TifoNapoli : all’Apple store l’applicazione più venduta è napoletana
21 dicembre 2009, scritto da titticimmino · scrivi un commento
Cinque giovani creativi napoletani in uno studio dei Quartieri Spagnoli sono riusciti a far si che la prima applicazione che parla di calcio napoletano riuscisse a a battere i prodotti fatti direttamente dalle mayor: Milan, Inter e Juve.
È napoletana l’applicazione sportiva più venduta per l’iPhone. Sono quindi i napoletani i tifosi più tecnologici. TifoNapoli, questo il nome del software, stacca di 5 posizioni “iMilan” e balza prima in classifica. Stavolta Davide batte Golia grazie alle nuove tecnologie. La caratteristica dell’applicazione è quella di poter avere sul telefonino news aggiornate minuto per minuto su squadra, calciomercato, risultati, formazioni, interviste. C’è il calendario, con le date e gli orari di tutti gli incontri della stagione, aggiornati con i risultati dei match e con la classifica di Serie A per tenere sempre presente gli obiettivi da raggiungere; c’è la squadra, con tutte le informazioni sui campioni da De Sanctis a Lavezzi e aggiornamenti istantanei.
TifoNapoli, è la dodicesima applicazione su oltre 40.000 dedicata alla Città di Napoli; è la prima sulla squadra di calcio del Napoli, la quarta con più tifosi di Italia.
L’idea nasce da un giovane programmatore/imprenditore, Luigi Marino poco più che ventenne, che si chiede: “Perché non posso avere la mia squadra del cuore sul mio iphone del cuore? …Quasi quasi la Faccio io…”. Da qui i primi contatti con qualche blogger con cui ha chiuso degli accordi (su tutti tuttonapoli.net). Poi l’incontro con altri giovani professionisti: Danilo De Rosa, Bruno Bellissimo e Marco Musella che hanno portato rapidamente con disegno di Antonio Prigiobbo il neonato team Wooom a essere il primo gruppo a rilasciare un’applicazione per i tifosi napoletani per i dispositivi mobile. Proprio Prigiobbo dice:
L’idea di sviluppare qualche cosa per la nostra squadra del cuore c’era stata già qualche mese fa. Ci è venuta quindi l’idea di parlare del calcio come tifosi e come tra amici è stata consequenziale la scelta di realizzare un prodotto che veda coprotagonisti i tifosi. Questo è un tributo alla nostra squadra e alla nostra città, già stiamo lavorando per sviluppare altri progetti sia nello sport che per il tempo libero e l’arte, con sofisticare logiche di marketing interattivo.
[link ufficiale www.wooom.it/apps/tifonapoli/]
Odio, campagne mediatiche e regime
20 dicembre 2009, scritto da Antonio Rossano · 1 Commento
Che la situazione attuale del nostro paese abbia in sè i germi pericolosi del regime è più che una semplice sensazione .
Ci sono delle similitudini che lasciano un brivido nella schiena.
Nel famoso discorso del 3 gennaio 1925 alla Camera dei Deputati (due giorni dopo vennero definitivamente soppresse le attività parlamentari), Mussolini, nell’ avocare a sè la responsabilità morale, politica e storica dell’ omicidio di Giacomo Matteotti, avvenuto pochi mesi prima (16 agosto 1924), parla così degli attacchi ricevuti da parte dell’ opposizione, in relazione a quegli eventi:
“Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: “voglio che ci sia la pace per il popolo italiano”; e volevo stabilire la normalità della vita politica. Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell’Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. (vive approvazioni). Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. (Applausi vivissimi e prolungati). Leggi tutto
La sindrome di Betsabea e la leadership italiana
20 dicembre 2009, scritto da AntonioMa · 3 Commenti
Venerdì scorso la professoressa Joanne Ciulla ha tenuto un seminario alla Facoltà di Economia della Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Joanne B. Ciulla è una italoamericana di seconda generazione, è una delle più importanti esperte mondiali di etica degli affari e di etica della leadership. Addottorata in filosofia alla Temple University di Filadelfia, è stata la prima persona a ottenere la cattedra di studi sulla leadership sponosrizzata dall’UNESCO alla United Nations University International Leadership Academy di Amman, Giordania. Oggi è Coston Family Chair in Leadership ed Etica e Professore di Leadership Studies alla Jepson School of Leadership della Università di Richmond in Virginia.

