Le 10 risposte di Soleterre al G8 dei Ministri della Giustizia e dell’Interno
31 maggio 2009, scritto da soleterre · scrivi un commento
Soleterre ONLUS, Organizzazione Non Governativa impegnata in paesi a forte immigrazione verso l’Italia con progetti di co-sviluppo che mirano a unire la promozione della cittadinanza dei migranti nei Paesi di destinazione con il processo di sviluppo della loro comunità di origine, propone 10 risposte concrete al G8 dei Ministri della Giustizia e dell’Interno, impegnati ad affrontare i temi dell’immigrazione e del contrasto alla criminalità a Roma dal 29 al 30 maggio 2009. Leggi tutto
Alla ricerca del leader perduto 5 – I mezzi di comunicazione di massa
30 maggio 2009, scritto da AntonioMa · 2 Commenti
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Nelle società contemporanee un importante ruolo per lo sviluppo della leadership è coperto dai mezzi di comunicazione di massa. Osserva Maria Grazia Mazzocchi che quando nel 1922 Mussolini prende il potere in Italia, subito afferma pubblicamente di ritenere il cinema l’arma più forte dello Stato. Già allora, quando il sonoro era ancora di là da venire e la produzione italiana era scarsa e di non eccelso livello, con la sua ben nota lungimiranza fascista, il duce aveva capito l’importanza dell’immagine per fare presa sul popolo. Da allora le cose non sono molto cambiate. Ciò che è cambiato è la pervasività dei mezzi di comunicazione di massa. Il cinema, per così dire ha sviluppato la televisione, il telegrafo ha sviluppato la telefonia e quindi Internet. Ora si sta assistendo alla convergnza dei diversi mezzi di comunicazione di massa che possono essere fissi o mobili, e quindi, ancor più pervasivi. Anche il filosofo inglese Bertrand Russell, già negli anni ‘30 del secolo scorso, era cosciente delle potenzalità dei mezzi di comunicazione di massa. Egli sosteneva che lo sviluppo tecnologico di questi mezzi di comunicazione congiunto allo sviluppo scientifico nel campo della psicologia (e quindi del marketing) avrebbe prodotto un mondo assai simile a quello che George Orwell avrebbe poi descritto nel suo famoso romanzo 1984 (Russell stesso, che pensava 1984 fosse soltanto una versione romanzata di un suo saggio, accusò Orwell di plagio).
L’uso di Berlusconi delle televisioni per “scendere in campo”, e l’ascesa di Obama avvenuta usando Internet come principale mezzo di comunicazione politica, rappresentano lo sviluppo ancora più pervasivo dell’uso appunto politico di questi mezzi di comunicazione di massa. Come afferma Guy Debord nel suo citatissimo saggio La società dello spettacolo, la merce (intesa come qualsiasi cosa che si vuole “vendere”; la politica – oggi - è una forma di “vendita”) è oggi lo spettacolo (si parla infatti di politica-spettacolo): e il cittadino-elettore-consumatore assiste ad uno spettacolo-merce che egli stesso passivamente consuma. Nelle società totalitarie, il modo in cui lo spettacolo è offerto è concentrato: esiste un gruppo di potere cioè che centralizza il suo potere e controlla ogni aspetto dal sociale a partire dalla propaganda, ma questo gruppo è incapace di controllare la società periferica. Nelle società “democratiche”, invece lo spettacolo è diffuso. In questo sistema non esiste nessun centro visibile di creazione dell’immaginario, non esiste nessun partito o gruppo che decida cosa va bene e cosa va male. Piuttosto esiste un doppio movimento per cui chi controlla lo spettacolo lancia mode, idee, priorità mentre chi lo subisce ne diventa il primo protettore. Nello spettacolare diffuso tutti partecipano alla creazione di un immaginario falso basato su modelli falsi e su verità fasulle. E’ possibile far credere qualunque cosa giocando su sentimenti come paura, autostima, emotività, insicurezze, etc. Il primo luogo dove questo spettacolo viene esercitato è la pubblicità. Attraverso un complesso meccanismo psicologico la pubblicità non serve più a pubblicizzare un prodotto ma ha l’obiettivo di modificare o lasciare intatto l’immaginario collettivo. Una pubblicità funziona creando il problema, giocando sulle repressioni e sui sogni repressi di ogni uomo e fornendo una soluzione in base all’adesione a un sistema, a un prodotto, a una forma di consumo, etc. Una volta individuati questi meccanismi di regolazione non ci vuole niente a trasferirli al sistema della guerra. E’ sufficiente inventare un nemico che abbia intenzione di mettere in discussione lo spettacolo della vita quotidiana (ieri Saddam, oggi i giudici), qualcuno che si appelli a valori diversi da quelli che lo spettacolo propaganda (gli altri: i neri ieri, i mussulmani, i cinesi, i “comunisti”, oggi) e il gioco è fatto. Noi non andiamo in guerra, noi rendiamo la guerra necessaria, lasciamo che sia la popolazione stessa a chiedere giustizia, o a chiedere di salvare un popolo o una persona dalla tirannia. Ma questo è solo l’atto finale di una società capitalista matura che si appresta a diventare una società postcapitalistica. In queste società lo spettacolo imperante è secondo Debord uno spettacolo integrato: uno spettacolo che si integra con la realtà in maniera tale da proporsi al suo posto; esso ha i tratti deteriori sia dello spettacolo diffuso che dello spettacolo concentrato. Secondo Debord la mafia (tipico esempio di spettacolo concentrato) – ed in particolare la sua caratteristica di segretezza generalizzata – è il sistema economico vincente: “Nell’epoca dello spettacolare integrato, essa appare di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate”. Ma lo spettacolo integrato è anche il più alto grado di diffusione mai raggiunto; cinque sono i punti caratteristici dello spettacolo integrato: “Il continuo rinnovamento tecnologico; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso indiscutibile; un eterno presente” (§V). Il delitto perfetto preconizzato da Jean Baudrillard è ora compiuto. Ciò che è virtuale ha ucciso la realtà: non c’è più verità. Ci sono solo singole “verità” (per esempio quella di Gino Flaminio e quella di Elio Letizia, per tornare ad un caso più vicino a noi) che possono coesistere. Tuttavia la fusione tra queste polarità (virtuale e reale) non è mai pienamente integrale, l’uccisione della realtà attraverso il suo doppio lascia sempre qualche scarto, qualche detrito, tracce propriamente umane quali indici di una sostanziale imperfezione criminale che lascia ancora aperto alla speranza di poter comprendere le cose e che richiede una comprensione più spinta dell’etica e dei limiti dell’agire umano.
