Premio per la “Libertà di Stampa” a Marco Travaglio
29 aprile 2009, scritto da Antonio Rossano · 1 Commento
Ieri a berlino conferito a Marco Travaglio il premio per la Libertà di Stampa “per il suo coraggioso e instancabile impegno per la libertà di stampa in Italia” e “per la sua tenacia nel continuare a criticare anche là dove gli altri hanno rinunciato da tempo” come ha spiegato il presidente del Djv, l’ associazione giornalisti tedeschi, Michael Konken che ha aggiunto: “In questo modo vogliamo anche incoraggiare altri giornalisti in Italia a non lasciarsi intimidire”.
Travaglio ha commentato “Penso di essere un giornalista normale in un Paese che non è più normale da diversi anni”, dedicando il premio ad Indro Montanelli. Nel suo dicorso Travaglio ha affermato che la libertà di stampa in Italia “esiste sulla carta, ma non molto sulla carta stampata e quasi per nulla sulla televisione”. Il caso italiano “viene molto sottovalutato a livello internazionale e soprattutto viene sottovalutato il pericolo di contagio” anche in altri Paesi, perché “il modello che si sta costruendo o che forse è già stato costruito in Italia”, sbarazzandosi di tutti i poteri di controllo, “è un modello che fa molto comodo alle classi dirigenti e politiche”.
In passato il premio del Djv era andato tra l’altro al giornalista serbo Miroslav Filipovic e alla giornalista russa Olga Kitowa.
Facebook Manners
29 aprile 2009, scritto da emilianaer · scrivi un commento
X Factor: l’ inedito
29 aprile 2009, scritto da emilianaer · scrivi un commento
ThyssenKrupp, continua l’ Assise
29 aprile 2009, scritto da emilianaer · scrivi un commento
Fabrizio Canestri, agente della ditta Cna di Brescia, che forniva gli estintori allo stabilimento dove il 6 dicembre 2007 sette operai furono uccisi da un terribile rogo, ha deposto ieri al processo in Corte d’ Assise a Torino. Ha detto Canestri che nello stabilimento venivano usati molti estintori tanto che, ogni dieci giorni circa, ne doveva rimpiazzare una trentina.
Ha anche confermato le dichiarazioni rilasciate alla Polizia il 20 dicembre 2007, che il 7 dicembre di quell’ anno, il giorno dopo l’ incidente, fu chiamato da Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza e ora tra i sei dirigenti imputati, per fare “un giro di controllo” e sostituire gli estintori scarichi, per “mettere tutto in ordine”. Quel giorno non riusciì ad entrare nello stabilimento, perchè fuori vi era una folla di persone arabbiate e sconvolte dall’ incidente. Ma il 17 dicembre fu richiamato dallo stesso Cafueri per completare le verifiche e la “sistemazione” degli estintori nello stabilimento, cosa che fece quel giorno stesso e nei due successivi.
Il 25 marzo, in una precedente udienza era stato presentato il video di animazione che ricostruiva l’ incidente e che includiamo in questo articolo .
Microsoft Vine: connessioni di emergenza. Ma non solo.
28 aprile 2009, scritto da FabioD · 1 Commento

Oggi, 28 aprile, Microsoft lancia in sperimentazione, in ambiente beta privato, un nuovo prodotto che ha l’ obiettivo di tenere in contatto amici e famiglie durante le emergenze. L’ idea di questo prodotto, chiamato Microsoft Vine, è venuta al manager della Sicurezza Pubblica Microsoft, Tammy Savage, quattro anni e mezzo fa, durante l’ uragano Katrina. Lo sviluppo è iniziato un anno e mezzo fa.
Vine è disegnato per tenere famiglie ed amici in contatto quando gli altri sistemi di comunicazione non sono funzionanti o inefficienti. Normalmente durante particolari eventi critici, i vari sistemi di comunicazione tra cui quelli dei telefoni cellulari vanno fuori uso e Vine è disegnato per riuscire a tenere in contatto le persone nelle situazioni più difficili. L’ accesso a Vine può avvenire attraverso un client desktop (per il momento solo su piattaforma windows), messaggi di testo o emails. leggi tutto….
