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A passeggio con i protagonisti del 2.0 nel cuore di Napoli

31 ottobre 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento 

Con il Patrocinio dell’Associazione Stampa Napoletana, a partire dal 22 settembre fino al 1° dicembre, presso la sede napoletana del circuito delle Librerie Ubik (www.ubiklibri.it) si terranno una serie di incontri con autori e progettisti delle nuove tendenze digitali. La rassegna improntata con focus sulle Culture Digitali è volta ad incontrare nel centro storico della città partenopea gli studiosi, i protagonisti e gli innovatori della rete.
SENTIERI DIGITALI è la prima iniziativa, al motto di “Be Digital. Make Culture.” nata con la visione di affrontare tutte le tematiche dell’ampio paniere che offre e che sta proponendo l’evoluzione e l’uso della Rete e delle tecnologie digitali. La missione è di informare sul “2.0”, sui protagonisti e gli scenari non convenzionali e innovativi, sui media digitali e sulle tecnologie. Al centro di questo primo blocco di sentieri gli autori di testi che hanno dato ed offerto, con il loro sforzo di ricerca, un valore aggiunto contribuendo al work in progress della cultura dei tempi in corso, e i fondatori di alcune tra le piattaforme di giornalismo partecipativo e multimediali esistenti oggi. Leggi tutto

Israele/Territori palestinesi occupati: Israele raziona l’acqua ai palestinesi

29 ottobre 2009, scritto da francesca · scrivi un commento 

Amnesty International ha accusato  Israele di negare ai palestinesi il diritto a un adeguato accesso all’acqua, mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilità di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.

“Israele consente ai palestinesi di accedere solamente a una piccola parte delle risorse idriche comuni, che si trovano per la maggior parte nella Cisgiordania occupata, dove invece gli insediamenti illegali dei coloni ricevono forniture praticamente illimitate. A Gaza il blocco israeliano ha reso peggiore una situazione che era già terribile” – ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori palestinesi occupati.

In un nuovo approfondito rapporto, Amnesty International mostra fino a che punto le politiche e le pratiche israeliane negano ai palestinesi il loro diritto all’accesso all’acqua. Israele utilizza più dell’80 per cento dell’acqua della falda montana, la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell’area, e limita l’accesso dei palestinesi al solo 20 per cento. La falda montana è l’unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante a disposizione d’Israele, che tiene per sé tutta l’acqua disponibile del fiume Giordano.

Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantità d’acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell’acqua dell’unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all’ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell’acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.

Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualità e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.

“In oltre 40 anni di occupazione, i divieti imposti da Israele all’accesso all’acqua dei palestinesi hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di servizi idrici nei Territori palestinesi occupati, negando così a centinaia di migliaia di persone il diritto di vivere una vita normale, di avere cibo a sufficienza, una casa, la salute e sviluppo economico” – ha dichiarato Donatella Rovera.

Israele si è appropriato di vaste aree delle terre palestinesi ricche di acqua, occupandole e vietando l’accesso ai palestinesi. Ha inoltre imposto un complesso sistema di permessi che i palestinesi devono ottenere dalle forze armate e da altre autorità israeliane per portare avanti progetti idrici nei Territori palestinesi occupati. Tali richieste sono spesso rifiutate o subiscono lunghi rinvii. I divieti imposti da Israele al movimento di persone e beni inaspriscono ulteriormente le difficoltà che i palestinesi devono affrontare quando cercano di portare a termine progetti idrici e sanitari o anche solo quando vogliono distribuire piccole quantità di acqua.

Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell’esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell’acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana destinata all’irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando buona parte dell’acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.

In alcuni villaggi palestinesi, poiché non hanno accesso all’acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra né a produrre piccole quantità di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantità dei capi bestiame.