Campania: tra voto utile/inutile e voto alternativo
30 maggio 2009, scritto da DirittiaSinistra · scrivi un commento
Sul tema del voto e del non-voto Paola De Vivo e Giovanni Laino hanno proposto, sulle colonne napoletane di La Repubblica, un interessante dibattito. Un tratto che accomuna i due autori è l’aver vissuto, per loro stessa ammissione, in pieno la stagione Bassoliniana evidenziandone limiti, delusioni e tradimenti rispetto alle promesse originarie. Benché interessati a sostenere tesi contrapposte, entrambi sembrano concordare su un punto nodale incontrovertibile: il fallimento delle politiche del centro-sinistra e la degenerazione del potere Bassoliniano e un accresciuto senso di diffidenza dei cittadini verso le istituzioni che ha prodotto una stagnazione politica, sociale e culturale nella quale il centro-destro si è incuneato attraverso i miracoli dell’uomo della provvidenza. Leggi tutto
Amnesty International: Rapporto annuale 2009
29 maggio 2009, scritto da francesca · scrivi un commento
Il Rapporto Annuale 2009 di Amnesty International descrive la situazione dei diritti umani nel 2008 in 157 paesi e territori del mondo. Ripercorrendo la situazioni dei diritti umani nei singoli paesi, dall’Afghanistan allo Zimbabwe, il Rapporto offre una nitida immagine di come per milioni di persone i miglioramenti degli standard di vita siano, nella migliore delle ipotesi, una condizione del tutto precaria quando gli stati ignorano o reprimono anche solo uno dei diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Il 2008 ha visto un mondo sempre più incalzato dall’onda di moltitudini di persone affamate, impoverite ed escluse, le cui proteste sono state spesso represse con forza eccessiva e i governi si sono dimostrati impreparati a considerarle. Con il presente Rapporto, Amnesty International unisce la propria voce a quella di quanti s’indignano contro l’ingiustizia e l’ineguaglianza e pretendono coraggiosamente un futuro in cui tutti gli esseri umani siano liberi ed eguali, in diritti e dignità.
I dati principali del Rapporto Annuale 2009*
- Libertà di espressione
Limitazioni alla libertà di espressione sono state imposte in almeno 81 paesi.
- Pena di morte
Almeno 2390 prigionieri sono stati messi a morte in 25 paesi. Il 78% delle esecuzioni ha avuto luogo nei paesi del G20.
- Esecuzioni extragiudiziali/omicidi illegali
Esecuzioni extragiudiziali od omicidi illegali sono stati commessi in oltre 50 paesi. Il 47% di questi crimini è stato riscontrato nei paesi del G20.
- Torture e altri maltrattamenti
Torture e altre forme di maltrattamento sono state compiute, nel corso degli interrogatori, in circa 80 paesi. Il 79% delle torture e dei maltrattamenti si è registrato nei paesi del G20.
- Processi iniqui
Processi iniqui sono stati celebrati in circa 50 paesi. Il 47% di essi si è svolto nei paesi del G20.
- Detenzioni illegali
Prigionieri sono stati sottoposti a periodi di detenzione prolungata, spesso senza accusa né processo, in circa 90 paesi. Il 74% di queste detenzioni ha avuto luogo nei paesi del G20.
- Rinvii forzati di richiedenti asilo
Persone che chiedevano asilo politico sono state respinte da almeno 27 paesi verso stati in cui sono andate incontro ad arresti, torture e morte.
- Prigionieri di coscienza
Prigionieri di coscienza sono finiti in carcere in almeno 50 paesi.
- Sgomberi forzati
Sgomberi forzati sono stati eseguiti in almeno 24 paesi.
*Questi dati si riferiscono al periodo gennaio - dicembre 2008
Di seguito alcuni brani tratti dall’ introduzione al rapporto.
