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Barack, lo stato sociale ed il neo maccartismo

21 luglio 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento 

In questi giorni si gioca a Washington una importante partita, forse la prima seria prova per il presidente Obama, i cui esiti potranno prefigurare il vero scenario della presidenza democratica nei prossimi anni.
Se da un lato il piano anti-crisi da 789 milioni di dollari (“stimulus”) è passato nei primi 100 giorni, con alcune difficoltà, ma sull’ onda del trionfale successo elettorale e, soprattutto, del “bisogno” di dare una risposta immediata e fattiva ad una crisi che ha travolto e punito l’ incontrollata economia statunitense, d’altra parte la prima vera “mossa politica” di Obama, la riforma della Sanità, potrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile.

La questione dello stato sociale , negli Stati Uniti, è un problema sul quale, da sempre, si sono confrontate due “tendenze energetiche” opposte: quella Repubblicana, capitalista nel senso più reazionario del termine e quella Democratica orientata per grandi linee verso il sociale, ma mai in maniera così determinata da riuscire a portare avanti riforme strutturali del sistema.

Sistema che, proprio in occasione della recente crisi economica globale, ha mostrato tutti i suoi limiti e la sua incapacità a rinnovarsi ed a trovare nuove modalità di interazione, differenti dal capitalismo oligarchico delle grandi lobbies bancarie, assicurative e mediche. Sistema che per le sue proporzioni, nei suoi movimenti e cambiamenti coinvolge l’ intero pianeta, alla ricerca di una nuova regolamentazione, come anche espresso dai partecipanti all’ ultimo G8 dell’ Aquila.

Sul fronte interno, in questo momento, nella sua proposta di cambiamento del sistema sanitario nazionale, Obama si trova di fronte la più pericolosa delle  contestazioni e degli attacchi: il responsabile del Comitato nazionale Repubblicano, Michael Steele, ha definito il progetto di legge sulla salute di Obama un “multimiliardario esperimento” e l’ approccio della sua amministrazione “socialista”.

Certo non siamo più ai tempi della “guerra fredda” dove l’ accusa di 501px-joseph_mccarthy “comunismo” nella divisione del mondo in due blocchi, rappresentava, nella opinione pubblica americana, un marchio infamante ma  soprattutto di pericolo, di palese ostilità verso la nazione, tanto che, il senatore repubblicano Joseph McCarthy ne fece l’ arma più potente, per governare e controllare l’ opinione pubblica americana, in quei difficili anni.

Ma il pericolo, al di là del mutato scenario globale rispetto a quell’ epoca, è proprio la possibilità che un opinione pubblica avvinta in questo momento dal disagio economico possa , adeguatamente “informata” e pilotata, tornare a vedere, questa volta in Obama, gli spettri di un passato remoto ancora presente nel subconscio collettivo di quella nazione.

Il New Mexico (USA) abolisce la pena di morte

20 marzo 2009, scritto da emilianaer · scrivi un commento 

Clamorosa la decisione, presa ieri sera dal governatore Bill Richardson, di abolire la pena di morte nello stato del New Mexico. Il governatore Richardson, secondo l’organizzazione per i diritti umani, ha mostrato autentica leadership nel mettere al bando una procedura piena di falle e iniquità che non ha mai dimostrato di avere un potere deterrente nei confronti della criminalità.

Il New Mexico è il secondo stato degli Usa ad aver abolito la pena di morte negli ultimi due anni. Nel dicembre 2007 la medesima decisione era stata presa dal governatore del New Jersey. Proposte di legge abolizioniste sono in discussione anche in Nebraska, New Hampshire, Colorado e Montana.

Il Governatore Bill Richardson

Negli Usa, la pena di morte è attualmente prevista in 35 stati e da due legislazioni federali, civile e militare. Non è invece più prevista in Alaska, Hawaii, Iowa, Maine, Massachussetts, Michigan, Minnesota, New Jersey, New Mexico, New York, North Dakota, Rhode Island, Vermont, West Virginia, Wisconsin e nel distretto federale di Columbia.

Nel 2008, negli Usa sono state eseguite 37 condanne a morte, di cui 18 nel solo Texas. Quest’anno, le esecuzioni sono state già 20 di cui 12 in Texas.