“L’acqua è un bene e un diritto fondamentale ma avere una quantità d’acqua anche minima e di cattiva qualità è diventato un lusso che molti palestinesi possono a malapena permettersi” – ha commentato Rovera. “Israele deve porre fine alle sue politiche discriminatorie, abolire immediatamente tutti i divieti che impone ai palestinesi per l’accesso all’acqua, assumersi la responsabilità di affrontare i problemi che ha creato e accordare ai palestinesi un’equa ripartizione delle risorse idriche comuni”.

Ulteriori informazioni
Questo nuovo rapporto fa parte della campagna globale “Io pretendo dignità”, lanciata da Amnesty International nel maggio di quest’anno per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la povertà. La campagna sta mobilitando persone di ogni parte del mondo per pretendere che i governi e le aziende ascoltino la voce di coloro che vivono in povertà e rispettino i loro diritti.

Politico.com: la spina nel fianco del Washington Post

29 ottobre 2009, scritto da FabioD · scrivi un commento 

allbrittonDopo aver sottratto al Washington Post una larga fetta dei propri tradizionali lettori nel settore delle news e commenti sulla politica, Robert L. Allbritton, editore di Politico.com, si appresta ad aprire una nuova redazione, web-based, che si occuperà di informazioni e news locali nel distretto di Washington D.C., territorio storicamente di competenza del Washington Post.
E, come ciliegina sulla torta, Allbritton ci mette a capo di questa nuova struttura da 50 giornalisti (!) , Jim Brady, già responsabile del sito Web del Washington Post.
ehm……

Google story

29 ottobre 2009, scritto da emilianaer · scrivi un commento 

Non profit per una nuova democrazia delle informazioni

26 ottobre 2009, scritto da Antonio Rossano · 1 Commento 

Mi risulta difficile non cogliere le osservazioni di Clay Shirky sul giornalismo e sulle possibili eventuali sue evoluzioni e trasformazioni.

Se “thinking the unthinkable” rappresenta probabilmente la migliore fotografia dello stato dei luoghi del giornalismo contemporaneo e della sua evoluzione, le sue considerazioni e la sua attenzione , a volte per noi europei troppo “americanamente” pragmatiche, sono comunque sempre fonte di attenta riflessione: se vogliamo forse anche per il fatto che quello che accade di là dall’ Atlantico, nove volte su dieci diviene prospettiva probabile nel vecchio continente. Soprattutto se parliamo di media e informazione.

Come nell’ ultimo post sul suo blog “Rescuing The Reporters”, dove , sempre alla ricerca di un “business model” possibile per i giornali, narra   di un particolare studio statistico effettuato “in casa” sul Columbia Daily Tribune. Obiettivo: valutare quante informazioni erano “prodotte” dal giornale localmente con i suoi reporters, e quante venivano dall’ esterno ( per gran parte da Associated Press).

shirky

Il che non rappresenterebbe alcunchè di particolare, se il tutto non fosse stato fatto in maniera inconsueta: ritagliati tutti gli articoli che rientravano in una categoria piuttosto che nell’ altra e successivamente impilati in distinti “pacchetti”, li ha poi pesati materialmente, in grammi, su di una bilancia.

Orrore di tutti gli statistici, ma cosa di più geniale che dare un “peso” reale alle notizie?

Risultati, per Shirky, conformi alle aspettative o comunque  in linea con possibili previsioni: 1/3 delle notizie risultavano create dal giornale vs 2/3 acquistate all’ esterno; 2/3 erano contenuti misti ( oroscopi, commenti, analisi, etc..) e solo 1/3 erano notizie vere, raccolte sul campo.

Ma nell’ elaborare questi dati piuttosto scontati, Shirky si accorge che, su 59 dipendenti del giornale, i cronisti sono soltanto 6.

6 su 59. Il resto redattori, tecnici, addetti al personale, di tutto di più.