“Nel settembre del 2008 ero a New York per prendere parte a una riunione di alto livello delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, che la comunità internazionale si è data per ridurre la povertà entro il 2015. Un delegato dopo l’altro, tutti parlavano della necessità di reperire maggiori fondi per sradicare la fame, diminuire il numero delle morti evitabili di neonati e donne incinte, fornire acqua potabile e servizi igienici, garantire istruzione alle bambine. Pur essendo il gioco la vita e la dignità di miliardi di persone, era fin troppo evidente la scarsa volontà di sostenere quei discorsi con un contributo economico. Uscita dalla sede delle Nazioni Unite, lessi i titoli scorrevoli delle ultime notizie, che raccontavano una storia del tutto diversa che si stava svolgendo da un’altra parte di Manhattan: il crollo di una delle più grandi banche d’investimenti di Wall Street. Era il segno di dove l’attenzione e le risorse del mondo erano davvero concentrate. Governi ricchi e potenti furono immediatamente in grado di mettere insieme una somma molte volte maggiore di quella che non era stato possibile trovare per sconfiggere la povertà. Quei governi riversarono soldi in abbondanza nelle banche che stavano fallendo e nei pacchetti di stimoli per economie cui era stato permesso per anni di impazzare e che ora si erano arenate.
Alla fine del 2008 era chiaro che il nostro mondo a due dimensioni, quella della privazione e quella dell’ingordigia, quella dell’impoverimento di molti per soddisfare l’avidità di pochi, era collassato in un buco profondo.
……”
“Le molte facce della disuguaglianza
Molti esperti citano i milioni di persone usciti dalla povertà grazie alla crescita economica. La verità, però, è che molte di più sono quelle rimaste indietro. I progressi sono stati troppo fragili (come la recente crisi economica ha dimostrato), i costi per i diritti umani troppo alti. In questi anni, i diritti umani sono stati messi in secondo piano di fronte a quella specie di bisonte della strada che è stata la globalizzazione priva di regole, che ha trascinato il mondo in una frenesia di crescita. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: l’aumento di disuguaglianza, emarginazione e insicurezza; la soppressione, con modalità arroganti e impunite, delle voci di protesta; la mancanza di pentimento e di punizione per i responsabili degli abusi commessi da governi, grandi imprese e istituzioni finanziarie internazionali. Vediamo crescere i segnali di scontro e di violenza politica, che si aggiungono all’insicurezza globale già esistente a causa di quei conflitti morali che la comunità internazionale non sa o non vuole risolvere. In altre parole, siamo seduti su un barile di miscela esplosiva composta di disuguaglianza, ingiustizia e insicurezza. La miscela sta per esplodere.
Nonostante il ritmo sostenuto di crescita economica, in molti paesi africani milioni di persone rimangono al di sotto della linea della povertà, costantemente in lotta per soddisfare i loro bisogni primari. L’America Latina è probabilmente la regione con la maggiore disuguaglianza al mondo, con popolazioni indigene e altre comunità tenute ai margini nelle zone rurali come nelle aree urbane, private del diritto alle cure mediche, all’acqua potabile, all’istruzione e a un alloggio adeguato, nonostante l’impressionante crescita delle economie nazionali. L’India sta emergendo come gigante asiatico ma deve ancora fare i conti con lo stato di privazione delle classi urbane povere e delle comunità contadine emarginate. In Cina, le differenze negli standard di vita tra la classe benestante che vive in città da un lato e le comunità agricole e i lavoratori migranti dall’altro, stanno diventando ancora più profonde.
La maggioranza della popolazione mondiale oggi vive nelle aree urbane, oltre un miliardo in insediamenti abitativi precari. In altri termini, nelle città una persona su tre vive in un alloggio inadeguato, con servizi scarsi se non inesistenti e sotto la minaccia quotidiana di insicurezza, violenza e sgombero forzato. Il 60 per cento della popolazione di Nairobi, la capitale del Kenya, vive in insediamenti abitativi precari: nel più grande di tutto il continente africano, Kibera, risiede un milione di persone. Per dare giusto un altro esempio, 150.000 cambogiani sono a rischio di sgombero forzato a causa di dispute sui terreni, requisizioni e progetti di sviluppo agro-industriale o di riqualificazione urbana……”
“Le molte forme dell’insicurezza
Il numero delle persone che vive in povertà e subisce violazioni dei diritti umani è destinato a crescere a causa di diversi fattori concomitanti in un periodo di recessione economica. Anzitutto, le politiche di aggiustamento strutturale promosse dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale fino a 10 anni fa, hanno svuotato le reti di sostegno sociale sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati. Quelle politiche avevano l’obiettivo di creare condizioni interne agli stati che potessero sostenere l’economia di mercato e aprire i mercati interni al commercio internazionale. Così facendo, hanno promosso l’idea di uno “stato leggero” in cui i governi hanno abdicato ai propri obblighi in materia di diritti economici e sociali, a vantaggio dei mercati. Oltre a chiedere la liberalizzazione economica, le politiche di aggiustamento strutturale hanno anche spinto a privatizzare i servizi pubblici, a deregolamentare i rapporti di lavoro e a tagliare i servizi sociali. L’idea, suggerita dall’Fmi e dalla Banca mondiale, che gli utenti dovessero pagare le prestazioni erogate ha posto questi ultimi al di fuori della portata dei più poveri. Ora, con l’economia in crisi e la disoccupazione in aumento, troppe persone vanno incontro non solo alla perdita di una fonte di reddito ma anche a un’insicurezza sociale in cui non ci sono più reti di sostegno a tutelarle in un periodo difficile.