I campani muoiono bevendo
26 aprile 2009, scritto da DANIELA VILLANI · 4 Commenti

Era l’11 marzo 2008 quando la marina USA per necessità sanitarie lanciò un piano multimilionario per determinare se il vivere a Napoli era un pericolo per la salute e dal rapporto dello studio scientifico, erano stati resi noti i seguenti risultati: “3 ogni 100 è il numero di bambini malformati che sono nati tra il 2000 e il 2005, la cui madre è militare o sposa di un militare operante nelle installazioni dell’US Navy di Napoli. Su 894 nascite registrate a Napoli, 28 sono stati casi di neonati con malformazioni; Inoltre ci sono stati 35 parti prematuri,e crescente il numero di persone affette d’asma,ma le cause restano ignote, la predominate concentrazione delle percentuali è nelle province di Caserta e Napoli, dove la maggior parte del personale USA e NATO vive e lavora, e dove esistono siti dove vengono depositati senza controllo rifiuti tossici illegali ” proseguiva il rapporto . Però, si aggiungeva ” queste analisi non suggeriscono una crescita significativa nel tasso delle malformazioni di bambini in gestazione nell’area di Napoli, in comparazione con i bambini la cui gestazione è avvenuta in altre aree estere della US Navy”.
A questo punto ci pareva di capire che era tutto sotto controllo . Anche le aspiranti mamme napoletane erano tranquille. Non proprio perchè sempre quel rapporto aggiungeva “che per una maggiore tranquillità , gli specialisti continueranno a vigilare e sorvegliare e analizzare tutta la regione, per valutare le esposizioni relative ai rifiuti, in particolare all’aria e all’acqua”. Oggi i medici americani hanno reso noto i nuovi risultati dei test “su 139 case controllate 89 sono con rischio non accettabile ” addirittura si legge ” quest’acqua è considerata pericolosa anche per uso umano “scrivono i responsabili medici americani. Intanto prima di rendere pubblici i risultati delle analisi, si è deciso di trasferire d’urgenza 17 famiglie alloggiate in altrettante abitazioni ubicate tra Casal di Principe e San Cipriano, nel Casertano. Percentuali d’inquinamento preoccupanti riscontrate anche in abitazioni di Pozzuoli, Casoria, nell’area compresa tra Calvizzano e Mugnano e Caserta. Risulta inquinata anche l’acqua del consolato americano di via Caracciolo e quella di Capodichino dove c’è un altro insediamento americano.Inutile dire che Asl e Comune contestano le analisi e continuano a ribadire che dobbiamo essere tranquilli e che l’acqua della Campania si può bere. Ci sono dei risultati allarmanti con quantità di diossina e arsenico nelle abitazioni occupate dai militari USA e ovunque ci siano insediamenti e siti USA,ma come per un miracolo noi siamo tranquilli.La nato è preoccupata e agisce di conseguenza ,ma anche noi lo siamo ,l’acqua è addiritura pericolosa anche per lavarsi i denti,e nel frattempo noi la diamo da bere ai nostri bambini. Ci verrà comunicato ufficialmente che le analisi non suggeriscono una crescita significativa ed esponenziale , l’asl contesterà come ha già fatto e noi continueremo a morire bevendo.Intanto l’allontanamento del personale USA dagli alloggi riforniti con acqua contaminata è stato fatto, saranno sospesi tutti i nuovi contratti di affitto nei comuni interessati,gli USA si muovono in tal senso e noi ? Uomini, donne e bambini campani continuano invece a bere le acque e a lavarsi.
