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Social Media integrati nel rapporto cittadino-istituzioni: Boston Police department

22 luglio 2009, scritto da ettoreboe · scrivi un commento 

L’ informazione, sorprendente ed atipica (soprattutto per il pubblico italiano abituato a immaginare come dei più tradizionali Starsky e Hutch i poliziotti americani), è che il dipartimento di polizia di Boston ha un feed su Twitter. Ma se vogliamo, ancora più sorprendente è il doppio risultato cui porta l’ utilizzo di Twitter da parte della polizia di Boston: la possibilità di ricevere informazioni nella interazione col pubblico, come nel caso del recente programma contro i furti di biciclette lanciato dal sindaco Thomas M. Menino, in collaborazione appunto col dipartimento di polizia, ma soprattutto l’ enorme vantaggio di un avvicinamento della “istituzione” polizia nel rapporto con i cittadini. Simpatico e molto significativo, in tal senso, lo scambio avvenuto tra i poliziotti di Boston, in occasione del ferimento di un collega ed i cittadini.

Nel primo messggio i poliziotti informano che stanno accompagnando un poliziotto del 4° distretto al Beth Israel Hospital, ferito da “un morso umano al braccio”:

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Al messaggio risponde un cittadino (willcady) chiedendo di essere informato nel caso si trattasse di un morso di zombie!!

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E con simpatica e ironica interazione i poliziotti rispondono : “si, assolutamente!!”:

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fonte: trutv

Barack, lo stato sociale ed il neo maccartismo

21 luglio 2009, scritto da Antonio Rossano · scrivi un commento 

In questi giorni si gioca a Washington una importante partita, forse la prima seria prova per il presidente Obama, i cui esiti potranno prefigurare il vero scenario della presidenza democratica nei prossimi anni.
Se da un lato il piano anti-crisi da 789 milioni di dollari (“stimulus”) è passato nei primi 100 giorni, con alcune difficoltà, ma sull’ onda del trionfale successo elettorale e, soprattutto, del “bisogno” di dare una risposta immediata e fattiva ad una crisi che ha travolto e punito l’ incontrollata economia statunitense, d’altra parte la prima vera “mossa politica” di Obama, la riforma della Sanità, potrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile.

La questione dello stato sociale , negli Stati Uniti, è un problema sul quale, da sempre, si sono confrontate due “tendenze energetiche” opposte: quella Repubblicana, capitalista nel senso più reazionario del termine e quella Democratica orientata per grandi linee verso il sociale, ma mai in maniera così determinata da riuscire a portare avanti riforme strutturali del sistema.

Sistema che, proprio in occasione della recente crisi economica globale, ha mostrato tutti i suoi limiti e la sua incapacità a rinnovarsi ed a trovare nuove modalità di interazione, differenti dal capitalismo oligarchico delle grandi lobbies bancarie, assicurative e mediche. Sistema che per le sue proporzioni, nei suoi movimenti e cambiamenti coinvolge l’ intero pianeta, alla ricerca di una nuova regolamentazione, come anche espresso dai partecipanti all’ ultimo G8 dell’ Aquila.

Sul fronte interno, in questo momento, nella sua proposta di cambiamento del sistema sanitario nazionale, Obama si trova di fronte la più pericolosa delle  contestazioni e degli attacchi: il responsabile del Comitato nazionale Repubblicano, Michael Steele, ha definito il progetto di legge sulla salute di Obama un “multimiliardario esperimento” e l’ approccio della sua amministrazione “socialista”.

Certo non siamo più ai tempi della “guerra fredda” dove l’ accusa di 501px-joseph_mccarthy “comunismo” nella divisione del mondo in due blocchi, rappresentava, nella opinione pubblica americana, un marchio infamante ma  soprattutto di pericolo, di palese ostilità verso la nazione, tanto che, il senatore repubblicano Joseph McCarthy ne fece l’ arma più potente, per governare e controllare l’ opinione pubblica americana, in quei difficili anni.

Ma il pericolo, al di là del mutato scenario globale rispetto a quell’ epoca, è proprio la possibilità che un opinione pubblica avvinta in questo momento dal disagio economico possa , adeguatamente “informata” e pilotata, tornare a vedere, questa volta in Obama, gli spettri di un passato remoto ancora presente nel subconscio collettivo di quella nazione.

