Il regresso tecnologico italiano
26 ottobre 2009, scritto da AntonioMa
L’Italia è per vari aspetti un paese che, rispetto ad altri in Europa, viaggia con un ritardo culturale di 5-10 anni. Quando in Italia si parla di infrastrutture all’estero si parla di contenuti e come regolare la ricerca che sempre di più si avvale di Internet.
La domanda che mi voglio porre qui è: può una nazione come quella italiana che è trai paesi economicamente più sviluppati del mondo continuare con i tagli alla ricerca scientifica e piuttosto stanziare fondi per il “Ponte sullo stretto”? Le strategie intraprese dal Ministro Gelmini per la riforma della Università rappresentano delle riforme efficaci?
Come Ignazio Marino, candidato alla segreteria del PD, ha più volte sottolineato, in tutti i paesi avanzati la ricerca scientifica è stata una priorità per quei paesi che stanno soffrendo maggiormente della attuale crisi finanziaria rispetto alla costruzione di imprese faraoniche. Questo mostra come la società italiana per svariate ragioni che lasciamo intuire al lettore, non voglia, non riesca e non possa passare da una economia materiale ad una economia della conoscenza. Come è bene illustrato in un importante libro uscito ieri in libreria di Sergio Bellucci e Marcello Cini, Lo spettro del Capitale, Torino, Codice Edizioni, 2009, durante gli ultimi vent’anni il capitalismo ha conosciuto un cambiamento epocale: da un’economia prevalentemente materiale, veicolata dalla legge della domanda e dell’offerta e dalla produzione di merci fisiche, si è passati a un’economia dell’immateriale e alla produzione di un bene intangibile e non “mercificabile”: la conoscenza.
Le grandi lotte capitalistiche non avvengono più quindi sul terreno delle industrie classiche come quella automobilistica petrolifera o quella cantieristica, ma tramite lo spostamento dell’economia verso lo sfruttamento dello spettacolo (tra cui quello televisivo e quello calcistico) si va verso lo sfruttamento dei prodotti della conoscenza umana che sono rappresentati in maniera paradigmatica dal passaggio della ricerca genetica da una ricerca in vivo ad una ricerca in silico determinata dalla traduzione del materiale genetico in informazione. In questo caso si è determinata una discussione – in particolare quando si è fatta la mappatura del Genoma Umano – per decidere se tale genoma potesse essere sottoposto a regole capitalistiche oppure doveva essere trovata una soluzione che rendesse il Genoma Umano non mercificabile – secondo la posizione della Celera Genomics capitanata dal ricercatore-tycoon Craig Venter. La soluzione poi trovata da Sir John Sulston, premio Nobel per la Biologia e capo del Sanger Institute è quella di agganciare la ricerca sul genoma alle metodologie Open Source che in qualche modo catturano il modo in cui da sempre si è fatta e si è concepita la scienza.

In Italia, invece, nonostante fosse la patria del Rinascimento che ha dato impulso al rinnovamento scientifico e artistico all’Europa questo tipo di sviluppo verso l’economia della conoscenza non è mai partito o si è incancrenito su questioni specifiche (per esempio vedi il dibattito sull’uso delle cellule staminali). Un ulteriore aiuto alla creazione del divario tra l’Italia ed il resto del mondo è stato poi accentuato con le recenti leggi del Ministro Gelmini che hanno ulteriormente diminuito il flusso di danaro verso l’Università in modo indiscriminato e scellerato; un ricerca recente ha mostrato che la distribuzione dei fondi di ricerca europei, infatti, fatta sulla sola base del merito, si è rivelata proporzionale agli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo dei singoli Paesi: perciò l´Italia (1.10 % di investimenti) è stata sorpassata in cifra assoluta anche da Paesi assai più piccoli come la Svizzera (2.93%) e l´Olanda (1.82%). Investiamo un quinto che in Israele, un quarto che in Svezia e Finlandia, un terzo che in Islanda; siamo stati recentemente sorpassati anche da Spagna, Slovenia, Irlanda, repubblica Ceca.
Da una parte allora c’è un mondo che viaggia alla velocità di internet e che nel caso della ricerca, sta dibattendo se e come regolare la ricerca scientifica e tecnologica che sta portando l’economia ad essere basata sull’intangibile, sulla conoscenza, piuttosto che sull’economia materiale; dall’altra l’Italia che non riesce ad agganciarsi a questo trend e a rimanere vincolata a una idea – che non è neanche nel DNA italiano in quanto, come ho già detto, l’Italia con il Rinascimento ha proprio dato impulso in quel periodo storico alla rinascita della scienza e dell’arte in Europa – ancora refrattaria all’innovazione e vincolata alla materialità. Il motivo è dunque da essere probabilmente cercato nella lotta tra l’economia di mercato che ancora domina il panorama italiano e un un nuovo tipo di economia che possiamo definire di cooperazione, che si sta sviluppando intorno al modello dell’Open Source. Questi due modelli che non sono badate bene meramente modelli economici, ma anche di sviluppo e che hanno dei presupposti normativi e valoriali completamente diversi (l’Open Source rinuncia parzialmente alla privacy, al concetto di patente; ed, insomma, rinuncia ad una forte regolamentazione del segreto industriale).
Sergio Bellucci e Marcello Cini fanno quindi bene ad avvertire che nel passaggio alla economia della conoscenza, si sta verificando n pericoloso attrito: il capitalismo tende infatti ad assorbire nelle proprie logiche di privatizzazione e mercificazione il processo produttivo della conoscenza, che per sua stessa natura è un bene comune e collettivo, soffocandone così lo sviluppo. In Lo spettro del capitale la loro analisi si concretizza in una denuncia e allo stesso tempo in una proposta: la denuncia è rivolta alla politica, soprattutto alla sinistra, incapace oggi di cogliere i segni di quanto sta avvenendo, e per questo di interpretare e farsi carico dei bisogni dei lavoratori. La proposta è quella di promuovere a sistema una nuova logica produttiva, che oggi sta già emergendo autonomamente dal corpo sociale, basata sugli stessi principi su cui si fonda la diffusione della conoscenza: condivisione, cooperazione e democraticità.
Dietro alla demonizzazione di internet insomma che sovente vediamo partire dai mezzi di comunicazione classica come la TV c’è in realtà il tentativo di ingabbiare internet all’interno di paradigmi economici più consoni allo status quo e meno aperti al futuro; e questo la dice lunga sul perchè in Italia si ridanno in mano le chiavi del potere ai baroni e nel contempo si diminuisce l’afflusso di denaro verso la ricerca scientifica, comunque controllato dai soliti nomi.