Le nostre donne aspiranti mamme continueranno a interrompere le loro gravidanze ,partoriranno neonati malformati,faranno parti prematuri, nasceranno bambini con affezioni allergiche e affetti d’asma. Ma tutto è sotto controllo, l’asl ci assicura. Mi domando quante persone devono morire di cancro, leucemia, linfomi, tumori, prima che qualcuno si indegni .Ancora mi aspetterei non solo indegnazione ma proposte propositive come analizzare l’acqua delle abitazioni e delle scuole Campane .
Era l’11 marzo 2008 ,oggi è il 25 aprile del 2009, quanto ancora dobbiamo aspettare .
Vogliamo essere messi al corrente anche noi,vogliamo decidere noi della nostra salute,della salute di nostro figlio e di quel figlio che portiamo in grembo!
Ora subito!
Fotoreporter di me stesso
26 aprile 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento
di Pietro Orsatti su Terra (della domenica)
foto di Marco D’Antonio
Marco fa il fotografo. Cronaca, guerra, polvere e fatica. Mezzo mondo attaccato alle suole delle scarpe. Marco sorride, si muove piano, guarda e scatta, con pazienza. Ha un modo di raccontare dilatato, attraverso il grandangolo, ma nella dilatazione appare il dettaglio, la piega, lo stupore. Lo stupore di chi scatta, non quello di chi la guarderà, poi, quell’immagine. Gli piace forzare l’inquadratura, teatralizzarla. E il teatro è molto più complesso di un solo fotogramma ben studiato, disegnato, fermato: le foto di Marco non solo immagini, appunto, ma racconto. Poche parole, burbero quanto basta, paziente quanto serve. Marco fa il fotografo, e gli basta. Non è uno “che se la tira”, anche se potrebbe. Se non avesse quella macchina fotografica probabilmente non lo si riconoscerebbe: è un ragazzo qualunque, con una buffa barba e un sorriso mite che non sai se sia di orgoglio o di timidezza. E si sa, la timidezza, alla fine ti rende attento, ti fa ascoltare. E Marco ascolta: l’aria, la gente, il vento.
Marco è di parte, partigiano: si schiera. Si mette dall’altra parte dell’obiettivo e, raccontando gli altri, racconta il suo sguardo. «Non c’è una buona via di uscita da questo lavoro», raccontava qualche anno fa Ryszard Kapuscinski di passaggio a Roma poco prima della scomparsa. «Ogni scelta che fai avrà una conseguenza – raccontava con passione, e dolore, il giornalista e scrittore polacco -. Un fotoreporter si trova molto spesso davanti a situazioni drammatiche. Per fare un buono scatto, per informare, per documentare, bisogna fare delle scelte. C’è un’immagine che ha fatto il giro di tutti i giornali del mondo: l’ha fotografata un mio amico in Sudan: si è trovato davanti a un bambino che stava agonizzando, morendo di fame, sdraiato a terra, e alcuni avvoltoi pensandolo già morto lo stavano beccando. Lui si è trovato davanti due scelte. Intervenire e allontanare gli avvoltoi e tardare di qualche minuto la fine del bambino o fare quello scatto. Non esiste una buona via di uscita da una situazione del genere. Non esiste una scelta buona. A volte dobbiamo prendere delle decisioni in un attimo». E Marco lo sa che è così. E se forse lo intuiva fino alla 3 e 32 del 6 aprile, ora ne ha piena coscienza. Perché da quella notte Marco fotografa se stesso.
Perché Marco è nato a L’Aquila, ci vive, è cresciuto qui, qui torna da ogni viaggio. Nella notte del 6 aprile si è precipitato a casa dei genitori con la sua compagna, poi ha recuperato la nonna ottantenne nel centro storico ma già tenendo in una mano la macchina fotografica e, appena è riuscito a mettere in sicurezza i suoi parenti, si è rassicurato, ha iniziato a lavorare. Giorno dopo giorno. Scatto dopo scatto. Migliaia di immagini che non gli frutteranno neanche un euro. Perché lui e molti altri fotografi della zona hanno deciso di aprire un conto corrente destinato agli aiuti e interventi sul posto dove versare tutti i proventi delle immagini piazzate. «Questa città mi ha visto crescere e le devo molto. In qualche modo devo ripagare questo debito», e il sorriso è disarmante.