E’ evidente per Shirky che questo modello, economicamente, non può sopravvivere.
E quì ritorna alla citazione iniziale del suo post e cioè all’ idea proposta a gennaio di quest’ anno da Steve Coll su “The New Yorker” ( cronista per vent’ anni al Washington Post ha lasciato la redazione dedicandosi al giornalismo no-profit), su un nuovo modello di giornalismo, non Profit, basato su contributi, donazioni e raccolte di fondi.

Questo tipo di giornalismo, privo delle costosissime megastrutture capitalistiche tradizionali , costerebbe, secondo Coll, il 95% in meno.

Aggiungo ( e da qui il titolo che ho dato a questo mio post), che la destrutturazione dell’ informazione , priva di un valore economico intrinseco , la renderebbe probabilmente priva dei vincoli di assoggettamento al potere che attualmente rappresentano uno dei limiti in assoluto maggiori per una informazione libera e non condizionata.

Resterebbe probabilmente la sfera di influenza politica che peraltro, in una “ecosfera” meno inquinata dal capitale, avrebbe anche minori possibilità di condizionamento.

Yurait e il valore della memoria nell’informazione: intervista ad Antonio Rossano

26 ottobre 2009, scritto da Simona Fiore · scrivi un commento 

antoniorossano

Yurait, ad un anno dal suo lancio, ha raggiunto dei risultati più che positivi, e a breve uscirà definitivamente dalla fase “prenatale” per abbracciare importanti evoluzioni. Si tratta di un bilancio che si misura non con i soliti grandi numeri, ma in termini umani, e nella capacità del social blog di restituire valore alle parole, divenendo un luogo della memoria, come ci spiega Antonio Rossano, il suo fondatore, nell’intervista che segue.

Antonio come nasce la tua passione per la comunicazione online?
Mi occupo di ICT da 25 anni. La comprensione dei flussi informativi è un must in quel settore. Tuttavia, da quel settore non è automatico spostarsi ed occuparsi di informazione e giornalismo e, personalmente, il passaggio è avvenuto sulla base di profonde esigenze culturali e nella convinzione che l’ informazione e la sua diffusione libera e indipendente debba essere un po’ il compito di tutti noi. Ma anche (come direbbe buonanima Veltroni) per il piacere personale di scrivere.

Com’è nata l’idea di Yurait?
Yurait nasce all’ incirca un anno fa, come luogo di sperimentazione di una nuova modalità di fare informazione, partecipativa e dal basso, che in altri luoghi del pianeta si è molto affermato e diffuso, mentre da noi, per motivi istituzionali e legislativi oltre che culturali, arranca  a partire.

Yurait, qual è il significato di questo naming?
Yurait è la forma fonematica dell’ inglese “You write” ,Tu scrivi, che è anche, a mio avviso , il senso di questo luogo dell’ informazione condivisa: una piattaforma dove tutti, senza differenza di ideologia, razza o religione, possano esprimere il proprio pensiero, liberamente. Nessuno opererà alcuna censura, il gruppo di “redazione” opera solo un controllo sulla liceità del contenuto, quindi lo pubblica.

Cos’è un social blog?
Un social blog è semanticamente il contrario di un blog: dove il blog rappresenta il massimo livello della autoreferenzialità ed il “dio” blogger ha sulle informazioni potere di vita o di morte (postando in esclusiva gli articoli e selezionando o censurando i commenti), nel social blog la monocraticità scompare sostituita da  un luogo multiautoriale ed aperto dove tutti sono “prosumer” o meglio, produttori e consumatori, confrontandosi apertamente e senza limitazioni di alcuno.

Quali sono le tematiche trattate da Yurait?
Non vi sono tematiche predefinite. Vi sono delle “categorie” di informazioni, all’ interno delle quali il flusso informativo viene classificato, solo ed esclusivamente ai fini della sua gestibilità e ritrovamento. Ognuno può parlare di qualsiasi cosa. E’ la sua presenza costante e la quantità dei suoi lettori e commenti che ne determina la “popolarità”.
Abbiamo una quarantina di bloggers che scrivono più o meno spesso, ognuno con riferimento ai propri interessi e specificità, qualcuno anche legato al territorio o ad argomenti relativi alla propria attività o professione. Sicuramente la comunicazione ed i media, come argomenti di discussione,  ricorrono quantitativamente in maniera maggiore rispetto ad altri.