Joanne B. Ciulla
La Ciulla ha parlato dello stato dell’arte dell’etica degli affari. In particolare si è soffermata sul problema della relazione tra etica, corruzione e il bisogno di leadership. Appare che ci sia un rapporto diretto tra leadership carismatica e livello di corruzione in un paese: maggiore è il livello di corruzione percepita, maggiore è la possibilità di avere una leadership carismatica che usualmente non è etica in quanto improntata su una persona al quale si concedono privilegi che ad altri non sono consentiti.
Molto interessante è stato il suo discorso relativo alle fonti psicologiche che fanno si che un leader precedentemente etico, per così dire, deragli eticamente, cioè incominci a comportarsi in maniera non etica. La Ciulla ha presentato come esempio di deragliamento etico di un leader, quello preso dalla Bibbia relativo al rapporto tra il re Davide e la bellissima Betsabea.
Ci racconta la Bibbia che un giorno il re Davide, passeggiando sulla terrazza del suo palazzo, vede Betsabea che sta facendo il bagno. Anche se è a conoscenza che essa è moglie di Uria, uno dei suoi soldati attualmente impegnato in guerra, Davide si invaghisce di lei, la invita a casa propria ed ha una relazione con lei. Betsabea rimane incinta ed informa della cosa il re. Davide richiama il marito dalla guerra perché egli dorma con la propria moglie, ma Uria si rifiuta di dormire a casa propria, poichè riteneva indegno godere degli agi della sua casa e di sua moglie quando i suoi soldati erano impegnati in battaglia riposando in condizioni disagiate. Il re comanda allora al suo generale di sferrare un attacco e di far mettere Uria in prima fila. Il comandante ubbidisce e Uria muore durante quest’attacco. Così Davide resta libero di prendere in moglie Betsabea. (cfr. Secondo libro di Samuele, 11).

Rembrandt, Betsabea con la lettera di David (1654). Museo del Louvre, Parigi
A questo punto interviene il profeta Natan che, a nome di Dio, rimprovera Davide per il peccato commesso nel provocare la morte di Uria per poter prendere in moglie Betsabea. Davide si pente del male fatto e chiede perdono a Dio. Dio perdona Davide anche se il figlio che nasce dalla relazione con Betsabea muore dopo pochi giorni (cfr. Secondo libro di Samuele, 12).
Dopo questo figlio, morto prematuramente, dalla relazione tra Davide e Betsabea, nasce un secondo figlio: Salomone (cfr. Secondo libro di Samuele, 12.24). Questo figlio diventa il figlio prediletto di Davide e gli succederà sul trono.
Possiamo individuare in questo racconto alcuni elementi che possono essere gli indicatori di una cattiva (eticamente) leadership:
1) I leader di successo perdono visione di cosa sia il loro lavoro: Re David doveva pensare a come vincere la guerra, non stare a cercare di portarsi a letto Betsabea. Questo è il motivo per cui noi siamo così preoccupati dei leader “donnaioli”, perchè spesso si distraggono dal fare il loro lavoro per seguire una gonnella. 2) Il potere porta ad accessi privilegiati ed inoltre i leader hanno maggiori possibilità di abbandonarsi alle loro passioni e quindi hanno bisogno di una maggiore forza di volontà per resistere a queste tentazioni. Re David, per esempio, ha avuto Betsabea a casa perchè portata dai suoi servitori senza colpo ferire. 3) I leader di successo sviluppano una eccessiva fede nella loro capacità di controllare gli avvenimenti; infatti Re David è implicato in una escalation di insabbiamenti del suo comportamento (tenta prima in tutti i modi di far dormire il marito di Betsabea con la moglie, poi lo fa uccidere mettendolo in prima linea in battaglia). La cosa più orribile e che in generale i tentativi di insabbiare una condotta eticamente sbagliata sono peggiori rispetto al crimine originario: nel caso di Re David l’adulterio è un crimine minore rispetto all’uccisione di Uria. Allo stesso modo durante lo scandalo Clinton-Lewinsky gli americani hanno trovato che mentire alla nazione sia un crimine peggiore rispetto all’atto sessuale stesso.
La Sindrome di Betsabea è interessante in quanto è abbastanza difficile prevedere quali leader potranno cadere preda di tale sindrome e quando, perchè i leader diventano schiavi di tale problema solo dopo che sono diventati di successo. Se noi vogliamo avere una maggiore comprensione dell’etica nella leadership noi dobbiamo esaminare come i leader riescono a resistere a quelle tentazioni non etiche che sorgono con la loro ascesa al potere.