«È una sensazione strana, terribile – racconta – trovarsi a documentare un luogo tuo travolto da una tragedia. Io di tragedie, disastri, guerre ne ho viste ma ero impreparato a tutto questo. In qualche modo, lavorare dietro un obiettivo ti protegge. È quasi terapeutico». Sarà anche terapeutico ma a sera, dopo aver documentato la tragedia del terremoto, Marco rientra a quella che chiama casa, e ogni volta che la chiama così poi ride: una tenda. Ed è fortunato, perché la sua famiglia è riuscita a raccogliersi e a organizzarsi tutta insieme, autonomamente, sul prato di un amico, così non è rientrata nel circo disumanizzante di una tendopoli anonima. «Almeno siamo tutti lì». E non è poco. «Io sono un superstite, non uno sfollato. Ci sono amici che non ci sono più, amici che sono morti sotto le case. E poi la casa dei miei danneggiata, talmente tanto che è stata dichiarata inagibile e avevamo finito di pagare il mutuo solo due anni fa. Io, con la vita che faccio, finora una casa mia non sono mai riuscito ad averla. Si vede che ora me la dovrò fare ’sta casa».
Quando lo abbiamo incontrato per la prima volta ci eravamo dati un appuntamento vicino a piazza D’Armi. Non ci interessava la tendopoli, che c’è ed è immensa, ma il sito dove stavano smaltendo e distruggendo le macerie in tutta fretta. È, sceso dalla macchina, ha salutato velocemente e poi ha attraversato la strada per scattare. Subito. Rapito dalla necessità di raccontare. Capiva che c’era una notizia. D’istinto. Del buon istinto di consumatore di scarpe e chilometri. E poi via, prima verso Onna, e poi Civita di Bagno e Fossa e ancora Villa S. Angelo. Ogni scatto una parola, dopo. Parla piano e poco quando lavora, ma si muove veloce. Mica ha bisogno di correre. Marco lavora in gruppo con i colleghi, come farebbe in Cecenia, in Palestina, in Sudan. Piccolo insieme di cronisti, fotoreporter, operatori: collettivo solidale, di mutuo soccorso. In ogni luogo di crisi è sempre così: cala la tensione della concorrenza e scatta il meccanismo dell’amicizia, della solidarietà fra simili. L’affinità. Ma a sera, ora, quando la tensione cala, lui torna alla sua tenda, al suo piccolo campo a conduzione familiare. E ha il tempo di pensare. Lunghe ore di attesa.
«Qualche giorno fa ho accompagnato i miei genitori a casa a prendere un po’ di cose – racconta – e mi sono trovato a scattare immagini come sempre. Solo che questa volta stavo raccontando la tragedia, lo spavento, il dolore mio, della mia famiglia. La sensazione è stata devastante». L’immagine di sua madre in lacrime, nel corridoio dell’appartamento lesionato, inabitabile, il casco fornito dai vigili, racconta tutto lo stupore del figlio e del fotografo. Dell’occhio e dell’affetto. La casa, quello che ne resta, è quasi sfocata, mossa. Al centro la figura della madre, nitida. È cronaca e affetto contemporaneamente quel fotogramma. È anzi qualcosa di più. Testimonianza.
Marco è un testimone, e un sopravvissuto. È contemporaneamente occhio esterno e centro. Una dualità che rende queste settimane ancora più difficili, ma che rende ancora più straordinario il suo lavoro, ora. Il terremoto attraverso i suoi occhi assume una nitidezza che solo una persona che è parte, carne e sangue, di un evento può dare.
