche per me, che sono cinese, risulta difficile descrivere completamente il mio paese. Forse dovrei parlare della mia vita e della vita dei miei amici cinesi? Conoscere la vita e le idee del cinese comune, e’, forse, il modo migliore per conoscere la Cina. Vediamo……

fila per colloquio di lavoro a Pechino
Dopo l’universita, ho lavorato per una azienda cinese di media. Penso di essere stata fortunata. Oggi per molti giovani infatti e’ molto difficile trovare lavoro dopo l’università. Dopo l’università, una parte dei giovani infatti trovano lavoro tramite i loro genitori, l‘altra parte studia all’ estero grazie ai soldi dei loro genitori. Una parte continua a studiare per ottenere il grado di istruzione piu alto. L’altra parte deve cercare lavoro in tutti modi. Le aziende più importanti tentano di reclutare impiegati con un grado di istruzione maggiore, e usualmente di età minore di 35 anni, di sesso maschile , e con della esperienza lavorativa. Delle aziende persino recultano operai laureati non specializzati solo per lavare la verdura. Leggi tutto
Mohammad Maleki, 76 anni e primo rettore dell’Università di Teheran, con tumore in carcere
3 novembre 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento
Amnesty International ha lanciato un appello per Mohammad Maleki, studioso di 76 anni e primo rettore dell’Università di Teheran è detenuto in incommunicado nel carcere di Evin, a Tehran, da 40 giorni. Ha un cancro alla prostata e soffre di diverse altre malattie. 
Prima del suo arresto, avvenuto ad agosto scorso, Mohammad Maleki ha ricevuto cure regolari, che non gli sono più state somministrate durante la custodia. Oltre a essere malato di cancro alla prostata, soffre di diabete e di problemi cardiaci. Il 23 ottobre sua moglie, Ghodsi Mir Moez, ha espresso le sue preoccupazioni sul deterioramento delle condizioni di salute del marito nel corso di un’intervista a una radio tedesca.
Mohammad Maleki è trattenuto senza accusa e il suo ordine di detenzione temporanea di due mesi è stato rinnovato il 22 ottobre. Secondo quanto riferito a Ghodsi Mir Moez dagli ufficiali che lo hanno arrestato, Maleki è indagato per aver fomentato disordini e per i suoi legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (People’s Mojahedin Organization of Iran), un gruppo d’opposizione illegale in esilio. Molti membri di questo gruppo sono accusati di reati simili. Tuttavia, secondo la famiglia Mohammad Maleki non è affilato ad alcun partito politico e non ha votato alle contestate elezioni iraniane del 12 giugno. Ha criticato le modalità di conduzione delle elezioni, ma non ha pubblicamente espresso alcun punto di vista sui quattro candidati. Si ritiene che Mohammad Maleki sia prigioniero di coscienza, detenuto esclusivamente per aver espresso pacificamente le sue opinioni.
Israele/Territori palestinesi occupati: Israele raziona l’acqua ai palestinesi
29 ottobre 2009, scritto da francesca · scrivi un commento
Amnesty International ha accusato Israele di negare ai palestinesi il diritto a un adeguato accesso all’acqua, mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilità di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.
“Israele consente ai palestinesi di accedere solamente a una piccola parte delle risorse idriche comuni, che si trovano per la maggior parte nella Cisgiordania occupata, dove invece gli insediamenti illegali dei coloni ricevono forniture praticamente illimitate. A Gaza il blocco israeliano ha reso peggiore una situazione che era già terribile” – ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori palestinesi occupati.
In un nuovo approfondito rapporto, Amnesty International mostra fino a che punto le politiche e le pratiche israeliane negano ai palestinesi il loro diritto all’accesso all’acqua. Israele utilizza più dell’80 per cento dell’acqua della falda montana, la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell’area, e limita l’accesso dei palestinesi al solo 20 per cento. La falda montana è l’unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante a disposizione d’Israele, che tiene per sé tutta l’acqua disponibile del fiume Giordano.
Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantità d’acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.
Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell’acqua dell’unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all’ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell’acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.
Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualità e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.