Lascio al lettore la riflessione di come la Sindrome di Betsabea sia di profonda importanza per la leadership italiana. Il caso Marrazzo è quello più eclatante e quello più recente. Ma anche altre figure istituzionali italiane di più alto rilievo sono o sono state vittime della Sindrome di Betsabea. Questo ci fa capire come l’elemento etico nella condotta non solo della leadership italiana ma anche dei cittadini italiani stia diventando sempre più importante. Abbiamo bisogno di leader sia politici che economici che siano capaci di resistere a eccedere nelle tentazioni e nei privilegi e che siano in grado di porre il loro ego in secondo piano ed attuare quella che il grande filosofo ebreo olandese Spinoza chiamava amor Dei intellectualis che non significa altro che avere controllo molto forte verso il proprio ego in modo da riuscire a includere in modo vero nel proprio universo morale l’umanità intera, senza distinzioni e quindi porsi al servizio di essa.
Rete e Politica, è possibile un punto d’incontro? Intervista a Guido Scorza
14 dicembre 2009, scritto da Simona Fiore · scrivi un commento

La rete segue un suo percorso evolutivo inarrestabile nonostante l’Italia con i suoi continui disegni di legge cerchi di imbavagliarla e la netcensura sembri essere sempre più una certezza. In questo suo processo evolutivo il vecchio antagonismo tra politica e rete sembra voglia cedere il passo alla ricerca di modelli di collaborazione come hanno dimostrato di recente la Carta dei Cento per il libero Wi-Fi e il disegno di legge Cassinelli-Concia. Ne abbiamo parlato con Guido Scorza, avvocato che si occupa di diritto delle nuove tecnologie, giornalista e blogger, che proprio grazie a questa sua duplice passione, si muove da anni in entrambi i contesti riuscendone a capire a fondo le dinamiche, le problematiche e ad individuarne i possibili punti d’incontro.
Guido Scorza è un avvocato che si occupa di diritto delle nuove tecnologie: cosa ti ha portato a questa scelta professionale?
All’inizio è stata davvero una scelta di passione. Era il 1996 e internet c’era naturalmente anche da noi ma non era la rete che sicuramente conosciamo tutti quanti. Per cui per rifuggire al grigio dei nostri uffici, dei nostri tribunali ho cercato la cosa più lontana dai codici e ho finito ad appassionarmi ai problemi di diritto della rete.
A proposito di questa duplice passione, avvocato e diritto della tecnologica: come viene percepita qui in Italia da entrambi i contesti?
Con grandissima fatica e grandissima resistenza, nel senso che, benché la rete abbia pervaso il nostro quotidiano, i mondi del diritto e della tecnologia, del diritto e della rete continuano ad apparire a tratti incapaci di parlarsi. La rete sembra vendicare in maniera crescente libertà, dove, talvolta, dietro questa parola c’è un pericoloso fraintendimento, ovvero lo scivolone verso l’anarchia, verso il rifiuto nell’accettare la regola dettata da qualcuno che è fuori dalla rete. A sua volta il mondo del diritto guarda e continua a guardare oggi la rete come una sorta di far west a cui è impossibile imporre delle regole e questo ovviamente genera delle esasperazioni.
Una delle principali esasperazioni è infatti la corsa tutta italiana ad imbavagliare la rete, che si è notevolmente rafforzata di recente come dimostrano i ddl Alfano e Pecorella-Costa; siamo vicini quindi ad una rete considerata come uno strumento totalmente fuorilegge, anche a noi il futuro riserverà uno sceriffo digitale?
L’auspicio naturalmente è che non sia così. Il rischio è concreto, dovuto ad una serie di fattori: c’è innanzitutto un fatto tangibile, e innegabile di tecnofobia. Nel palazzo si ha paura della rete ma a prescindere da qualsiasi schieramento, perché la si conosce poco e la si utilizza meno. È come immergersi nel mare più buio dove si ha paura perché semplicemente non si sa ciò che si può incontrare. A questo c’è naturalmente da affiancare un’altra riflessione: ovvero è fuor di dubbio che la rete abbia sconvolto gli equilibri mediatici; tutti coloro che oggi occupano posizioni di rilievo dal punto di vista politico nel bene e nel male le hanno conquistate in Italia soprattutto attraverso il controllo o utilizzo dei vecchi media, giornali e televisione. Naturalmente la rete oggi, come abbiamo visto nei giorni scorsi, abilita anche soggetti estranei a quel mondo, a divenire soggetti politici, a dettare in qualche modo l’agenda politica e questo ovviamente dà da riflettere nel palazzo. Da qui scaturisce l’ansia crescente di controllo, di regolamentazione delle dinamiche di circolazione delle informazioni in rete che non sappiamo esattamente dove ci porterà, ma probabilmente non ci porterà molto lontano dallo sceriffo digitale.