«Mi ricordo perfettamente le persone, i loro volti, non tanto quello che dicevano», amava ripetere Kapuscinski ricordando cinquant’anni di carriera di inviato. Per Marco D’Antonio è la stessa cosa. Sono i volti, le persone, il movimento fermato in un’istantanea che diventano il reale, il racconto. «Viviamo nell’epoca delle sfumature, dei confini indistinti fra diversi generi letterari e sempre più spesso ci imbattiamo in libri che è difficile definire, e tante pagine sono intrise di poesia». Quel taglio distorto dal grandangolo, quell’uso delle quinte che Marco ama utilizzare per creare profondità al dettaglio, casomai sbieco, che appare quasi fuori inquadratura sullo sfondo, nelle sue foto di queste settimane assumono un valore ancora maggiore. Sono un esorcismo contro il dolore.
Alla ricerca del leader perduto 2 – Il valore del carisma, oggi
25 aprile 2009, scritto da AntonioMa · 1 Commento
Abbiamo visto la settimana scorsa le origini storiche, religiose del carisma e del tentativo di Max Weber di ricondurre il carisma dentro un quadro “laico”, non mistico. La società moderna infatti appare essere caratterizzato, secondo Weber, da un disincantamento del mondo entro il quale il discorso religioso e mistico hanno perduto la loro ragion d’essere. Il concetto di carisma, infatti, era poco usato nelle società industriali (1950-1980) in quanto il carisma stesso veniva visto come un concetto reazionario, caricante un significato autoritario, o, nella migliore delle ipotesi, sospetto. Anche la parola leader in se stessa veniva vista con un forte connotato autoritaristico e solitamente sostituita dalla parola “manager” o manageriale e simili, specialmente sotto l’impulso dei lavori di Sir Karl Popper che nelle scienze sociali voleva ridurre l’impatto della metafisica.
Alla fine degli ‘70 inizio anni ‘ 80 si ha un rifiorire degli studi sulla leadership, specialmente negli Stati Uniti. Questa nuova ondata parte probabilmente dal riesame degli studi di Weber stesso. Questo rinnovato interesse sul lavoro di Weber iniziò alla riflessione sul ruolo dei seguaci e delle organizzazioni nella creazione del carisma. Tre grandi questioni emersero: c’è un carisma ordinario? Può il carisma essere visto entro la sfera della razionalità? Può il carisma essere efficace all’interno di una organizzazione formale? Jay Conger (Professore di Leadership al ClaremontMcKenna College in California), per rispondere a queste domande, ha cercato di analizzare le categorie weberiane del carisma mediante i seguenti paralleli:
· Razionale vs. Eroico – Sia il tipo carismatico che quello razionale sono una rivolta contro la tirannia della tradizione. La rivoluzione carismatica dipende da credenze e dalla rivelazione. L’autorità carismatica cerca di rovesciare l’ordine sociale esistente che è stagnante o in crisi. La sua meta è quella di fare appello alla mente e alle emozioni dei seguaci.
· Stabilità vs. Transitorietà - l’autorità carismatica è transitoria; il suo scopo è quello di essere una transizione da un tipo stabile di autorità ad un altro.
· Organizzazione Formale vs. Informale – laddove ciò che è tradizionale e razionale funziona nelle organizzazioni permanenti, l’autorità carismatica opera attraverso organizzazioni informali; non è gravato da formalità e disposizioni organizzative.
Conger, inoltre, spiegò che Weber era interessato a capire la logica della creazione e della trasformazione delle strutture organizzative. A partire da questi aspetti, il sociologo tedesco voleva spiegare la forza della creatività individuale che contraddiceva completamente gli altri due sistemi. Per fare questo, era naturale che Weber fosse estremamente interessato al ruolo dei seguaci nella creazione dell’autorità carismatica.
Robert House, Professore all Wharton School dell’Università di Pennsylvania, diede un ulteriore contributo allo studio del carisma nelle organizzazioni formali stabilendo per primo delle ipotesi empiriche sulle relazioni tra il comportamento dei leader carismatici, l’effetto sui seguaci e i fattori situazionali . Questo lavoro pioneristico, ebbe un impatto devastante all’interno degli studi sul management. Questo studio generò diversi studi che tentarono di identificare i leader carismatici nelle organizzazioni e di caratterizzare il loro comportamento e i relativi effetti. Inoltre, lo studio si mostrò strumentale nel mostrare il profondo impatto che i seguaci hanno nella relazione.