In secondo luogo, l’insicurezza alimentare globale, nonostante la sua gravità, sta ricevendo un’attenzione insufficiente da parte della comunità internazionale. L’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) stima che un miliardo di persone soffrano di fame e malnutrizione. Il numero è notevolmente aumentato, a causa della mancanza di cibo dovuta a decenni di bassi investimenti nell’agricoltura, a politiche commerciali che hanno incoraggiato il dumping e il crollo delle produzioni locali, all’innalzamento dei costi energetici, alla corsa ai bio-carburanti e, infine, ai cambiamenti climatici che hanno determinato penuria d’acqua, rovinato le terre e accresciuto la pressione demografica….”
“Dalla recessione alla repressione
Da un lato, siamo di fronte al grave rischio che una povertà in crescita e disperate condizioni economiche e sociali possano produrre instabilità politica e violenza di massa. Dall’altro, possiamo ritrovarci in una situazione in cui la recessione sia accompagnata da una più ampia repressione da parte di governi autoritari che mal sopportano il dissenso, le critiche e le denunce di corruzione e di cattiva gestione economica. Nel 2008 abbiamo avuto un assaggio di ciò che potrebbe accadere. Quando in molti paesi la gente è scesa in strada per protestare contro l’aumento dei prezzi dei generi di consumo e le difficili condizioni economiche, anche le proteste più pacifiche sono state stroncate con durezza.
In Tunisia, la repressione di scioperi e manifestazioni ha causato due morti, molti feriti e oltre 200 processi nei confronti dei presunti organizzatori, alcuni dei quali condannati a lunghe pene detentive. Nello Zimbabwe oppositori politici, attivisti per i diritti umani e sindacalisti sono stati aggrediti, arrestati e uccisi nella più completa impunità. In Camerun, nel corso di violenti disordini, sono morti almeno 100 manifestanti e un numero ancora maggiore di persone è finito in carcere.
In tempi di difficoltà economiche e di tensioni politiche, c’è bisogno di apertura e tolleranza. In questo modo, l’insoddisfazione e il malcontento possono essere incanalati in un dialogo costruttivo e nella ricerca condivisa di soluzioni. Invece, è esattamente in circostanze del genere che gli spazi d’espressione per la società civile si restringono. Attivisti per i diritti umani, giornalisti, avvocati, sindacalisti vengono intimiditi, minacciati, aggrediti, incriminati senza alcun motivo o uccisi, in ogni parte del mondo….”
“Un nuovo tipo di leadership
La povertà è caratterizzata da privazione, disuguaglianza, ingiustizia, insicurezza e oppressione. Questi sono in tutta evidenza problemi legati ai diritti umani, che non si risolvono solo con misure economiche ma che richiedono una forte volontà politica e una risposta unitaria che integri questioni politiche, finanziarie e ambientali in una cornice basata sui diritti umani e sullo stato di diritto. In poche parole, richiedono un’azione collettiva e un nuovo tipo di leadership.
La globalizzazione economica ha determinato un mutamento nel potere geopolitico e una nuova generazione di stati, raggruppati nel G20, sta reclamando la leadership mondiale. Composto da Cina, India, Brasile, Sudafrica e altre economie emergenti del Sud, così come da Russia, Usa e altri paesi occidentali, il G20 chiede una più accurata rappresentazione del potere politico e dell’influenza economica. Questo può anche andar bene, ma per essere davvero una potenza globale, il G20 deve impegnarsi a rispettare valori globali e fare i conti col quadro di violazioni e doppi standard in materia di diritti umani da parte dei singoli stati che lo compongono.
Non c’è dubbio che la nuova amministrazione statunitense abbia intrapreso un cammino decisamente diverso in tema di diritti umani rispetto a quella del presidente George W. Bush. La decisione presa dal presidente Obama, 48 ore dopo il suo insediamento, di chiudere entro un anno il centro di detenzione di Guantánamo, di condannare inequivocabilmente la tortura e le detenzioni segrete della Cia è stata assai apprezzabile, così come quella di candidare gli Usa al Consiglio Onu dei diritti umani. È comunque ancora troppo presto per dire se l’amministrazione Obama chiederà con franchezza e forza il rispetto dei diritti umani a paesi come Israele e Cina, così come sta facendo verso altri, come Sudan e Iran….”
“ Nuove opportunità per il cambiamento
La povertà globale, acuita dalla situazione economica, ha creato una piattaforma esplosiva per un cambiamento in favore dei diritti umani. Allo stesso tempo, la crisi economica ha stimolato un mutamento di prospettiva che volge in direzione di un cambiamento di sistema.