In questi giorni la rete si sta facendo sentire. Mi riferisco nello specifico alla Carta dei 100 per il libero Wi-Fi: com’è nata e quali obiettivi intende raggiungere?
L’obiettivo è tanto semplice quanto probabilmente riecheggia rivoluzionario in un paese come l’Italia. La Carta dei 100 nella realtà nasce semplicemente dal calendario ovvero dalla constatazione che si sta avvicinando il 31 dicembre 2009 e per quanti usano girare con un pc portatile o un qualsiasi dispositivo suscettibile di collegarsi ad internet wi-fi è una data importante perché è la data in cui verranno a scadere alcune delle disposizioni del decreto Pisanu, secondo le quali chiunque voglia condividere con il pubblico dei propri utenti, in un bar, in un ristorante in un albergo, le risorse di connettività e quindi dare loro la possibilità di connettersi a internet liberamente, debba necessariamente richiedere prima una licenza al questore e poi identificare con carta d’identità i singoli utenti. Con un gruppo di amici di rete, nel senso che in molti casi non ci siamo nemmeno visti in faccia, che appartengono alle aree più diverse dello scibile, del sapere, è nata l’idea della Carta dei Cento, ossia di ricordare al legislatore che il 31 dicembre 2009 vorremmo scadessero davvero queste disposizioni del decreto legislativo Pisanu e quindi dal 1° gennaio, l’esercente di un bar, un ristorante o piuttosto un comune che voglia rendere accessibile ai propri utenti un po’ di sano wi-fi per connettersi ad internet, non debba chiedere nessuna licenza al questore, e possa procedere liberamente come d’altra parte avviene in tutti i paesi del mondo. Sono davvero pochi i paesi al mondo che hanno una disciplina tanto restrittiva per l’accesso ad internet da postazioni mobili.
Qualcosa forse sta cambiando anche nel palazzo per quel che riguarda il modo di intendere l’innovazione come dimostra il disegno di legge Cassinelli-Concia. Cosa contempla nello specifico?
È un’iniziativa che forse neppure ci si aspettava. Perché ci eravamo negli ultimi anni abituati al peggio, ad un palazzo che non faceva nient’altro che prorogare in maniera tacita, silenziosa ed ubbidiente il vecchio decreto Pisanu, mentre il disegno di legge Cassinelli-Concia ha come obiettivo di cercare di liberalizzare le modalità di identificazione degli utenti; non è un disegno secondo il quale chiunque può accedere attraverso postazioni wi-fi alla rete internet, ma è un disegno che dice che le modalità di identificazione oggi previste dal decreto Pisanu sono troppo macchinose e hanno in effetti rallentato lo sviluppo dei punti di connettività pubblica in Italia e quindi lì c’è da lavorare per semplificare. Diciamo che è un primo passo molto importante nella direzione giusta. Dobbiamo fare i conti però con il nostro processo legislativo lentissimo. Ben vengano iniziative di questo tipo ma il più non è naturalmente presentarle, seppure rappresenta il primo passo, ma riuscire ad ottenerne una calendarizzazione, far si che occuparsi del wi-fi sia una delle tante priorità del nostro parlamento e non diventi invece uno dei tanti disegni di legge che poi finiscono con l’essere archiviati e passare poi alla storia come uno dei disegni di legge non discussi dal parlamento italiano.
In che modo il popolo della rete e coloro che sono deputati a fare le leggi possono trovare un punto d’incontro?