Università: la riforma Gelmini tra bluff e restaurazione

20 luglio 2009, scritto da AntonioMa · 2 Commenti 

Sui maggiori quotidiani italiani si legge che la tanto temuta riforma Gelmini (tra l’altro bocciata dall’Economist, noto giornale “comunista” inglese) ha dato luogo ad un minore numero di bocciati in Italia.

gelmini-panoramaCosa è successo? Non è successo proprio nulla: probabilmente i criteri di valutazione dei professori non sono cambiati e si sono adattati ai nuovi criteri dati dal Ministero. Mi spiego, se uno studente era valutato da 6 prima della riforma, dopo la riforma quel 6 è diventato – comprensibilmente – equivalente ad un 7 e non ad un 5 (come probabilmente era nelle mire della Gelmini). Le valutazioni scolastiche, sono dovuti ad un fattore umano, non un fattore “scientifico” o “tecnologico” che può venire imposto dall’alto.

Ma cosa succederà con la riforma Gelmini dell’Università? Vi sono due “modelli” di Università nel mondo: uno è quello anglosassone (USA e Regno Unito) l’altro è il modello tedesco. Negli anni recenti le Università italiane hanno seguito il modello anglosassone: indipendenza delle università sia nella gestione delle risorse finanziarie, sia nelle politiche accademiche che nel reclutamento dei professori. Questo modello che appriva molto promettente e che lasciava trasparire una certa eguaglianza tra Università piccole e grandi (basato sull’idea che le Università avessero prinicpalmente come bacino di utenza il proprio territorio dove queste erano locate), ha portato al dissesto finanziario di moltissime Università. Tale dissesto era anche dovuto al modo di gestire le risorse umane della baronia locale alla quale la baronia – per così dire – più famosa e apprezzata internazionalmente – non si è potuta contrapporre. In altre parole i piccoli baroni locali hanno fatto il bello e il cattivo tempo sia dal punto di vista amministrativo che di proselitisimo, danneggiando così il debole tessuto intellettuale accademico italiano ed incoraggiando la cosiddetta “fuga dei cervelli”.

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Questo modello inoltre ha dato il via alle proliferazioni dei corsi di laurea: oggi infatti ci si può laureare in «Scienze del fiore e del verde» a Pavia (che invero ha ottenuto un certo successo), oppure in «Produzioni vegetali: verde ornamentale, ricreativo e protettivo». L’ offerta però non ha avuto il successo sperato. All’ ateneo di Catania ci si può laureare in Gestione dell’ impresa agricola e agroalimentare e valorizzazione dei prodotti mediterranei (più che il titolo di un corso di laurea sembra il titolo di un film di Lina Wertmuller). Negli Stati Uniti e nelle Università di Sua Maestà Britannica è lo stesso: una proliferazione eccessiva dei corsi di laurea, solo che se non hanno un minimo numero di studenti (di solito intorno ai 6 studenti) non vengono portati avanti. Ma quelle università sono molto competitive, hanno un sistema di relutamento studenti di tipo internazionale che gran parte delle Università italiane ancora non hanno. E poi, in america specialmente c’è un sistema di esami suddivisi in minor e in major:  ti laurei nelle discipline dove tu ottieni il tuo major (di solito con crediti doppi rispetto al minor) e ti viene riconosciuta una certa esperienza nel gurppo di discipline dove ottiene il tuo minor;  si possono avere combinazioni di ogni tipo: laureato in fisica con un minor in scienze occulte; oppure laureato in scienze della comunicazione non verbale con minor in chimica alimentare. Questo perchè in quei paesi si da maggior enfasi al grado successivo – cioè al Master, e al titolo più alto riconosciuto dalle accademie: il Dottorato di Ricerca. Vale la pena qui ricordare come i grandi filosofi del passato che hanno insegnato negli Stati Uniti come Rudolf Carnap (austriaco) e Bertrand Russell (inglese) ritenessero il sistema didattico americano molto carente e peggiore rispetto a quello europeo.

