Non profit per una nuova democrazia delle informazioni
26 ottobre 2009, scritto da Antonio Rossano
Mi risulta difficile non cogliere le osservazioni di Clay Shirky sul giornalismo e sulle possibili eventuali sue evoluzioni e trasformazioni.
Se “thinking the unthinkable” rappresenta probabilmente la migliore fotografia dello stato dei luoghi del giornalismo contemporaneo e della sua evoluzione, le sue considerazioni e la sua attenzione , a volte per noi europei troppo “americanamente” pragmatiche, sono comunque sempre fonte di attenta riflessione: se vogliamo forse anche per il fatto che quello che accade di là dall’ Atlantico, nove volte su dieci diviene prospettiva probabile nel vecchio continente. Soprattutto se parliamo di media e informazione.
Come nell’ ultimo post sul suo blog “Rescuing The Reporters”, dove , sempre alla ricerca di un “business model” possibile per i giornali, narra di un particolare studio statistico effettuato “in casa” sul Columbia Daily Tribune. Obiettivo: valutare quante informazioni erano “prodotte” dal giornale localmente con i suoi reporters, e quante venivano dall’ esterno ( per gran parte da Associated Press).

Il che non rappresenterebbe alcunchè di particolare, se il tutto non fosse stato fatto in maniera inconsueta: ritagliati tutti gli articoli che rientravano in una categoria piuttosto che nell’ altra e successivamente impilati in distinti “pacchetti”, li ha poi pesati materialmente, in grammi, su di una bilancia.
Orrore di tutti gli statistici, ma cosa di più geniale che dare un “peso” reale alle notizie?
Risultati, per Shirky, conformi alle aspettative o comunque in linea con possibili previsioni: 1/3 delle notizie risultavano create dal giornale vs 2/3 acquistate all’ esterno; 2/3 erano contenuti misti ( oroscopi, commenti, analisi, etc..) e solo 1/3 erano notizie vere, raccolte sul campo.
Ma nell’ elaborare questi dati piuttosto scontati, Shirky si accorge che, su 59 dipendenti del giornale, i cronisti sono soltanto 6.
6 su 59. Il resto redattori, tecnici, addetti al personale, di tutto di più.
E’ evidente per Shirky che questo modello, economicamente, non può sopravvivere.
E quì ritorna alla citazione iniziale del suo post e cioè all’ idea proposta a gennaio di quest’ anno da Steve Coll su “The New Yorker” ( cronista per vent’ anni al Washington Post ha lasciato la redazione dedicandosi al giornalismo no-profit), su un nuovo modello di giornalismo, non Profit, basato su contributi, donazioni e raccolte di fondi.
Questo tipo di giornalismo, privo delle costosissime megastrutture capitalistiche tradizionali , costerebbe, secondo Coll, il 95% in meno.
Aggiungo ( e da qui il titolo che ho dato a questo mio post), che la destrutturazione dell’ informazione , priva di un valore economico intrinseco , la renderebbe probabilmente priva dei vincoli di assoggettamento al potere che attualmente rappresentano uno dei limiti in assoluto maggiori per una informazione libera e non condizionata.
Resterebbe probabilmente la sfera di influenza politica che peraltro, in una “ecosfera” meno inquinata dal capitale, avrebbe anche minori possibilità di condizionamento.




Commenti dei lettori
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