È aperto sicuramente un dialogo tra la rete e il palazzo, tra la rete e la politica, che fino a qualche anno fa non c’era. È un dialogo che, credo, che la rete si sia conquistata sul campo. Direi che con poca ipocrisia occorre riconoscere che sono gli enormi numeri e le enormi capacità di mobilitazione che la rete ha dimostrato di avere negli ultimi anni che ha indotto il palazzo ad ascoltare quello che ha da dire. Le forme di collaborazione in astratto sono tantissime. Negli Stati uniti si sono sviluppate prima che da noi come d’altra parte dimostra il fenomeno delle elezioni di Obama. Dietro la porta abbiamo probabilmente l’e-democracy, l’utilizzo della rete per cercare di includere i cittadini nella più parte delle decisioni politiche. Certo non si può immaginare un referendum attraverso internet per chiedere ai cittadini se e quante tasse vogliono pagare, ma sarebbe assolutamente possibile a livello locale utilizzare le tecnologie di rete per chiedere ad esempio ai cittadini di un certo comune o di un certo quartiere quale tragitto desiderano per un autobus o per una linea metropolitana, a che ora usano uscire di casa, ecc… A livello di politica locale gli utilizzi degli strumenti di rete possono sicuramente cambiare la vita. Progressivamente questo è un processo che può portare naturalmente a tutti i coloro che sono connessi ad intervenire nel processo legislativo. Trovo che quello sia il punto di arrivo ma che nel frattempo potremmo partire dalle cose più semplici. Oggi c’è il web e dovremmo abituarci ad utilizzarlo.
Lo stato dell’arte nell’Etica degli Affari – Seminario
13 dicembre 2009, scritto da Amministratore · scrivi un commento

Prof. Joanne B. Ciulla Coston Family Chair in Leadership and Ethics and Professor of Leadership Studies Jepson School of Leadership, Univ. of Richmond (VA)
Il panorama dello stato dell’arte dell’etica degli affari in Italia è stato desolante fino a qualche tempo fa, e ancora oggi non è soddisfacente. Nonostante gli scandali SS Lazio/Cirio, Parmalat, e più recentemente Bancopoli e Vallettopoli la disciplina stenta a decollare. In altri paesi, come quelli anglosassoni, la disciplina è invece una solida realtà disciplinare e accademica e la discussione sull’eticità del modo di fare affari è materia dibattuta anche sui mezzi di comunicazione di massa in modo quotidiano. La Prof. Joanne B. Ciulla è uno dei massimi esperti mondiali sull’argomento, si occupa da oltre 25 anni di problematiche relative al mondo degli affari. La prof. Ciulla è stata la prima UNESCO Chair in leadership Studies, United Nations University International Leadership Academy, Amman, Jordan, 1999-2000. Leggi tutto
Un ambiente sostenibile per le generazioni future: una sfida per l’Italia
12 dicembre 2009, scritto da AntonioMa · scrivi un commento
Questa settimana a Copenhagen si è aperto il vertice ONU sul clima. Diversi scienziati hanno lavorato su una bozza di accordo sul clima che costituisce un punto di partenza per i prossimi negoziati a cui parteciperanno, nei giorni a venire, tutti i “grandi” del pianeta, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Secondo quanto indicato sul progetto, il raggiungimento di una temperatura piu’ bassa sara’ l’obiettivo dei piccoli stati insulari e di molte nazioni africane, mentre la temperatura piu’ alta sara’ la finalita’ dei paesi piu’ ricchi e industrializzati. Il progetto, che ha l’obiettivo di essere appovato al vertice del 18 dicembre, dovra’ essere presentato ai ministri dell’Ambiente di tutto il mondo.

Manifesto del Summit di Copenahagen
Nella stessa occasione i diversi paesi partecipanti dovranno discutere sulla riduzione globale di emissioni da un minimo del 50 per cento ad un massimo del 95 per cento al 2050 rispetto ai livelli del 1990. Molti capitoli della bozza sono comunque ancora tutti da scrivere e le posizioni dei diversi blocchi negoziali appaiono ancora molto distanti; in particolare India e Cina stanno infatti lavorando ad un testo alternativo a quello danese (che prevede una riduzione del 50% delle emissioni di gas serra entro il 2050 e suggerisce che l’80% del taglio delle emissioni inquinanti sia a carico dei paesi ricchi) che obblighi i Paesi sviluppati a tagliare le proprie emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. Manca, però, una previsione a medio termine. Perché stabilire che dovranno esserci dei tagli entro il 2050, quindi tra quarant’anni, è obiettivamente più facile che stabilire tagli meno forti ma da raggiungere entro 5 o 10 anni. E sono proprio le nazioni più povere del pianeta a lanciare l’allarme verso la mancanza di attenzione relativa al medio termine.
