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Università: la riforma Gelmini tra bluff e restaurazione

20 luglio 2009, scritto da AntonioMa · 2 Commenti 

Sui maggiori quotidiani italiani si legge che la tanto temuta riforma Gelmini (tra l’altro bocciata dall’Economist, noto giornale “comunista” inglese) ha dato luogo ad un minore numero di bocciati in Italia.

gelmini-panoramaCosa è successo? Non è successo proprio nulla: probabilmente i criteri di valutazione dei professori non sono cambiati e si sono adattati ai nuovi criteri dati dal Ministero. Mi spiego, se uno studente era valutato da 6 prima della riforma, dopo la riforma quel 6 è diventato – comprensibilmente – equivalente ad un 7 e non ad un 5 (come probabilmente era nelle mire della Gelmini). Le valutazioni scolastiche, sono dovuti ad un fattore umano, non un fattore “scientifico” o “tecnologico” che può venire imposto dall’alto.

Ma cosa succederà con la riforma Gelmini dell’Università? Vi sono due “modelli” di Università nel mondo: uno è quello anglosassone (USA e Regno Unito) l’altro è il modello tedesco. Negli anni recenti le Università italiane hanno seguito il modello anglosassone: indipendenza delle università sia nella gestione delle risorse finanziarie, sia nelle politiche accademiche che nel reclutamento dei professori. Questo modello che appriva molto promettente e che lasciava trasparire una certa eguaglianza tra Università piccole e grandi (basato sull’idea che le Università avessero prinicpalmente come bacino di utenza il proprio territorio dove queste erano locate), ha portato al dissesto finanziario di moltissime Università. Tale dissesto era anche dovuto al modo di gestire le risorse umane della baronia locale alla quale la baronia – per così dire – più famosa e apprezzata internazionalmente – non si è potuta contrapporre. In altre parole i piccoli baroni locali hanno fatto il bello e il cattivo tempo sia dal punto di vista amministrativo che di proselitisimo, danneggiando così il debole tessuto intellettuale accademico italiano ed incoraggiando la cosiddetta “fuga dei cervelli”.

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Questo modello inoltre ha dato il via alle proliferazioni dei corsi di laurea: oggi infatti ci si può laureare in «Scienze del fiore e del verde» a Pavia (che invero ha ottenuto un certo successo), oppure in «Produzioni vegetali: verde ornamentale, ricreativo e protettivo». L’ offerta però non ha avuto il successo sperato. All’ ateneo di Catania ci si può laureare in Gestione dell’ impresa agricola e agroalimentare e valorizzazione dei prodotti mediterranei (più che il titolo di un corso di laurea sembra il titolo di un film di Lina Wertmuller). Negli Stati Uniti e nelle Università di Sua Maestà Britannica è lo stesso: una proliferazione eccessiva dei corsi di laurea, solo che se non hanno un minimo numero di studenti (di solito intorno ai 6 studenti) non vengono portati avanti. Ma quelle università sono molto competitive, hanno un sistema di relutamento studenti di tipo internazionale che gran parte delle Università italiane ancora non hanno. E poi, in america specialmente c’è un sistema di esami suddivisi in minor e in major:  ti laurei nelle discipline dove tu ottieni il tuo major (di solito con crediti doppi rispetto al minor) e ti viene riconosciuta una certa esperienza nel gurppo di discipline dove ottiene il tuo minor;  si possono avere combinazioni di ogni tipo: laureato in fisica con un minor in scienze occulte; oppure laureato in scienze della comunicazione non verbale con minor in chimica alimentare. Questo perchè in quei paesi si da maggior enfasi al grado successivo – cioè al Master, e al titolo più alto riconosciuto dalle accademie: il Dottorato di Ricerca. Vale la pena qui ricordare come i grandi filosofi del passato che hanno insegnato negli Stati Uniti come Rudolf Carnap (austriaco) e Bertrand Russell (inglese) ritenessero il sistema didattico americano molto carente e peggiore rispetto a quello europeo.