Il trend attuale in quei paesi è che sia per motivi di mercato che per motivi di pigrizia degli studenti, le discipline soft hanno un maggiore appeal rispetto a quelle hard. In altre parole si studiano materie “discorsive” , come il management, che materie “scientifiche”, cioè fatte di calcoli come la matematica o la statistica. Questo trend sta prendendo piede anche in Italia. Questo significa che materie come la letteratura (che ha una sua complessità formale a causa della grammatica) o come la matematica vengono ancora meno studiate e che nel prossimo futuro dovremo prendere studiosi dall’estero per mantenere vive quelle discipline che prima erano il bastione della cultura occidentale.

Il sistema tedesco invece è un sistema old-fashioned molto rigido che non ammette molta flessibilità e neanche molta possibilità per la multidisciplinarità come quello anglo-americano. Ma riesce a dare delle basi maggiormente forti allo studente rispetto a quello anglosassone. Possiamo dire che è molto più “formativo” rispetto a quelo americano. Ma in un mondo in continuo cambiamento, un sistema così rigido può essere ancora utile? La risposta dipende da quanto le problematiche relative all’economia saranno importanti nel prossimo futuro e quanto le persone saranno libere di scegliere cosa studiare seguendo la propria vocazione e non perchè si è figli di farmacisti, piuttosto che di giuristi. In questo modo si vede come il discorso della formazione investe problematiche che vanno al di là della formazione stessa e riguardano piuttosto il problema di come è fatta una società; se vogliamo rinnovare il modo di fare la classe dirigente scegliendo tra i più meritevoli oppure tenere lo status quo e lasciare che logiche familistiche e di cooptazione tengano ancora banco nel reclutamento dell’élite.

A margine di questo discorso c’è anche il problema del reclutamento dei professori universitari: la logica vigente è quella di premiare la stanzialità del ricercatore e la sua fedeltà ad un gruppo facente parte di un gruppo disciplinare, piuttosto che premiare la sua capacità didattica, pubblicistica,  e creativa. In un mondo che comuqnue va verso una competizione globale anche tra università questa non è una scelta scaltra. E’ piuttosto la capacità di attirare studenti stranieri (e quindi avere reputazione internazionale e quindi una capacità di avere un maggior portafoglio di possibilità di avere fondi di ricerca) che conta oggi e conta sempre di più. E piuttosto a questo problema – che ha portato alla cosiddetta fuga di cervelli – che il Ministero deve guardare, e non rendere il percorso didattico degli studenti delle scuole più complicato.

Ancora meglio sarebbe adottare – come criterio di finanziamento statale alle Università – quel sistema di ranking delle università usato già in America e in Inghilterra (e che sta per essere usato in Cina) basato sulla qualità della ricerca, intesa come capacità di trovare finanziamenti per la ricerca, qualità delle pubblicazioni basate sull’Impact Factor (un sistema che “misura” tutte le volte che un articolo è stato citato e in quale rivista) e sulla qualità dell’insegnamento del docente. Certamente si aumenterebbe sia la qualità complessiva della accademia italiana (benchè si etichetterebbero queste università come di  serie a, b e c). Ma, forse questo molti baroni, soprattutto quelli locali, non lo vogliono neanche sentire da lontano.

65000 morti, previsione in Inghilterra per l’ influenza H1N1

17 luglio 2009, scritto da FabioD · scrivi un commento 

In Inghilterra il Prof Sir Liam Donaldson, direttore clinic del National Health Service, ha relazionato giovedì scorso, sull’ ipotesi di 65.000 morti, il prossimi inverno in Gran Bretagna, considerando una ipotesi minima di 19.000. (Telegraph).L’ Organizzazione Mondiale della Sanità, sebbene osservando la natura “mite” dei sintomi e rinunciato a monitorare quei paesi dove l’ influenza è largamente diffusa, ha prodotto un nuovo documento sulle modalità di osservazione e reporting per quei paesi che al contrario si trovano ad affrontare i primi casi.
Insomma sembra proprio che il prossimo autunno, come avevamo in qualche modo annunciato, ci troveremo ad affrontare una grave emergenza.

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