È molto probabile che la bozza danese sarà approvata al summit Onu perché ha l’obiettivo dell’abbattimento delle emissioni di CO2 (chiesto con insistenza dalla comunità scientifica) e perché ha, appunto, un obiettivo remoto, quello del 2050 appunto, che permetterà a tutti di scrollarsi dalle spalle le responsabilità future. Un modo per avvisare i paesi di accelerare il passo e spontaneamente ridurre il proprio inquinamento in modo radicale entro dieci anni, senza alcun vincolo scritto.
Le preoccupazioni per il cambiamento climatico non sono però condivise da tutti. Tra questi “scettici” vi sono, tra gli altri, anche il discusso premio Nobel Kary Mullis, oltre che ex membri dei vari comitati del Gruppo intergovernativo sul mutamento climatico (IPCC) come il metereologo Hajo Smit o Philip Lloyd. Le criticità espresse da tali ricercatori sono diverse e variano dalla politicizzazione e estremizzazione dei documenti conclusivi dell’IPCC fino alle perplessità sulla possibilità di stabilire una relazione tra aumento di CO2 e riscaldamento globale. Alcuni di essi inoltre rimarcano il ruolo di altri fattori naturali sul clima tra cui il principale sarebbe la variazione dell’attività solare ma anche l’effetto dei raggi cosmici avrebbe un ruolo sul mutamento climatico. Le loro criticità trovano peraltro riscontro nella diminuzione della temperatura media globale che si è verificata approssimativamente tra il 1940 e il 1976, nonostante continuasse ad aumentare con la stessa costanza la concentrazione di CO2 nell’atmosfera nel medesimo intervallo di tempo. Inoltre, viene messa in dubbio anche la validità degli attuali modelli matematici utilizzati. Queste tesi sono state raccolte in un documentario della CBC.
Il matematico e fisico teorico Freeman Dyson, che fin dagli anni ‘70 teorizzava la necessità di attuare il sequestro del carbonio piantando nuovi alberi in aree enormi, nel 2007 ha invece rivalutato la questione del riscaldamento globale affermando che “l’allarmismo sul riscaldamento globale è fortemente esagerato” dopo aver calcolato che “il problema dell’anidride carbonica nell’atmosfera è un problema di gestione del terreno, non un problema meteorologico”. Secondo lo scienziato gli errori commessi sarebbero legati al fatto che nessun modello matematico atmosferico o oceanico è in grado di predire il modo in cui dovrebbe essere gestita la terra; infine sottolinea che dovrebbero avere maggiore priorità altri problemi globali.

Poster per la commemorazione del 40° aniversario Club di Roma
Bisogna però inquadrare il problema del cambiamento climatico entro un quadro più generale, ovvero rispetto a quello che è stato chiamato lo sviluppo sostenibile. La prima volta che si è parlato di sviluppo sostenibile è – contariamente alla vulgata corrente – nelle ricerche del Club di Roma espresse nel Rapporto sui limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, pubblicato nel 1972, il quale prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. La crisi petrolifera del 1973 attirò ulteriormente l’attenzione dell’opinione pubblica su questo problema.
In realtà le previsioni del rapporto riguardo al progressivo esaurimento delle risorse del pianeta erano tutte relative a momenti successivi al primo ventennio del XXI secolo, ma il superamento della crisi petrolifera degli anni settanta contribuì alla nascita di una leggenda metropolitana, secondo cui le previsioni del Club di Roma non si sarebbero avverate. Nella pratica, l’andamento dei principali indicatori ha sinora seguito piuttosto bene quanto previsto nel Rapporto sui limiti dello sviluppo, e l’umanità è destinata a confrontarsi nei prossimi decenni con le conseguenze del superamento dei limiti fisici del pianeta. L’essenza del messaggio era la previsione che dopo l’anno 2000 l’umanità si sarebbe scontrata con la rarefazione delle risorse naturali. Questo fu sostanzialmente rigettata dalla cultura economica internazionale, compresi illustri premi Nobel quale l’economista Amartya Sen, assolutamente convinti – a torto – che lo sviluppo tecnologico avrebbe sopperito ad ogni rarefazione delle risorse. E’ stato dimostrato che la tecnologia può solo ritardare degli effetti esplosivi della nostra economia predatoria.

Gli affari sono affari è il motto del disneyano Filo Sganga avversario di Zio Paperone. spesso alleato commerciale di Brigitta.