Quali sono le policy che regolano il social blog?
Rispettare le leggi è l’ unica policy cui il blogger è tenuto ad attenersi. Ma questa ritengo sia una policy che forse attiene più in generale la vita e la società. Anche quando le leggi sono ingiuste e limitative della libertà, come ad esempio la legge sulla stampa che prevede ancora, nell’ era di internet e della comunicazione libera, il reato di “stampa clandestina”.
Inoltre è richiesto che il contenuto che viene proposto per la pubblicazione sia autentico ed originale, non frutto di un semplice “copia e incolla”.

Quali problematiche hai dovuto affrontare inizialmente per partire con il progetto?
Problematiche tipiche di organizzazione e tecniche, non sono mancate.
Forse il problema più rilevante in questo momento attiene la tipologia della comunicazione di Yurait: oggi, nell’ epoca dei social network, dove le informazioni corrono e scorrono veloci, dall’ alto verso il basso (come ad esempio la “home” di facebook) la memoria diviene sempre più a breve termine; ogni informazione diviene simulacro di se stessa, per la sua forma e velocità di ciclo di vita. Non vi è più il tempo di sedimentare, analizzare e ragionare sulle cose e questo ci rende tutti più deboli, più vulnerabili e soprattutto, meno consapevoli. Certo i meccanismi dell’ instant messaging e del social network sono potenti e fascinosi per la nostra mente. Restituiscono gratificazione immediata e senso di onnipotenza. Ma in realtà, per come sono veloci,  sviliscono i contenuti li riducono ad una sequenza labile di “botta e risposta”. Yurait, come qualsiasi blog, è connotato da una comunicazione asincrona, lenta. In questo senso può dare ai lettori la percezione di essere, soprattutto quelli più giovani ed abituati alla velocità delle comunicazioni sincrone sopradescritte,  un luogo del passato.
Ma più che del passato, Yurait è un luogo della memoria. Le informazioni restano. Sono rintracciabili. Le discussioni posseggono connotati che le definiscono nello spazio e nel tempo, storicizzandole ed oggettivandole. Il problema, ma non è un problema di Yurait quanto un problema che attiene in generale i nuovi media, è nel restituire valore alle parole, scrivendole. E pensandoci prima di scriverle. Le discussioni acquisiscono in tal modo valenza culturale. Può avere valore culturale il contenuto di una chat che inoltre, al suo termine, viene perduto per sempre?
Io uso e studio i nuovi media e sono presente in molti social network: ma parallelamente va mantenuta e custodita gelosamente la memoria, di ciascuno e di tutti. Anche perché la memoria è la nostra identità. Noi siamo quello che ricordiamo. Il passato, per definizione, non esiste, se non nei ricordi e nelle abitudini di ciascuno e delle società.
Ci sono dei costi di gestione di Yurait?
Il costo principale è dato dal tempo che viene impiegato dagli amministratori per la lettura e pubblicazione degli articoli dei bloggers. Ma chi collabora con Yurait lo fa per passione e per interesse, concedendo volentieri il proprio tempo per questa attività.

Nelle tue intenzioni c’è anche quella di monetizzare Yurait?
Assolutamente NO. Yurait è un luogo di informazione “non profit” e tale rimarrà per sempre. Sicuramente, se tale discorso non vuole rimanere e morire in una fase “prenatale” di sperimentazione deve fare un piccolo salto di qualità. E per questo che ci stiamo costituendo in Associazione Culturale con l’ obiettivo statutario di diffondere l’ informazione “dal basso”, iperlocale e soprattutto libera. In questo senso attiveremo tutti i canali tradizionali del no-profit, come la raccolta di contributi, donazioni e finanziamenti .