“In oltre 40 anni di occupazione, i divieti imposti da Israele all’accesso all’acqua dei palestinesi hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di servizi idrici nei Territori palestinesi occupati, negando così a centinaia di migliaia di persone il diritto di vivere una vita normale, di avere cibo a sufficienza, una casa, la salute e sviluppo economico” – ha dichiarato Donatella Rovera.
Israele si è appropriato di vaste aree delle terre palestinesi ricche di acqua, occupandole e vietando l’accesso ai palestinesi. Ha inoltre imposto un complesso sistema di permessi che i palestinesi devono ottenere dalle forze armate e da altre autorità israeliane per portare avanti progetti idrici nei Territori palestinesi occupati. Tali richieste sono spesso rifiutate o subiscono lunghi rinvii. I divieti imposti da Israele al movimento di persone e beni inaspriscono ulteriormente le difficoltà che i palestinesi devono affrontare quando cercano di portare a termine progetti idrici e sanitari o anche solo quando vogliono distribuire piccole quantità di acqua.
Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell’esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell’acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana destinata all’irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando buona parte dell’acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.
In alcuni villaggi palestinesi, poiché non hanno accesso all’acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra né a produrre piccole quantità di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantità dei capi bestiame.
“L’acqua è un bene e un diritto fondamentale ma avere una quantità d’acqua anche minima e di cattiva qualità è diventato un lusso che molti palestinesi possono a malapena permettersi” – ha commentato Rovera. “Israele deve porre fine alle sue politiche discriminatorie, abolire immediatamente tutti i divieti che impone ai palestinesi per l’accesso all’acqua, assumersi la responsabilità di affrontare i problemi che ha creato e accordare ai palestinesi un’equa ripartizione delle risorse idriche comuni”.
Ulteriori informazioni
Questo nuovo rapporto fa parte della campagna globale “Io pretendo dignità”, lanciata da Amnesty International nel maggio di quest’anno per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la povertà. La campagna sta mobilitando persone di ogni parte del mondo per pretendere che i governi e le aziende ascoltino la voce di coloro che vivono in povertà e rispettino i loro diritti.
Sri Lanka, 50.000 persone ostaggio della guerra civile
13 maggio 2009, scritto da ettoreboe · scrivi un commento
Circa 50 mila civili sono intrappolati in una crisi umanitaria nel distretto di Mullaitivu nel nord dello Sri Lanka. Soffrono per la mancanza di cibo, cure mediche e rischiano di essere uccisi o feriti nel conflitto tra le forze governative e il gruppo di opposizione armato Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte).
Le Nazioni Unite hanno stimato che dall’inizio dell’anno più di 6.500 civili sono morti e 13 mila sono stati feriti.
Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc), l’unica presenza permanente nelle zone di guerra, ha descritto la situazione come “catastrofica”.
I civili, inclusi i bambini, corrono gravi rischi perché intrappolati ed esposti a bombardamenti aerei da parte delle forze armate governative e al fuoco dell’Ltte. L’area di combattimento era inizialmente estesa su una larga parte del distretto di Mullaitivu; nel febbraio 2009, in risposta alle pressioni delle Nazioni Unite e di altri organismi internazionali, il governo ha creato una così detta “zona di non combattimento”, dove i civili dovrebbero essere al sicuro. Tuttavia, in seguito all’occupazione da parte delle forze governative del territorio controllato dall’Ltte, l’opposizione armata si è spostata nella “zona di non combattimento”. La zona, che è limitata dall’area costiera di Mullaitivu, si restringe quotidianamente. L’Ltte ha impedito ai civili di raggiungere le aree di sicurezza fuori dalla “zona di non combattimento”, costringendoli a restare sotto tiro. I civili, inoltre, vengono utilizzati per combattere, creare delle difese e come scudi umani.
Nel febbraio 2009, l’Icrc ha denunciato un vertiginoso incremento del numero delle vittime. Lo staff medico nell’area ha riferito di continue e indiscriminate fucilazioni nella zona ad opera delle forze governative. Secondo quanto riferito, gli ospedali sarebbero stati presi di mira dalle forze governative. Il blocco continuo dell’accesso umanitario all’area ha causato un’enorme scarsità di medicinali. Le scorte di cibo sono diminuite, provocando a casi di malnutrizione.