Il tipo di sviluppo economico di tipo capitalista oggi in voga nella maggior parte delle nazioni sviluppate ed in via di sviluppo, che prevede – in accordo alla teoria di Milton Friedman – il profitto come unica ed ultima regola per le aziende (che quindi in nome del profitto devono rinunciare a occuparsi del loro impatto ambientale e sociale) – non è compatibile con richieste di tipo ambientali etiche e sociali. Gli affari sono affari (per ripetere un obsoleto slogan); è tutto questo ciò che conta: aumentare il profitto non importa a quali costi, non importa che altri – probabilmente le prossime generazioni – pagheranno il conto della nostra ingorda scelleratezza: ipercompetizione, arrivismo sociale, disinteresse per il prossimo – anche assai vicino a te – sono i riusultati di questa politica assurda che ha portato al crack Cirio, allo scandalo Parmalat e al cosiddetto scandalo dei “furbetti der quartierino”. Questa è la filosofia politica che sostanzia l’attuale governo italiano. La Crisi dei rifiuti in Campania , e più recentemente il caso dei relitti navali affondati nel Tirreno imbottiti di sostanze nocive mettono in evidenza la forte correlazione tra attività economica, politica economica del governo e rispetto delle regole: i rifiuti tossici smaltiti illegalmente hanno avuto origine da attività regolarmente autorizzate. Tale circostanza, rendendo sempre più centrale l’etica nelle scelte di chi produce, sottolinea quanto le azioni dell’individuo ed il rispetto di regole condivise siano irrinunciabili per garantire gli equilibri ecologici e la sostenibilità dell’operato economico di una società civile.
Non sorprende allora che Vittorio Feltri, dalle colonne del suo Il Giornale, sentenzi che l’obbligo di un governo non è quello di governare nel senso più genuino del termine, ovvero di produrre delle scelte pubbliche che si rivelino buone a lungo termine (come è nella visione della Responsabilità Sociale di Impresa, propugnata sin dal 19982 da Edward Freeman, concezione che va a braccetto con le esigenze dello sviluppo sostenibile), e quindi avere una visione lungimirante e di buon governo che lasci l’Italia in buon ordine alle generazioni future. Ma piuttosto, una idea di governo che possa essere libero di governare un paese, ovvero di razziare e di sfruttare il più possible le risorse a favore delle generazioni presenti (ovvero quelle che possono compiere questa razzia, in virtù di un mandato popolare e innappellabile). Il modo in cui le risorse sono state e sono attualmente depauperate non ci devono nemmeno fare riflettere sulla necessità di considerare come uno sterile esercizio accademico dissertare sull’effettività di diritti in capo a quei soggetti che, facendo parte di quella posterità che ha da venire, non soltanto non sono ancora presenti perché non nati, ma non sono nemmeno considerabili come entità potenziali; la scarsità delle risorse e il continuo ampliarsi del divario tra ricchi e poveri in questo paese rende urgente una riconsiderazione della politica economica e sociale che tenga conto non delle esigenze degli individui futuri remoti e nemmeno delle esigenze degli individui futuri prossimi. Addirittura, noi non dobbiamo andare troppo in là: dobbiamo preoccuparci già dei diritti dei nostri giovani.
Aperto e sociale: ecco il nuovo modo di imparare
6 dicembre 2009, scritto da epanto · 7 Commenti

VI conferenza UNESCO Elearning Chair Barcelona 30 nov- 1dic 2009
L’Università Aperta della Catalunya (UOC) ha organizzato a Barcellona, in collaborazione con la locale Cattedra Unesco per l’eLearning, un seminario di due giorni (30 nov-1 dicembre) sul tema Open Social Learning.
Gli speaker invitati erano fra i nomi piu’ noti del movimento dell’open education, tra i quali:
- George Siemens della Manitoba University, autore di Knowing Knowledge (disponibile gratuitamente in rete), teorico dell’apprendimento connettivista ,
- Stephen Downes, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche in Canada e primo teorico del learning 2.0,
- Jay Cross esperto e consulente di aziende e universita’ autore di un libro sull’apprendimento informale e teorico del “rapid learning”,
- Alejandro Piscitelli ideatore del principale portale educativo dell’Argentina e professore all’Università di Buenos Aires,
- Joel Greenberg, Direttore dello sviluppo strategico della Open University inglese. Leggi tutto
Obiettività, imparzialità, neutralità e verità nell’informazione giornalistica
3 dicembre 2009, scritto da Antonio Rossano · 2 Commenti
Mi occupo da un pò di tempo di informazione dal basso, ovverossia quel tipo di informazione che trae la sua fonte principale dal “cittadino comune” e che spesso viene resa disponibile attraverso un “media partecipativo” cioè un mezzo di informazione realizzato da cittadini non professionisti, che sia un giornale o un sito internet. Ho conosciuto e conosco in Italia numerosi operatori di questo particolare tipo di informazione che svolgono la loro attività in maniera continuativa, sistematica, con grande responsabilità ed, in certo qual modo, secondo principi di deontologia delle informazioni (che non possiamo definire “professionale” in quanto questi operatori svolgono questa attività in no-profit e spinti solo da passione ed amore per questa attività).