Negli ultimi due decenni, lo stato ha fatto un passo indietro rispetto ai propri obblighi in materia di diritti umani (se non li ha addirittura rinnegati) in favore del mercato, nella convinzione che la crescita economica avrebbe imbarcato tutti a bordo. Ma ora che arriva la bassa marea e la spinta propulsiva viene meno, i governi stanno mutando radicalmente le proprie posizioni e parlano di una nuova architettura finanziaria globale in cui le istituzioni nazionali sono destinate a giocare un ruolo più forte. Questo scenario porta con sé la possibilità che lo stato smetta di ritirarsi dalla sfera sociale e disegni un modello più legato ai diritti umani. Questo scenario crea anche la possibilità di ripensare completamente il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali in termini di rispetto, protezione e rafforzamento dei diritti umani, compresi quelli economici e sociali.
I governi dovrebbero investire nei diritti umani con la stessa convinzione con cui stanno investendo nella ripresa economica. Dovrebbero espandere e sostenere le opportunità nel campo sanitario ed educativo, porre fine alla discriminazione, rendere realtà i diritti delle donne, istituire standard universali e meccanismi efficaci per chiamare le aziende a rispondere degli abusi, costruire società aperte in cui il primato della legge sia rispettato, la coesione sociale sia forte, la corruzione sia sradicata e i governi diano conto del proprio operato. La crisi economica non dovrebbe essere presa a pretesto dai paesi più ricchi per tagliare i fondi per l’assistenza allo sviluppo. Nei periodi di difficoltà economica, gli aiuti internazionali diventano sempre più importanti per aiutare i paesi più poveri a fornire i servizi minimi essenziali nel campo della salute, dell’istruzione, dell’igiene e dell’alloggio. I governi dovrebbero inoltre lavorare insieme per risolvere i conflitti mortali. A causa della loro interconnessione, ignorare una crisi per concentrarsi su un’altra non fa altro che aggravarle entrambe…”
Estratto del video pubblicato con il rapporto annuale 2009 di Amnesty International
Protezione Civile – Guido, commissario alla qualunque cosa
27 maggio 2009, scritto da Pietro Orsatti · 1 Commento
Con l’attuale capo, la Protezione civile da struttura di coordinamento è diventata una forza professionale centralizzata. In deroga alle leggi ordinarie Ci sono domande che non hanno risposta, e risposte che, se date, suonano stonate. Partiamo dalla domande: perché sui lavori del G8 a La Maddalena sussiste ancora il segreto di Stato? Per ragioni di sicurezza, è la risposta dell’esecutivo e del super commissario a “la qualunque cosa” (che sia emergenza o no), capo della Protezione civile e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Cavaliere e dottore Guido Bertolaso. Sicurezza? Ma se a La Maddalena il G8 non si fa più che cosa c’entra la sicurezza? Sicurezza e basta. Sicurezza, per caso, che non si verifichi a cosa si è andato in deroga (tipo la Valutazione di impatto ambientale) per, come dire, ragioni di sicurezza? Certe domande prima o poi qualcuno le dovrà porre al “tecnico dei tecnici”, all’uomo buono per ogni emergenza e magagna. Leggi tutto
Uno sguardo dall’oriente: come ci vedono gli stranieri
25 maggio 2009, scritto da AntonioMa · scrivi un commento
Nan si è sposata con un ragazzo italiano. E’ cinese, di Pechino, dove aveva un buon lavoro retribuito. Ha lasciato la Cina per amore. Da dicembre risiede in Italia con regolare permesso di soggiorno.
I: Ti piace l’Italia?
R: Mi piace. Mi piace il cibo italiano, la cultura, l’opera e la musica e l’architettura. Ci sono anche molte belle ragazze e bei ragazzi.
I: Quali località hai visitato?
R: Ho visto Roma, Firenze, Pisa, Taranto, Alberobello Venezia, e Madonna di Campiglio.
I: quale località ti è piaciuta di più?
R: Madonna di Campiglio e Pisa. Pisa in particolare è molto bella ma anche non grande e caotica. Anche Venezia è bella ma è come irreale ed è molto costosa!
I: Quale cibo ti piace di più?
R: I frutti di mare (cucinati in qualisasi modo) ed il gelato (non abbiama molta scelta nei gelati in Cina). Leggi tutto
A schiena dritta
23 maggio 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento
Beh mai come in questo caso il titolo è apologia e ” summa maxima” del libro. Da Pietro Orsatti, uno dei giornalisti più qualificati e competenti nelle analisi sulla mafia e sulle sue connessioni con il mondo istituzionale, politico, aministrativo ed i relativi riflessi sulla società civile e le sue problematiche.
Un anno di reportage e inchieste sulla riorganizzazione di Cosa nostra dopo i clamorosi arresti di Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo. Partendo dai clan “periferici” della mafia rurale di Partinico, ai massimi sistemi e alle inquietanti connessioni con pezzi dello Stato. Un viaggio in una Sicilia che tenta di reagire e di modificare un percorso di emarginazione sia dal punto di vista sociale che sul piano della legalità. Un’inchiesta che punta anche all’emersione e all’analisi di figure criminali considerate erroneamente marginali e che, alla luce di una vera e propria guerra di mafia in atto in questo periodo, si rivelano come ai vertici del sodalizio criminale.
Il libro è in uscita, in questi giorni presso Edizioni Socialmente .
Pietro è un Yurait Blogger.