Si realizzò che il carisma, preso in sé senza come una relazione tra individui, non può funzionare, ma diviene accettabile come una relazione sociale. Come ha spiegato il sociologo inglese Alan Bryman “il carisma è una relazione sociale in tre modi: l’importanza dei seguaci nel riconoscimento del carisma, il leader e il seguace trovano un più alto scopo nel carisma rispetto ai casi tipici e che la relazione carismatica è antitetica alla nozione che il carisma è un fenomeno puramente attributivo (cioè attribuito dai seguaci al leader)”. (continua -2)
Ancora previsioni negative per i giornali, pubblicità 2009: -11% ma in calo anche i giornali online
25 aprile 2009, scritto da FabioD · 2 Commenti
L’ agenzia di consulenza Zenith Optimedia, prevede una perdita di pubblicità per i giornali per il 2009, negli Stati Uniti, pari all’ 11%, essendo il risultato del primo trimestre di un secco -26% (Publishers Information Bureau). E l’ Italia, ovviamente, potrebbe seguire questo trend. Una riduzione del 30% dei profitti per le testate maggiori potrebbe essere considerato un risultato “realistico”, mentre meglio dovrebbero andare le piccole. Il peggior risultato è stato conseguito dalla più diffusa delle testate Usa, Usa Today, che ha venduto il 28% in meno di spazi pubblicitari.
Ma la notizia interessante, dal punto di vista dei numeri, è che anche le testate online hanno registrato una perdita pari al 20%. Sembrerebbe quindi che, buona parte della crisi della pubblicità sia da ricollegarsi alla più generale crisi economica globale. Mancando le entrate, le aziende di produzione e distribuzione, si vedono costrette a ridurre i propri budget pubblicitari. Questo in qualche modo “riduce” la devastante perdita di peso della carta stampata in favore delle riviste online. Don’t worry. L’ agonia durerà ancora a lungo.
via LSDI
PD e aria fritta
24 aprile 2009, scritto da alessandro cascone · 1 Commento
A cosa serve organizzare la presentazione di un nuovo libro ?
Che domande ?! Ma a pubblicizzarlo, ovvio !
Se l’oggetto del libro in questione è un’analisi critica sulla politica italiana di oggi è normale aspettarsi un coinvolgimento del pubblico, interessato, per un contraddittorio costruttivo ?
Questa volta la risposta non è scontata.
Oggi, presso il Circolo Artistico Politecnico di Napoli si è tenuta la presentazione del libro “Costruire una cattedrale. Perché l’Italia deve tornare a pensare in grande”, edito da Mondadori, scritto da Enrico Letta, uno dei massimi esponenti della politica nazionale, grande studioso di scienze politiche unanimemente riconosciuto tale dagli addetti ai lavori nonché vicepresidente di una delle più prestigiose associazioni culturali internazionali quale la Aspen Institute Italia.
Alla presentazione, moderata da Maurizio Mannoni, erano presenti Matteo Colaninno, Adriano Giannola, Linda Lanzillotta e Mario Orfeo.
Enrico Letta, introducendo il libro, cominciava con alcune considerazioni sulla caratteristica peculiare del partito persona di Berlusconi, a suo parere testa di ponte e contemporaneamente spada di Damocle sulla testa del PdL; spiegava poi il significato del titolo come appunto l’idea di una grande realtà politica basata sui cosiddetti moderati.
Prendeva la parola, successivamente, Linda Lanzillotta, deputata nelle liste del PD, dopo la rapida notizia da parte del moderatore alla platea che l’onorevole avrebbe lasciato anzitempo la presentazione del libro per motivi contingenti di trasporto della stessa.