In risposta alle continue pressioni internazionali, il 27 aprile, il governo dello Sri Lanka si è impegnato a non usare armi pesanti nella “zona di non combattimento”. Tuttavia, secondo lo staff medico, il 28 aprile ci sono stati continui bombardamenti nella zona, che hanno provocato 204 feriti civili. Questi sono stati ricoverati nelle strutture sanitarie nel villaggio di Mullivakkal e 29 di essi sono in seguito morti.
Il conflitto tra le forze governative e l’Ltte va avanti da decenni. Il conflitto, intensificatosi nell’area nord orientale da luglio 2008, ha provocato gravi violazioni dei diritti umani e crimini di guerra.
All’inizio del 2009, più di 250 mila persone sono rimaste intrappolate negli scontri tra le forze di sicurezza governative e l’Ltte. Il governo dello Sri Lanka ha ripetutamente negato ai giornalisti indipendenti e ai supervisori la possibilità di effettuare un’accurata e imparziale valutazione della situazione, con la conseguenza che si è impedito alla popolazione dello Sri Lanka e al mondo di conoscere la portata reale della crisi umanitaria nel Wanni.
Nel settembre 2008, il governo ha costretto tutte le agenzie umanitarie, eccetto l’Icrc, a ritirarsi. Solo l’Icrc, che ha un accesso permanente anche se limitato, ha reso possibile l’arrivo di qualche convoglio ai civili.
Nell’aprile 2009, con l’intensificarsi degli scontri e la crescente pressione internazionale per una temporanea tregua umanitaria, decine di migliaia di civili sono scappati dall’area di controllo del governo. Attualmente, più di 150 mila profughi si trovano in 20 campi di transito lungo il distretto di Vavuniya. Il governo dello Sri Lanka ha continuato per mesi ad affermare che il numero di civili intrappolati nella zona di guerra era inferiore a quello stimato dalle agenzie umanitarie, con il risultato che le autorità si sono trovate impreparate ad assistere le decine di migliaia di civili che adesso attraversano il distretto di Vavuniya. I rapporti mostrano come i “villaggi per gli sfollati”, che di fatto sono dei centri di detenzione creati dalle autorità, siano sovraffollati e abbiano strutture inadeguate.
Lontano dal fronte di guerra, la libertà di espressione è gravemente minacciata nel paese. Di conseguenza il conflitto non è pienamente raccontato in Sri Lanka e coloro che tentano di farlo sono stati spesso bersaglio delle autorità governative.
Firma l’ appello di Amnesty International
Cina ancora violazioni dei diritti. Arrestati e minacciati i parenti dei bambini morti per il terremoto del Sichuan
4 maggio 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento
Amnesty International ha diffuso oggi un rapporto nel quale accusa il governo cinese di aver arrestato illegalmente o minacciato d’arresto i genitori e altri parenti di bambini che perirono nel terremoto che, un anno fa, devastò la provincia del Sichuan. L’organizzazione denuncia anche persecuzioni nei confronti di attivisti e avvocati che cercarono di assistere quei familiari.
Il rapporto descrive casi di genitori e altri familiari, il più giovane dei quali di soli otto anni, detenuti anche per 21 giorni per aver preteso di sapere dalle autorità per quale motivo i loro bambini fossero morti. Alcune persone sono state arrestate più volte.
“Arrestando illegalmente i genitori di bambini deceduti nel terremoto, il governo ha creato ancora più miseria per gente che nel disastro del Sichuan ha perso davvero tutto” – ha affermato Roseanne Rife, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. “Le autorità devono smetterla di accanirsi contro sopravvissuti che hanno solo chiesto risposte e cercano di rimettere insieme i pezzi delle loro vite distrutte”.
In alcuni casi, secondo il rapporto di Amnesty International, le autorità hanno impedito a genitori e altri parenti di protestare contro alti funzionari per la qualità degli edifici collassati a causa del terremoto. Molti di essi sono stati tenuti arbitrariamente in carcere per evitare che percorressero le vie legali. Alcuni attivisti che offrirono assistenza legale e i rappresentanti di comitati di familiari rischiano un processo politico per presunti e generici reati contro la sicurezza dello stato e l’ordine pubblico.