L’Aquila, provincia di Baghdad
23 maggio 2009, scritto da Pietro Orsatti · 1 Commento
Pattugliamenti, posti di blocco, sorveglianza aerea notturna, zone rosse e “green zone” ultraprotetta del polo amministrativo militare di Coppito. Un’emergenza affrontata come una guerra
di Pietro Orsatti da L’Aquila
La partita che si gioca in Abruzzo in questi giorni è difficilissima. Da un lato si stanno modificando a colpi di decreto e di gestione dell’emergenza l’insieme di regole che tengono insieme lo Stato, dall’altro si ridisegna probabilmente l’equilibrio che tiene in piedi il Pdl e il governo Berlusconi. A L’Aquila forse non ci si gioca tutto, ma molto sì: sulla questione dei risarcimenti, su come sono stati esautorati enti e amministrazioni locali, sulla necessità di imporre a un pacifico territorio una muscolare Protezione civile, che di civile – vista la militarizzazione del territorio – ha molto poco.
Sistema Baghdad. Ci sono le zone rosse, c’è la “green zone” ultra protetta del polo amministrativo militare di Coppito, pattugliamenti, posti di blocco ovunque e sorveglianza aerea notturna. Si sta affrontando questa emergenza causata da una catastrofe naturale come se si fosse in guerra, anzi come se si gestisse un’occupazione militare.
«Disinformazione, esautorazione delle comunità, arroganza nel trattare con gli amministratori locali da parte del sottosegretario Bertolaso, lasciato comunque solo, unico interlocutore, a trattare con gli abruzzesi. Bertolaso che costretto all’angolo promette, prende impegni, che poi puntualmente il Consiglio dei ministri ribalta. Spero che non sia un gioco delle parti». A parlare è Alvaro Jovannitti, ex parlamentare ed ex segretario regionale del Pci negli anni Settanta, una delle memorie storiche di questo territorio. Lui pensava di godersi la pensione, di occuparsi di storia del movimento operaio in Abruzzo, abbandonando la politica attiva. Ma la scossa del 6 aprile lo ha riproiettato sulla scena come animatore di assemblee e incontri soprattutto fra gli sfollati della costa, che paradossalmente oggi sono quelli che vivono difficoltà ancora più gravi di quelli rimasti nelle tendopoli ma sul loro territorio. «Da un lato il governo, rendendosi conto che i costi per mantenere migliaia persone in case private o alberghi sono molto più alti che averli nei campi, ha individuato il termine del 30 maggio. C’è un’ipotesi di proroga sul tavolo, ma i soldi stanziati sono meno di un terzo della soglia minima richiesta da albergatori e proprietari di case». E quindi fra poco meno di 15 giorni potrebbe verificarsi il rientro di chi ha preferito abbandonare temporaneamente le proprie comunità di origine in tendopoli già ora sature e con il caldo al limite della tenuta sia sul piano igienico sanitario che psicologico.
Un altro dato che pesa e peserà sempre di più a Roma è che, dopo la gestione immediata dell’emergenza, non sta accadendo nulla. Nessun cantiere, nessuna opera sostanziale di consolidamento e soprattutto nessuna casetta, baracca, azione anche provvisoria di ricostruzione. I centri storici sono deserti, circondati da militari, e dentro non sta avvenendo nulla. E intanto è iniziato un vero e proprio braccio di ferro fra Protezione civile e autorità locali (a esclusione della Regione del tutto assente in questa fase) sull’individuazione delle aree dove ricostruire. Già si è verificato una impasse a dir poco imbarazzante. I Comuni hanno indicato delle aree, la Protezione civile altre. E ciascuno immobilizza la scelta del soggetto “rivale”. Anche perché la Protezione civile agisce d’imperio, senza nessun contatto con gli uffici tecnici e le amministrazioni, mentre respinge, si sospetta di routine, ogni proposta alternativa. Un esempio di quello che sta accadendo è si è verificato a Paganica, frazione de L’Aquila. La provincia di Trento ha stanziato il denaro necessario e bandito una gara per la costruzione di 170 case costruite con i principi di bioarchitettura da destinare a questo paese alle porte della valle dell’Aterno. Consegna prevista, circa 20 giorni fa. La Protezione civile ha individuato, in totale solitudine, un’area e ha perfino iniziato a far preparare le piattaforme per la messa in opera degli edifici. Poi il Comune si è ribellato e ha indicato una zona totalmente differente ma che aveva l’obiettivo di mantenere unita la comunità attorno al centro storico. Risultato? Le 170 case andranno in altri comuni della valle e a Paganica tutto è bloccato. Addirittura le piattaforme sono state ricoperte. Questo tipo di “incidenti” sta avvenendo ovunque, e ovunque si ritarda ogni opera, ispezione, perizia. Bertolaso non cede, le comunità locali neppure. E si attende il G8.