L’onorevole Lanzillotta, pertanto, dopo aver ripercorso le varie e tante difficoltà sofferte dal Partito Democratico all’indomani della sua nascita, sottolineava l’importanza di costruire quella che sarebbe dovuta essere il nuovo soggetto politico, il PD, grande e imponente come una cattedrale appunto, al cui progetto rinnovava la sua fiducia e desiderio di edificazione.
Dopo vari giri di valzer dialettico tra i vari intervenuti e scoccata la mezzanotte per l’onorevole Lanzillotta, lo scrivente, sul primo decisivo inizio di fuga all’esterno della sala dell’onorevole, muovendo arditamente il braccio ed ignaro totalmente della risposta che generalmente si dà al secondo quesito di cui in epigrafe, chiedeva di poter fare una domanda all’onorevole prima del suo congedo. A questo punto ecco che alla domanda “se è normale aspettarsi un coinvolgimento del pubblico” per una tale manifestazione pubblica era chiara la risposta: No ! non è normale. Il moderatore infatti, Maurizio Mannoni, esclamava “questo è un colpo di scena, una domanda dal pubblico !”
La domanda era: “alla luce della sua intervista rilasciata alcuni giorni fa sulla questione election day Lei non solo sosteneva la non necessità di quanto veniva richiesto da più parti del suo partito ma addirittura consigliava di votare no ai quesiti referendari. Alla luce delle sue osservazioni sulla necessità di costruire una cattedrale, fermo restando la libertà di opinione sempre garantita, non le sembra che andare nella direzione opposta alle scelte del suo partito sia quanto meno inopportuno politicamente oltre che un rischio di vedersi costruita una chiesetta al posto di una cattedrale e per giunta facile che possa rovinosamente crollare come le tante crollate in questi giorni in Abruzzo ?”
L’onorevole dichiarava di risposta, pubblicamente, che l’intervista era stata rilasciata prima della linea ufficiale del suo partito. Misteri della fede, direbbe qualcuno. L’onorevole poi cominciava, seppur lentamente, a spiegare il perchè e il per come di quelle sue opinioni facendo però rimanere inevasa la risposta alla mia domanda, relativamente all’opportunità politica delle dichiarazioni rilasciate, cosa che ovviamente facevo presente pubblicamente senza però ottenere risposta dall’onorevole che si alzava e questa volta riuscendo a guadagnare l’uscita con sguardo deciso e puntato dritto alla meta.
E’ così che, grazie anche ad un gentile signore che, poggiandomi una mano sulla spalla, mi aveva spiegato, alcuni secondi prima dell’uscita dell’onorevole, che in quelle occasioni in pratica se la cantano e se la suonano da soli, mi veniva confermata quella Verità che io, ingenuamente e miseramente, avevo ignorato andando a quella presentazione, una presentazione di un saggio di politica scritta da un politico: ascoltare le opinioni della gente e/o della cosiddetta base politica non s’adda fare di manzoniana memoria.
Due riflessioni sono d’obbligo.
La prima è che chi è parte dell’elettorato attivo, come viene definito in diritto pubblico l’insieme degli aventi diritto al voto, sente, in maniera sempre più macroscopica, non solo lo scollamento sempre più evidente della classe politica dal proprio mondo ma soprattutto la totale incapacità dei primi di capire i problemi dei secondi e quelli di un partito al quale questi ultimi demandano sogni, speranze e progetti per un mondo diverso, più giusto, più equo.
E’ giusto pensare in grande ma almeno possiamo cominciare a costruire anche una piccola chiesetta ?
La seconda riflessione è che alla presentazione del libro più che percepire aria fresca come sosteneva uno degli intervenuti, l’onorevole Matteo Colaninno, ad inizio del suo intervento, si sia percepita, fatte salve alcune riflessioni di Adriano Giannola e dello stesso Enrico Letta, solo aria fritta e per giunta senza la possibilità di sollazzare il gusto oltre all’olfatto.