Le autorità del Sichuan hanno impedito ai parenti in lutto di adire un tribunale per sapere chi fossero i responsabili dei crolli delle scuole e della morte dei loro figli. Secondo una direttiva emessa dalla Corte provinciale del Sichuan, tutte le corti di grado inferiore non possono ricevere denunce su questioni ritenute sensibili, comprese le richieste di risarcimento individuali per i danni causati a cose o a persone a seguito del crollo degli edifici, fino a nuovo ordine da parte del dipartimento competente.
“Il costo umano del terremoto del Sichuan è stato incalcolabile. Le autorità devono fare tutto ciò che è in loro potere per proteggere i diritti dei sopravvissuti, porre fine alle detenzioni illegali e consentire agli avvocati e agli attivisti della società civile di continuare a svolgere l’importantissima azione di accertamento delle responsabilità” – ha commentato Rife.
Amnesty International chiede pertanto al governo di Pechino di prendere misure immediate per garantire che il sistema giudiziario operi a favore dei sopravvissuti e dei genitori delle vittime, senza impedir loro l’accesso a una giustizia imparziale e indipendente e ad avvocati e attivisti che hanno offerto la propria assistenza.
Iran: impiccata Delara Darabi
1 maggio 2009, scritto da emilianaer · 5 Commenti
Delara Darabi è stata impiccata la mattina di venerdì 1 maggio nella prigione centrale di Rasht, nell’Iran settentrionale.
Amnesty International ha espresso il proprio oltraggio per la notizia dell’impiccagione, avvenuta senza che l’avvocato di Delara Darabi ne fosse stato messo a conoscenza, nonostante la legge preveda che i legali dei condannati a morte debbano essere informati 48 ore prima dell’esecuzione. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, si è trattato di una mossa cinica delle autorità iraniane per aggirare le pressioni nazionali e internazionali che avrebbero potuto salvare la vita di Delara Darabi. Il 19 aprile il Capo dell’autorità giudiziaria aveva concesso due mesi di sospensione. 
Delara Darabi era stata condannata a morte per l’omicidio di un parente, avvenuto nel 2003, quando aveva 17 anni. Si era inizialmente addossata la responsabilità, con l’intento di salvare dall’impiccagione il suo fidanzato maggiorenne, per poi ritrattare la confessione. Nel 2006 Amnesty International aveva lanciato una campagna per salvare la sua vita.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani, il processo terminato con la condanna a morte era stato iniquo, non avendo i giudici preso in considerazione prove che avrebbero potuto scagionarla dall’accusa di omicidio.
Quella di Delara Darabi è stata la 140ma esecuzione in Iran dall’inizio dell’anno, la seconda nei confronti di una donna e la seconda nei confronti di un minorenne al momento del reato. L’Iran ha messo a morte almeno 42 minorenni dal 1990, in totale disprezzo degli obblighi internazionali che stabiliscono il divieto assoluto di mettere a morte persone per un reato commesso quando avevano meno di 18 anni.
Conflitto nello Sri Lanka, aumenta il numero delle vittime civili
23 aprile 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento

Secondo fonti delle Nazioni Unite, negli ultimi giorni oltre 4500 civili sono rimasti uccisi negli scontri in corso nella regione nord-orientale dello Sri Lanka, centinaia nella sola giornata di lunedì 20 aprile. Amnesty International rinnova il proprio appello affinché tutte le parti evitino ulteriori massacri di persone estranee ai combattimenti.
Circa 100.000 civili rimangono intrappolati nelle zone contese tra le Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte) e l’esercito dello Sri Lanka. Le 24 ore concesse lunedì 20 dal governo all’Ltte per deporre le armi prima della cosiddetta “offensiva finale”, sono scadute senza che venisse scongiurato il rischio di un altro bagno di sangue.
“L’incolumità dei civili è la prima cosa da assicurare. La sofferenza di queste persone esige che il governo e l’Ltte prendano tutte le misure per impedire ulteriori uccisioni illegali e rispettino integralmente le norme del diritto internazionale” – ha dichiarato Yolanda Foster, ricercatrice di Amnesty International sullo Sri Lanka. “L’Ltte e il governo devono cessare le ostilità e concordare una tregua della durata necessaria a permettere ai civili di lasciare le zone di guerra e la riapertura dei corridoi necessari a far pervenire a destinazione cibo, acqua e medicinali”.