Perché è sul G8 che si gioca la partita vera. «Dopo il G8 si capirà se i soldi ci sono sul serio, se hanno individuato chi costruirà e come e dove» spiega Jovannitti. «Per il resto terranno tutto fermo sperando che la situazione non degeneri». Ma la rete stesa su questo territorio dall’esecutivo non sta tenendo, perché l’affrettato e ambiguo decreto del governo sta allarmando non poco gli sfollati. Anche la sua versione emendata non rassicura, perché non sono stati fatti degli emendamenti “sostitutivi” ma modifiche “aggiuntive”. È stata infatti inserita la dicitura “rimborso totale” per le prime case di proprietà e residenza senza togliere la soglia dei 150mila euro per lo stesso obiettivo. Come se il governo avesse deciso che il totale è al massimo 150mila e basta. E non solo. Non è stata modificata la ripartizione di queste somme, di cui solo 50mila euro a fondo perduto da parte dello Stato e il resto a mutui agevolati e detassazioni. «Trucchi contabili», è la definizione del decreto più diffusa fra le tende. E la rabbia cresce. «Tremonti è stato molto abile – prosegue Jovannitti – si è tenuto lontano dai riflettori, non si è associato alle roboanti promesse di Berlusconi e dei suoi ministri. Una presa di distanza? Forse. O soltanto la necessità di sopravvivere quando la situazione precipiterà». Ma c’è qualcun altro che le distanze inizia a prenderle. Si tratta di molti dei politici locali del centrodestra, addirittura di alcuni eletti nelle liste di Forza Italia, che, mesi sotto pressione da parte dei propri elettori, si stanno sempre più numerosi associando al coro di protesta contro il decreto e la militarizzazione del territorio guidato in questa fase dalla presidente della Provincia Pezzopane e, in seconda battuta, dal sindaco de L’Aquila Cialente. E in particolare il disagio verso la propria maggioranza di governo sembra montare tra le fila degli eletti di An. Reggerà questo castello di carte fino al G8? Sì, se la militarizzazione tiene (e segnali contrari arrivano anche dall’interno delle forze dell’ordine e dei Vigili del fuoco). Sì, se i “ribelli” del Pdl si riallineeranno dopo una bella ramanzina da parte del partito “d’azienda, di governo e di lotta” nato dalla fusione di An e Forza Italia. Sì, se non si verificherà qualche incidente nelle tendopoli facendo franare l’ordine pubblico. Perché è evidente, oggi, che basterà una piccola scintilla a far esplodere la rivolta nei campi che, non essendoci più un quadro di riferimento politico, non avrà altra via di sfogo che la rabbia.
già pubblicato su left-Avvenimenti
Lasciate che i bambini vengano a me … so io cosa farne !
21 maggio 2009, scritto da Mario · scrivi un commento
Riporto una notizia che, sono certo, non verrà riportata nella nostra bella e cattolica nazione, dominata dall’ipocrisia sessuale che vede gli atteggiamenti “macho” del presidente del consiglio approvati con un risolino dalla maggior parte degli italiani.
Sarebbe molto educativo poter vedere, con una breve simulazione, il comportamento dei media italiani se, invece che la chiesa irlandese, fosse coinvolta quella nostrana !!!
Le migliaia di irlandesi vittime di abusi infantili hanno speso decenni a provare a convincere il pubblico a credere loro – ma anche dopo che una gigantesca ricerca ha dimostrato gli orrori della loro gioventù, molti di loro dicono che non si sono avvicinati alla vera giustizia.
Una ricerca di nove anni sulla pedofilia degli ordini religiosi cattolici irlandesi ha dipinto un ritratto maledetto di un sistema che ha protetto i funzionari ecclesiastici che molestavano i bambini mentre consegnava generazioni dei bambini più poveri alla miseria dagli anni 30 agli anni 90.
Le vittime, che ora sono tra i 50 e gli 80 anni, hanno detto con tutti gli incredibili dettagli, che il rapporto da 2.600 pagine; non ha reso pubblico ciò che realmente importa – i nomi dei loro oltraggiatori.
Questo perché un ordine religioso al centro delle accuse di abuso – i Christian Brothers – ha citato con successo i ricercatori al fine di mantenere segrete le identità di tutti i loro membri che avevano commesso un abuso.
“Io sinceramente credo che sarebbe stato un passo ulteriore verso la nostra guarigione se i nostri violentatori fossero stati nominati e svergognati,” ha detto Christine Buckley, 62 anni, che ha passato i suoi primi 18 anni in un orfanotrofio di Dublino condotto dalle suore Sisters of Mercy.
Buckley, la figlia di una ragazza madre, ha detto che l’orfanotrofio era chiuso al mondo esterno ed i bambini all’interno hanno vissuto una vita di lavoro in schiavitù producendo rosari. Ha detto che non c’era modo di evitare l’umiliazione rituale, le botte e le violenze senza alcuna differenza se i bambini avevano realizzato la loro quota di produzione dei 60 rosari al giorno.
Lei non ha rintracciato i suoi genitori, una madre irlandese ed il padre nigeriano, fino all’età di 40 anni, quando è diventata una delle prime a chiedere giustizia per la sua gioventù rubata.
“Io non ho avuto un’infanzia,” ha detto Buckley, che ha ricordato di essere stata costantemente al freddo, affamata ed assetata mentre le suore rifiutavano l’acqua ai bambini per evitare che bagnassero il letto. È stata gravemente picchiata da una suora per aver provato a far uscire di contrabbando una lettera che denunciava gli abusi, ha detto – che includevano l’obbligo di avere un “incontro” con un pedofilo dello staff.