Le difficoltà di Obama sulla Sanità

5 marzo 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento 

Le sfide che Barack Obama si trova ad affrontare, nel tentativo di reindirizzare la politica americana verso una nuova idea di stato sociale, non dipendono solo dalla grave crisi economica mondiale che stà , di fatto, minando la credibilità e la fiducia dell’ opinione pubblica americana, al di là delle effettive responsabilità di un Presidente insediato da troppo poco tempo per averne.neweconomy
Il principale problema è interno: l’ opposizione repubblicana non intende lasciare il campo della sanità alla burocrazia governativa, attraverso un sistema sanitario pubblico che ridurrebbe “al lumicino” la potente lobbie delle assicurazioni sanitarie; i repubblicani chiedono un sistema “integrato” pubblico-privato .
Ma, a fronte delle recenti nazionalizzazioni nel settore finanziario e, dei colossali interventi a favore di AIG, mi chiedo quale sia, allo stato attuale, la effettiva autonomia di un sistema privato oramai crollato su se stesso.
Di seguito riporto la parte iniziale dell’ articolo di Carrie Budoff Brown su Politico.com del 4.03.09, dove sono visibili queste problematiche.
Il capogruppo della minoranza repubblicana al senato, Mitch McConnell, si è ieri, mercoledì, detto disponibile ad una cooperazione “bipartisan” sulla riforma della sanità ma ha anche stabilito delle “condizioni” che pongono i Repubblicani in opposizione con la maggioranza dei Democratici.
“E’ essenziale che noi lavoriamo insieme superando i confini di parte e vorremmo esprimere il nostro forte desiderio di superare le partigianerie e procedere su questa importante sfida in una maniera globale, inclusiva e bipartisan” ha scritto McConnell in una lettera al Presidente Obama, firmata da quattro senatori facenti parte della commissione sulla sanità.
Allo stesso tempo, comunque, McConnell informava che vi sono delle arre in cui i Repubblicani non accettano compromessi e, particolarmente, nella creazione di un nuovo programma pubblico di assicurazioni da integrare con assicurazioni private.
“Forzare i piani del libero mercato con i programmi che il governo intende realizzare porterebbe ad una situazione di diseguaglianza e di limitazione della libera concorrenza” iniziava la lettera.

Obama, invio di truppe in Afghanistan: prudenza o economia?

16 febbraio 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento 

Su Politico.com un articolo su quelli che sembrano essere chiari segnali relativi alle scelte militari di Obama in Afghanistan, occupa completamente la home page del sito. Ne ho tradotto la parte iniziale che analizza l’ attegiamento “politico” della Casa Bianca, tralasciando il prosieguo che entra nel dettaglio di numeri e strategie militari. La percezione che ho  ricevuto è che Obama abbia iniziato una revisione profonda dell’ atteggiamento presidenziale nei confronti delle attività del Dipartimento della Difesa e del Pentagono che, leggendo l’ articolo di Politico.com, sono da attribuirsi principalmente a scelte strategiche e di corretto utilizzo delle risorse, nonchè di valutazione delle conseguenze a lungo termine.

Obama e la moglie Michelle danzano durante le cerimonia di inaugurazione

Obama e la moglie Michelle danzano durante le cerimonia di inaugurazione

Quello che sembra in secondo piano, nell’ analisi di David S. Cloud, è l’ impatto che la crisi economica può effettivamente avere avuto su tali decisioni e sul loro rallentamento; in effetti come più volte constatato nelle strategie di comunicazione di Obama, l’ idea di attribuire ogni evento  alla crisi economica potrebbe aumentare il senso di sfiducia della popolazione, con relative conseguenze sia nel campo economico che di popolarità del presidente. La qual cosa in un certo senso accade in questi giorni a seguito del mancato appoggio repubblicano al programma di stimolo dell’ economia.

Obama , al di là del suo spirito innovativo e democratico, sa bene che diecimila uomini in più in Afghanistan sono un impegno che gli Stati Uniti in questo momento forse non possono sostenere. E quindi la richiesta agli alleati europei, di un fattivo aiuto alla politica Usa in quei territori, attraverso l’ incremento dei rispettivi contingenti militari anche con l’ utilizzo di forze Nato .