Questo tipo di informazione è stata più volte “avversata” ed osteggiata dagli operatori “professionali”, spesso giornalisti, che sostengono il principio che, quasi per definizione, chi svolge questo tipo di attività “dal basso” è incompetente, incapace di valutare la veridicità delle fonti, non dispone di cultura adeguata e, soprattutto, non produce informazione, bensì, normalmente, solo commento e analisi a notizie fornite da altri.
Eppure a sentire Clay Shirky ormai la produzione delle informazioni (e questo è uno dei seri problemi di “trust” di cui il mondo dell’ informazione deve prendere atto) è concentrata nelle mani di due o tre operatori globali (Associated Press, Reuters..) . Shirky (professore di comunicazione ala New York University) ha fatto un interessante esperimento: per analizzare la crisi del giornale della sua città (Columbia Daily Tribune), ha ritagliato tutti gli articoli che erano “prodotti” dai reporters del giornale e quelli forniti da Associated Press, messi su una bilancia e pesati!! Ben 2/3 del peso complessivo erano articoli prodotti dall’ esterno….
Per quanto riguarda la verifica delle fonti, purtroppo anche lì, il giornalismo professionistico sembra a volte cadere in incidenti di percorso che hanno del ridicolo. Sul blog Gravità Zero ve ne è una lunga lista (ma parliamo solo del 2009).
Ma dove il giornalismo professionistico crolla come un castello di carta, e nel nostro paese più che in ogni altro luogo, è sulla neutralità dell’ informazione. L’ informazione è in Italia, per assurdo , percepita come “normalmente” di parte. Ovvero chi compra un giornale, lo compra non perchè vuole leggere delle notizie, ma perchè le vuole leggere secondo una precisa angolazione. Chi compra il “Giornale” è evidentemente un seguace di Berlusconi (o un avversario che vuol tenersi informato), chi compra “Repubblica” sa che troverà anneddoti interessanti contro il governo del Pdl ed il suo premier, chi legge “l’ Unità” è amico di Bersani, chi “Il secolo” di Fini, e così via per una lista che li comprende tutti.
Dunque la pretesa che il giornalismo professionistico possegga titoli e requisiti per garantire un tipo di informazione imparziale, vera, obiettiva e prodotta col sudore della fronte dei propri reporters resta per l’ appunto solo una pretesa.
Sicuramente i mezzi di cui dispongono i media tradizionali (quest’ anno i finanziamenti all’ editoria, a noi cittadini sono costati oltre 200 milioni di €) sono tali da consentire loro di avere una forma rassicurante, un bel sito, una bella copertina, una buona impaginazione. Ma le notizie? La verità?
Non è che il povero cittadino, per farsi un idea obiettiva di quello che succede, dovrebbe acquistare ogni giorno almeno quattro giornali diversi, leggerli tutti e poi estrarne quello che la sua intelligenza, cultura e capacità critica gli consentono? E questo è ovviamente impossibile, almeno con il cartaceo. Perchè il cittadino medio non ha il tempo, i soldi, e non è stato educato a ragionare in maniera critica frastornato com’ è da un sistema mediale che in Italia è paradossalmente per il 90% nelle mani di due o tre gruppi editoriali.
Sono personalmente convinto che la cultura del XXI secolo, quella della rete, debba divenire la cultura dell’ individuo critico, in grado di ricercare e comprendere l’ autenticità delle proprie fonti, paragonandole e formandosi le proprie idee attraverso il confronto. E’ questa la grande possibilità che la rete fornisce e che noi dovremmo cogliere.
In questo senso i media partecipativi ed il citizen journalism rappresentano una ulteriore possibilità di confronto e di analisi e di ricerca della verità.