Gli ordini religiosi cattolici che hanno gestito 52 riformatori tipo scuole di lavoro dalla fine del 19esimo secolo fino alla metà degli anni ‘90 hanno chiesto scusa dopo la pubblicazione del rapporto, parlando della loro vergogna e rammarico. Gli abusi inoltre sono avvenuti in altre 216 istituzioni per bambini gestite dalla chiesa, inclusi orfanotrofi, ostelli, scuole normali e scuole per disabili.
Il rapporto – anche in un paese temprato da 15 anni di rivelazioni sui sacerdoti predatori sessuali – ha scosso e disgustato la nazione.
Ma una volta interrogati, i Christian Brothers hanno dichiarato che avrebbero continuato a proteggere le identità dei fratelli accusati degli abusi – uomini che non sono mai stati segnalati alla polizia ed a cui invece è stato concesso di cambiare lavoro e continuare a nuocere ai bambini.
Il leader Irlandese dei Christian Brothers, il fratello Kevin Mullan, ha detto che l’organizzazione aveva il diritto di mantenere i nomi persino dei violentatori più ben documentati dal rapporto perché “forse abbiamo avuto dei dubbi circa qualcuno degli accusati.”
” Ma d’altra parte, devo dire che in questa fase, non abbiamo interesse a proteggere le persone che perpetravano abusi,” ha detto Mullan, promettendo di cooperare completamente per la fase successiva dell’indagine.
Buckley ha detto che gli ordini religiosi per anni hanno bollato le vittime come bugiardi in cerca di denaro – ed oggi sono incapaci di ammettere la loro colpevolezza.
Ha criticato Mullan per l’affermazione che “oggi, leggendo il rapporto, non gli importa se i violentatori sono nominati e svergognati. Non è un po’ tardi per noi?”
Altre vittime hanno dato risalto al fatto che, per alcuni dei loro ex compagni di scuola, la fine è arrivata molto tempo prima. Le loro tombe sono all’interno dei riformatori, dove alcuni sono morti di malattia e malnutrizione – e, sospettano i superstiti, per la violenza dei loro custodi.
“Ci sono molte persone che qui non sono sopravvissute e molta gente che ne è uscita molto rovinata,” ha detto Mannix Flynn, che ha passato due anni in una scuola dei Christian Brothers nell’Irlanda occidentale.
Flynn questa settimana ha rivisitato le scuole chiuse, in cui dozzine di residenti e di personale sono sepolte, le loro tombe segnate con piccole lapidi a forma di cuore.
“L’intero posto era un luogo di abusi. Non c’era un qualche santuario qui. Era un trauma costante e un timore costante dell’attacco,” ha detto Flynn, 52 anni, commediografo, autore ed artista a Dublino.
Ha detto che lui ed i suoi amici hanno affrontato aggressioni sessuali croniche.
” Era normale, aggressivo e violento, ma era principalmente un atto di violenza. Questo è ciò che la gente deve sapere,” ha detto.
Il governo irlandese, che nel 1999 ha chiesto scusa per il suo ruolo nel permettere i decenni di abusi ed ha costituito la commissione per smascherare la completa verità sull’argomento, ha provato a fare alcuni risarcimenti.
Un comitato governativo ha pagato ai 12.000 superstiti degli abusi una media di 65.000 euro ciascuno – a condizione che recedano dal citare la chiesa o lo stato. Altri circa 2.000 reclami sono in corso.
I leader cattolici irlandesi hanno iniziato una controversia con il governo nel 2001 che ha portato il contributo della chiesa a 128 milioni di euro – una piccola frazione del costo finale ai contribuenti.
Alcuni vittime e politici dell’opposizione hanno chiesto che la chiesa dia molto di più.
Il cardinale Sean Brady, capo dei 4 milioni di cattolici irlandesi, ha detto che la responsabilità chiave della chiesa ora è quella di “fare ciò che è necessario per rendere la chiesa un luogo sicuro per i bambini.” Egli ha detto che questo significa rinforzare i programmi cominciati nella metà degli anni ‘90 che richiedono ai vescovi di segnalare alla polizia i casi di abuso ed impedire il contatto non supervisionato fra preti e bambini.
Ma Brady ha detto che l’aumento dei contributi finanziari della chiesa per i risarcimenti era una decisione che dovevano prendere gli ordini specifici, e non la chiesa irlandese nel suo complesso.
Robin Thicke – un Rhythm ‘n Blueser a Los Angeles
21 maggio 2009, scritto da jazz · 2 Commenti
Robin Thicke nasce nel 1977 a Los Angeles, figlio d’arte, un po’ sfortunato con le sue meravigliose canzoni … Inizia ad interessarsi alla musica fin da piccolo, grazie all’ascolto dei suoi idoli Marvin Gaye e Steve Wonder … autodidatta inizia a strimpellare [molto bene a dire il vero] il pianoforte e la chitarra che diventa il suo strumento primario per scrivere dell’ottima musica. Debutta con “Cherry Blue Skies”. Nel 2003 il suo l’album viene ripubblicato con l’aggiunta di due brani e reintitolato “A Beautiful World” contenente il singolo “When I Get You Alone” che contiene un campionamento della Sinfonia n°5 di Beethoven. leggi tutto…