Considerato il livello di coinvolgimento dell’ Italia nelle questioni internazionali a fianco degli Stati Uniti e nella Nato, le scelte di Obama non potranno non riflettersi, su più livelli, anche sulle scelte di politica internazionale del nostro paese. E la questione Afghanistan, come riportato da giornali e televisione, sembra essere stata al centro dell’ ultimo colloquio telefonico tra Berlusconi ed Obama, la scorsa settimana.

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Obama slows down troop boost decision
(Obama rallenta la decisione sull’ aumento delle truppe)

da Politico.com, articolo di David S. Cloud del 16.02.2009
Il Presidente Barack Obama sta rallentando la sua prima decisione di inviare truppe al fronte, che potrebbe essere un segno di maggiore autonomia rispetto a quelle che sono le aspettative dei leader militari statunitensi.
La metodica decisionale del nuovo Presidente offre una rapida visione su come il nuovo “comandante in capo” si avvicinerà alla guerra in Afghanistan e ha sorpreso alcuni funzionari del Pentagono, che avevano predetto più volte nelle ultime due settimane che Obama avrebbe deciso nel giro di pochi giorni su ulteriori forze, dovendo riscontrare solo i rinvii della Casa Bianca.
Invece di firmare rapidamente, in tutto o in parte, la richiesta inoltrata già da tempo dal Pentagono per tre nuove brigate dell’ esercito ed unità della Marina, per un totale di oltre 10.000 soldati, Obama ed i suoi aiutanti interrogano il calendario, studiano la missione e anche la composizione delle nuove forze, come riportato da fonti ufficiali a conoscenza delle decisioni presidenziali.
L’ ultimo dei segnali incrociati è giunto venerdì, quando Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, ha detto che Obama “non ha preso una decisione di aumentare la nostra forza in Afghanistan”, tre giorni dopo che fonti ufficiali del Pentagono avevano detto che la decisione sarebbe giunta in settimana. Il segretario della difesa, Robert Gates ha definito l’ approccio di Obama alla sua prima decisione sulle truppe “assolutamente appropriato”.
Il “ritmo” lento e deliberato di Obama, rappresenta un’ altra rottura con lo stile del suo predecessore. L’ ex presidente George W. Bush ha sottoscritto di solito rapidamente le richieste di ulteriori truppe dei suoi comandanti, impegnandoli raramente in lunghe discussioni su come e dove sarebbero state utilizzate le truppe. Tali decisioni sono generalmente state assunte in breve tempo, tra i comandanti in campo e il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che ha sempre favorito il mantenimento dei livelli di truppe sia in Iraq che in Afghanistan, tranne quando Bush entrò direttamente in campo, spingendo nelle decisioni i riluttanti comandanti per la “surge”, la decisione di inviare circa 30.000 ulteriori truppe in Iraq alla fine del 2006 e all’inizio del 2007.
In questo senso l’ idea di Obama, nelle prime settimane della presidenza, di inviare una “mini-surge” per invertire la tendenza al peggioramento della situazione in Afghanistan, ha datò l’ idea di una somiglianza con il Bush di fine 2006.
“Io personalmente sono fiducioso che il Presidente Obama farà qualcosa che il Presidente Bush non ha fatto particolarmente bene,” ha detto John Nagl, presidente del Nuovo Centro per la Sicurezza Americana e ufficiale dell’esercito in pensione. “Penso che egli stia pensando non solo al primo livello di conseguenze di impegnare altre truppe, ma al secondo ed al terzo “.
La richiesta di forze addizionali in Afghanistan dell’ anziano comandante Gen. David McKiernan, è pervenuta prima che l’ amministrazione avesse completato la revisione della strategia per l’ Afghanistan che appare essere l’inizio di un cambiamento su come le forze americane e NATO verranno utilizzate.
I funzionari hanno riferito che, anche se la decisione sulle truppe è considerata come un questione di routine, la discussione tra Obama, Gates e il Capo di Stato Maggiore, si è evoluta in una più ampia discussione su obietivi e metodi in Afghanistan, anche prima della conclusione del riesame.