Qual è la condizione attuale del giornalismo partecipativo in Italia e in questo contesto come  si colloca Yurait?
Come già detto prima, il giornalismo partecipativo, che nel mondo è ampiamente diffuso ed affermato, in Italia ha non poche difficoltà. Istituzionali e legali legate alla legge sulla stampa ed a quella sugli ordini professionali; economiche in quanto nel nostro paese l’ informazione è gestita secondo un business model che definirei “pre-capitalistico” in quanto fondato apparentemente su un piano normativo di tipo capitalistico che  sostanzialmente invece non ne possiede i requisiti fondamentali della concorrenza e del libero mercato. Infine dal punto di vista culturale (che potrebbe essere anche in parte conseguenza dei primi due punti) in Italia vi è una carenza di  maturità ed autonomia degli utenti nell’ uso di Internet che è sproporzionata alla diffusione di questo “medium”: insomma le persone lo usano ma non ne capiscono sostanzialmente i meccanismi e le dinamiche, riconoscendo autorevolezza ed autenticità a fonti e luoghi dell’ informazione che non ne hanno per niente, come appunto i social network.

Yurait vanta una nutrita collaborazione di firme importanti come Bernardo Pannella di GV, professionisti, esperti e blogger: come mai in tanti hanno risposto al richiamo del social blog?
Forse proprio perché in Italia questa è terra di nessuno. Vi è un grande bisogno di aprire nuovi luoghi di discussione e dibattito.

Ad un anno dal suo lancio qual è il bilancio di Yurait?
Positivo. Non lo posso pesare in numeri: a questo non credo e non mi interessa. Potrei dire 3000 o 300000 visite al giorno, senza che questi numeri abbiano alcuna valenza sostanziale. Una visita segnata da un motore di ricerca può essere un fatto occasionale o, nel migliore dei casi, il frutto di un buon lavoro di SEO. Il bilancio positivo di Yurait è nell’ aver trovato alcune persone che hanno identificato in questo luogo un proprio spazio di dialogo e di discussione.

Sono previste delle evoluzioni per Yurait? Quali nello specifico?
In parte ho già risposto prima a questa domanda. Potrò essere senz’ altro più preciso di qui ad un mesetto, ma già nella presentazione che farò il 18 novembre p.v. presso la libreria “ubik” di Napoli, nell’ ambito della rassegna “Sentieri Digitali” organizzata dalla ottima Francesca Ferrara, potrò dare qualche ulteriore informazione in tale senso.

Simona Fiore

Il regresso tecnologico italiano

26 ottobre 2009, scritto da AntonioMa · scrivi un commento 

L’Italia è per vari aspetti un paese che, rispetto ad altri in Europa, viaggia con un ritardo culturale di 5-10 anni. Quando in Italia si parla di infrastrutture all’estero si parla di contenuti e come regolare la ricerca che sempre di più si avvale di Internet.

La domanda che mi voglio porre qui è: può una nazione come quella italiana che è trai paesi economicamente più sviluppati del mondo continuare con i tagli alla ricerca scientifica e piuttosto stanziare fondi per il “Ponte sullo stretto”? Le strategie intraprese dal Ministro Gelmini per la riforma della Università rappresentano delle riforme efficaci?

SpettroCome Ignazio Marino, candidato alla segreteria del PD, ha più volte sottolineato, in tutti i paesi avanzati la ricerca scientifica è stata una priorità per quei paesi che stanno soffrendo maggiormente della attuale crisi finanziaria rispetto alla costruzione di imprese faraoniche. Questo mostra come la società italiana per svariate ragioni che lasciamo intuire al lettore, non voglia, non riesca e non possa passare da una economia materiale ad una economia della conoscenza. Leggi tutto

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