Il trend attuale in quei paesi è che sia per motivi di mercato che per motivi di pigrizia degli studenti, le discipline soft hanno un maggiore appeal rispetto a quelle hard. In altre parole si studiano materie “discorsive” , come il management, che materie “scientifiche”, cioè fatte di calcoli come la matematica o la statistica. Questo trend sta prendendo piede anche in Italia. Questo significa che materie come la letteratura (che ha una sua complessità formale a causa della grammatica) o come la matematica vengono ancora meno studiate e che nel prossimo futuro dovremo prendere studiosi dall’estero per mantenere vive quelle discipline che prima erano il bastione della cultura occidentale.

Il sistema tedesco invece è un sistema old-fashioned molto rigido che non ammette molta flessibilità e neanche molta possibilità per la multidisciplinarità come quello anglo-americano. Ma riesce a dare delle basi maggiormente forti allo studente rispetto a quello anglosassone. Possiamo dire che è molto più “formativo” rispetto a quelo americano. Ma in un mondo in continuo cambiamento, un sistema così rigido può essere ancora utile? La risposta dipende da quanto le problematiche relative all’economia saranno importanti nel prossimo futuro e quanto le persone saranno libere di scegliere cosa studiare seguendo la propria vocazione e non perchè si è figli di farmacisti, piuttosto che di giuristi. In questo modo si vede come il discorso della formazione investe problematiche che vanno al di là della formazione stessa e riguardano piuttosto il problema di come è fatta una società; se vogliamo rinnovare il modo di fare la classe dirigente scegliendo tra i più meritevoli oppure tenere lo status quo e lasciare che logiche familistiche e di cooptazione tengano ancora banco nel reclutamento dell’élite.

A margine di questo discorso c’è anche il problema del reclutamento dei professori universitari: la logica vigente è quella di premiare la stanzialità del ricercatore e la sua fedeltà ad un gruppo facente parte di un gruppo disciplinare, piuttosto che premiare la sua capacità didattica, pubblicistica,  e creativa. In un mondo che comuqnue va verso una competizione globale anche tra università questa non è una scelta scaltra. E’ piuttosto la capacità di attirare studenti stranieri (e quindi avere reputazione internazionale e quindi una capacità di avere un maggior portafoglio di possibilità di avere fondi di ricerca) che conta oggi e conta sempre di più. E piuttosto a questo problema – che ha portato alla cosiddetta fuga di cervelli – che il Ministero deve guardare, e non rendere il percorso didattico degli studenti delle scuole più complicato.

Ancora meglio sarebbe adottare – come criterio di finanziamento statale alle Università – quel sistema di ranking delle università usato già in America e in Inghilterra (e che sta per essere usato in Cina) basato sulla qualità della ricerca, intesa come capacità di trovare finanziamenti per la ricerca, qualità delle pubblicazioni basate sull’Impact Factor (un sistema che “misura” tutte le volte che un articolo è stato citato e in quale rivista) e sulla qualità dell’insegnamento del docente. Certamente si aumenterebbe sia la qualità complessiva della accademia italiana (benchè si etichetterebbero queste università come di  serie a, b e c). Ma, forse questo molti baroni, soprattutto quelli locali, non lo vogliono neanche sentire da lontano.

Il ministro Mariastella Gelmini apre un canale su You Tube

4 dicembre 2008, scritto da francesca · 5 Commenti 


Oggi 4 dicembre 2008 il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini ha aperto un canale su You Tube.
“Ho deciso di aprire un canale su YouTube perché intendo confrontarmi con voi sulla Scuola e sull’Università. Voglio accogliere idee, progetti, proposte, anche critiche.”
Questo l’incipit del suo discorso che è continuato con l’assicurazione di non voler difendere lo status quo e di non arrendersi ai privilegi o agli sprechi.
Il ministro vuole parlare direttamente ai ragazzi cercando di coinvolgerli in una attività comune “Dobbiamo avere il coraggio di cambiare e lo dobbiamo fare insieme” questa la conclusione del suo breve intervento e il frutto che si vede sulla sua scrivania, un melograno, simbolo, di resurrezione e di cambiamento speriamo che sia di buon auspicio.
L’iniziativa ha suscitato interesse con quasi 30000 visualizzazioni e 900 commenti, sia pro che contro, in poche ore. C’è desiderio di comunicazione speriamo anche di confronto.

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