Backstage: Obama al concerto del Lincoln Memorial (20 gennaio 2009)

31 gennaio 2009, scritto da FabioD · scrivi un commento 

Ancora comunicazione: lo stiamo osservando in tutte le salse, ma nella memoria degli ultimi 45 anni (da Kennedy in poi, ma forse kennedy era troppo kennedyano) per la prima volta un presidente degli Stati Uniti comunica attraverso il suo essere un uomo come gli altri, con le proprie emozioni, gesti, espressioni.
Come già detto da Bernardo Parrella in un commento ad un altro articolo su questo SocialBlog, Obama traspira la sua origine afroamericana nella sua fisicità e la sua umanità.

Il potere della mano di Obama.

30 gennaio 2009, scritto da Antonio Rossano · 2 Commenti 

Propongo uno stralcio di traduzione di un articolo di ieri 29 gennaio, su Politico.com, ancora una volta incentrato sui sistemi di comunicazione di Obama. Questa volta però non si parla di strategie e media, ma della comunicazione “fisica” del 44° presidente degli Stati Uniti. Ed ho scelto questo pezzo  in qualche modo per evidenziare una cosa che non finisce mai di stupirmi: la ossessiva attenzione dei media statunitensi a tutte le forme della comunicazione. E’ qualcosa di veramente importante, che in qualche modo, attraverso il confronto, ci suggerisce scenari e diversità tra gli approcci alla comunicazione americani e quelli europei, ed in particolar modo italiani.

Laddove la nostra attenzione è principalmente volta  a cogliere  il significato delle parole e cioè il messaggio, sembra invece che gli americani, in una ricorrente ottica mcluhanina, tendano ad osservare più il modo con cui esso viene comunicato, dandone quasi per scontato il contenuto. continua…

Il discorso di Obama dopo il giuramento. 20 gennaio 2009

21 gennaio 2009, scritto da FabioD · 1 Commento 

Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all’incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione. continua…

Obama contro il Primo Presidente Nero

19 gennaio 2009, scritto da Antonio Rossano · 2 Commenti 

Obama vs the First Black President” è il titolo di sicuro effetto che ci propone oggi Politico.com in un articolo di Andie Coller e Tim Grieve.
Di seguito alcuni stralci tradotti ed un breve commento

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Il giuramento del primo afro-americano, comandante in capo, sarà una trama centrale per i media e per molti nel giubilo della folla – ma non è la storia che il Team di Obama sta cercando di raccontare. continua…

Obama a Washington, martedì la cerimonia di insediamento

18 gennaio 2009, scritto da ettoreboe · scrivi un commento 

Obama è arrivato a Washington, partito da Philadelphia a mezzogiorno, passando per Wilmington dove lo ha raggiunto il vice-presidente Joe Biden, terminando per la parte “pubblica” di questo viaggio, a Baltimore alle 16.15.
Il viaggio in treno è, come molti degli aspetti di questo insediamento, ricco di riferimenti simbolici: lo stesso che fece nel 1861, Abramo Lincoln, il presidente che abolì la schiavitù.

Media USA: capitalizzare sull’inaugurazione di Obama? Why not?

17 gennaio 2009, scritto da Bernardo Parrella · 1 Commento 

Obama inaugurationIn vista dell’imminente insiediamento di Barack Obama, le grandi testate Usa preparano un martedì 20 gennaio con i fiocchi. Il Washington Post sembra il più agguerrito. Un’edizione straordinaria sarà pronta in edicola alle 14.30 mentre quella delle 18 avrà quattro pagine in più dedicate all’intervento di Obama. Entrambe vendute a ben due dollari, rispetto ai 75 centesimi delle uscite quotidiane. Ciò grazie a oltre 70 giornalisti in loco a Washington, con le tipografie a tutto gas e un esercito di 500 venditori ambulanti nelle strade cittadine. Il giorno seguente si prevede un’edizione commemorativa, in prenotazione per 9.95 dollari.

Seguono a ruota il New York Times, che prevede una tiratura di 950.000 copie e una rivista interamente dedicata all’inaugurazione; USA Today, con due diversi magazine speciali per il 20 e il 21 gennaio a 4.95 dollari cadauno; il Chicago Tribune con un’edizione pomeridiana e le rotative in azione fino a soddisfare ogni richiesta; e via di seguito, fino ai piccoli quotidiani locali. continua…

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