Nonostante entrambe le parti siano vincolate al rispetto del diritto internazionale, il governo dello Sri Lanka ha fatto ricorso ad armi pesanti e indiscriminate, come l’artiglieria, per colpire aree densamente popolate. L’Ltte, a sua volta, si è resa responsabile dell’arruolamento forzato di civili e dell’uso di scudi umani e ha anche impedito ai civili di lasciare le zone sotto il suo controllo.
Secondo notizie pervenute ad Amnesty International, oltre 35.000 civili sono riusciti a fuggire dalle zone di combattimento. Numerosi giovani tamil, separati dalle loro famiglie, risultano “scomparsi” a seguito delle procedure di controllo e filtro delle autorità dello Sri Lanka.
“Il governo deve consentire agli osservatori internazionali di visitare i cosiddetti centri di accoglienza e dare assicurazioni sia ai civili in fuga che ai membri dell’Ltte che si sono arresi, che verranno trattati nel rispetto degli standard internazionali”.
Amnesty International ha rinnovato l’appello al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché si occupi della crisi in atto nello Sri Lanka con la massima urgenza.
“Chiediamo al Consiglio di sicurezza di esprimere massima preoccupazione per la nuova escalation di violenza, chiedere una tregua umanitaria, sollecitare il governo e l’Ltte a rispettare il diritto umanitario e a rendere chiaro che i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario saranno portati di fronte a un tribunale” – ha affermato Foster.
i ricorda che ogni articolo deve avere una lunghezza minima di 400 caratteri, un titolo di almeno 5, un massimo di 20 links, può essere assegnato ad una sola categoria, può avere al massimo 10 tags.
Foto CC 2.5 by tro-kilinochchi
Cina: Shi Tao, giornalista, condannato a 10 anni di carcere. Firmiamo l’ appello di Amnesty International
17 aprile 2009, scritto da FabioD · 2 Commenti

Il giornalista cinese Shi Tao
Il giornalista e poeta Shi Tao è stato condannato a 10 anni di prigione per aver inviato dalla sua casella di posta elettronica su Yahoo!, un’e-mail in cui citava una disposizione del governo che ordinava ai mezzi di comunicazione di dare poca rilevanza al 15° anniversario della repressione del 1989 contro gli attivisti per la democrazia.
Arrestato il 24 novembre 2004 nella sua casa di Taiyuan, nella provincia di Shanxi, Shi Tao è stato accusato di “aver fornito illegalmente segreti di Stato a soggetti stranieri” e condannato, nell’aprile 2005, a 10 anni di carcere. Shi Tao si trova attualmente detenuto nella prigione di Deshuan, nella città di Yuanjiang.
Le autorità cinesi hanno arrestato e condannato Shi Tao sulla base di informazioni private e confidenziali fornitegli da Yahoo!. Da quando l’uso di Internet si è diffuso in Cina nel 1994, il governo ha posto sotto controllo i contenuti della rete e censurato quelli ritenuti sensibili. La tecnologia che permette di bloccare e filtrare le informazioni su Internet è stata sviluppata da aziende straniere, come Yahoo!, Microsoft e Google, che, assecondando la richiesta di censura da parte delle autorità di Pechino, contravvengono a norme e a valori stabiliti a livello internazionale e ai loro stessi principi.
Amnesty International Ha predisposto un appello indirizzato al primo ministro cinese che può essere sottoscritto quì.
Israele/Territori palestinesi occupati: dalla nuova inchiesta delle Nazioni Unite speranza per le vittime dei crimini di guerra
11 aprile 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento
Amnesty International ha chiesto a israeliani e palestinesi di fornire piena collaborazione alla missione d’accertamento dei fatti delle Nazioni Unite su possibili crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale verificatisi nel corso del recente conflitto di Gaza e del sud d’Israele.
“Le vittime di questo brutale conflitto hanno diritto alla giustizia e alla riparazione. I responsabili di entrambe le parti devono essere chiamati a rispondere del proprio operato, se si vorrà porre fine a un così lungo ciclo di violenza e impunità” – ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Israeliani e palestinesi non hanno alcuna scusa per non collaborare pienamente all’inchiesta”.
Il presidente della missione d’accertamento dei fatti, il giudice Richard J. Goldstone, di recente nomina, ha affermato che i lavori della missione potranno essere credibili solo se prenderanno in esame anche le violazioni del diritto internazionale commesse dai gruppi armati palestinesi. Allo stesso modo si è espresso anche il presidente del Consiglio Onu dei diritti umani.
Inizialmente, alla missione internazionale indipendente d’accertamento dei fatti, istituita dallo stesso Consiglio Onu dei diritti umani nella sua nona sessione speciale del 12 gennaio, era stato chiesto di indagare solo sulle possibili violazioni del diritto internazionale da parte delle forze israeliane.
“Riconoscendo espressamente la necessità d’indagare sulle possibili violazioni commesse da tutte le parti in conflitto, il giudice Goldstone e il presidente del Consiglio Onu dei diritti umani hanno sottolineato l’indipendenza della missione e accresciuto notevolmente la sua credibilità” – ha commentato Smart.
“Solo un’indagine autorevole, indipendente e imparziale sulle denunce di crimini di guerra e di altre violazioni del diritto internazionale commesse da tutte e due le parti potrà spezzare il ciclo d’impunità e contribuire alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente. Le vittime sono rimaste fortemente deluse dalla mancanza d’azione del Consiglio di sicurezza, che non è stato in grado di assumere decisioni concrete per stabilire le responsabilità delle gravi violazioni dei diritti umani, compresi i crimini di guerra, commesse da entrambe le parti durante il conflitto” – ha concluso Smart.
Non essendo stato capace di istituire una propria commissione d’inchiesta, ora – sostiene Amnesty International – il Consiglio di sicurezza deve insistere affinché tutte le parti forniscano piena collaborazione alla missione internazionale d’accertamento dei fatti e assicurare che nessuna metta a rischio le indagini.
Infine, Amnesty International chiede al Segretario generale Ban-Ki Moon di assicurare che il rapporto della commissione d’inchiesta sugli attacchi israeliani contro il personale e le strutture dell’Onu a Gaza, la cui data di consegna era oggi, venga immediatamente trasmesso al Consiglio di sicurezza e le sue conclusioni e raccomandazioni siano rese pubbliche. La commissione era stata nominata dal Segretario generale il 12 febbraio, col solo mandato di indagare sugli attacchi contro l’Onu.
Ulteriori informazioni
Nel corso della campagna militare israeliana “Piombo fuso”, portata avanti dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, le forze israeliane hanno ucciso oltre 1400 palestinesi, tra cui 300 bambini e centinaia di civili estranei ai combattimenti, e ferito oltre 5000 palestinesi, molti dei quali in modo permanente. Migliaia di case e gran parte delle infrastrutture economiche di Gaza sono state distrutte. Persone ferite dal fosforo bianco, con cui le forze israeliane hanno attaccato zone residenziali, continuano a morire: l’ultima è stata Ghada Abu Halima, colpita dal fosforo bianco il 4 gennaio all’interno della propria abitazione nel nord della Striscia di Gaza, in un attacco nel quale sono restati uccisi il suocero e quattro bambini.
Nello stesso periodo, Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno lanciato un fuoco di sbarramento di razzi, diretto a colpire in modo indiscriminato città e villaggi del sud d’Israele, uccidendo tre civili israeliani, ferendone altre decine e distruggendo o danneggiando numerose abitazioni.
Il mese scorso, soldati che avevano preso parte all’operazione “Piombo fuso” hanno rivelato che alcuni commilitoni avevano ucciso civili palestinesi volutamente e in modo sconsiderato e distrutto deliberatamente proprietà personali. Queste denunce sono state rapidamente smentite dalla procura militare israeliana al termine di quella che è apparsa un’inchiesta superficiale.
Le ricerche in corso da parte di Amnesty International e di gruppi israeliani e palestinesi per i diritti umani hanno rinvenuto le prove di gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui possibili crimini di guerra, da parte delle forze israeliane e dei gruppi armati palestinesi: attacchi diretti, indiscriminati o sproporzionati contro la popolazione civile od obiettivi civili, attacchi contro personale medico, diniego dell’accesso alle cure mediche per i feriti, uso di armi indiscriminate come il fosforo bianco e l’artiglieria in aree civili altamente popolate, uso di scudi umani e deliberata distruzione di proprietà.



