Un ambiente sostenibile per le generazioni future: una sfida per l’Italia
12 dicembre 2009, scritto da AntonioMa
Questa settimana a Copenhagen si è aperto il vertice ONU sul clima. Diversi scienziati hanno lavorato su una bozza di accordo sul clima che costituisce un punto di partenza per i prossimi negoziati a cui parteciperanno, nei giorni a venire, tutti i “grandi” del pianeta, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Secondo quanto indicato sul progetto, il raggiungimento di una temperatura piu’ bassa sara’ l’obiettivo dei piccoli stati insulari e di molte nazioni africane, mentre la temperatura piu’ alta sara’ la finalita’ dei paesi piu’ ricchi e industrializzati. Il progetto, che ha l’obiettivo di essere appovato al vertice del 18 dicembre, dovra’ essere presentato ai ministri dell’Ambiente di tutto il mondo.

Manifesto del Summit di Copenahagen
Nella stessa occasione i diversi paesi partecipanti dovranno discutere sulla riduzione globale di emissioni da un minimo del 50 per cento ad un massimo del 95 per cento al 2050 rispetto ai livelli del 1990. Molti capitoli della bozza sono comunque ancora tutti da scrivere e le posizioni dei diversi blocchi negoziali appaiono ancora molto distanti; in particolare India e Cina stanno infatti lavorando ad un testo alternativo a quello danese (che prevede una riduzione del 50% delle emissioni di gas serra entro il 2050 e suggerisce che l’80% del taglio delle emissioni inquinanti sia a carico dei paesi ricchi) che obblighi i Paesi sviluppati a tagliare le proprie emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. Manca, però, una previsione a medio termine. Perché stabilire che dovranno esserci dei tagli entro il 2050, quindi tra quarant’anni, è obiettivamente più facile che stabilire tagli meno forti ma da raggiungere entro 5 o 10 anni. E sono proprio le nazioni più povere del pianeta a lanciare l’allarme verso la mancanza di attenzione relativa al medio termine.
È molto probabile che la bozza danese sarà approvata al summit Onu perché ha l’obiettivo dell’abbattimento delle emissioni di CO2 (chiesto con insistenza dalla comunità scientifica) e perché ha, appunto, un obiettivo remoto, quello del 2050 appunto, che permetterà a tutti di scrollarsi dalle spalle le responsabilità future. Un modo per avvisare i paesi di accelerare il passo e spontaneamente ridurre il proprio inquinamento in modo radicale entro dieci anni, senza alcun vincolo scritto.
Le preoccupazioni per il cambiamento climatico non sono però condivise da tutti. Tra questi “scettici” vi sono, tra gli altri, anche il discusso premio Nobel Kary Mullis, oltre che ex membri dei vari comitati del Gruppo intergovernativo sul mutamento climatico (IPCC) come il metereologo Hajo Smit o Philip Lloyd. Le criticità espresse da tali ricercatori sono diverse e variano dalla politicizzazione e estremizzazione dei documenti conclusivi dell’IPCC fino alle perplessità sulla possibilità di stabilire una relazione tra aumento di CO2 e riscaldamento globale. Alcuni di essi inoltre rimarcano il ruolo di altri fattori naturali sul clima tra cui il principale sarebbe la variazione dell’attività solare ma anche l’effetto dei raggi cosmici avrebbe un ruolo sul mutamento climatico. Le loro criticità trovano peraltro riscontro nella diminuzione della temperatura media globale che si è verificata approssimativamente tra il 1940 e il 1976, nonostante continuasse ad aumentare con la stessa costanza la concentrazione di CO2 nell’atmosfera nel medesimo intervallo di tempo. Inoltre, viene messa in dubbio anche la validità degli attuali modelli matematici utilizzati. Queste tesi sono state raccolte in un documentario della CBC.
Il matematico e fisico teorico Freeman Dyson, che fin dagli anni ‘70 teorizzava la necessità di attuare il sequestro del carbonio piantando nuovi alberi in aree enormi, nel 2007 ha invece rivalutato la questione del riscaldamento globale affermando che “l’allarmismo sul riscaldamento globale è fortemente esagerato” dopo aver calcolato che “il problema dell’anidride carbonica nell’atmosfera è un problema di gestione del terreno, non un problema meteorologico”. Secondo lo scienziato gli errori commessi sarebbero legati al fatto che nessun modello matematico atmosferico o oceanico è in grado di predire il modo in cui dovrebbe essere gestita la terra; infine sottolinea che dovrebbero avere maggiore priorità altri problemi globali.

Poster per la commemorazione del 40° aniversario Club di Roma
Bisogna però inquadrare il problema del cambiamento climatico entro un quadro più generale, ovvero rispetto a quello che è stato chiamato lo sviluppo sostenibile. La prima volta che si è parlato di sviluppo sostenibile è – contariamente alla vulgata corrente – nelle ricerche del Club di Roma espresse nel Rapporto sui limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, pubblicato nel 1972, il quale prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. La crisi petrolifera del 1973 attirò ulteriormente l’attenzione dell’opinione pubblica su questo problema.
In realtà le previsioni del rapporto riguardo al progressivo esaurimento delle risorse del pianeta erano tutte relative a momenti successivi al primo ventennio del XXI secolo, ma il superamento della crisi petrolifera degli anni settanta contribuì alla nascita di una leggenda metropolitana, secondo cui le previsioni del Club di Roma non si sarebbero avverate. Nella pratica, l’andamento dei principali indicatori ha sinora seguito piuttosto bene quanto previsto nel Rapporto sui limiti dello sviluppo, e l’umanità è destinata a confrontarsi nei prossimi decenni con le conseguenze del superamento dei limiti fisici del pianeta. L’essenza del messaggio era la previsione che dopo l’anno 2000 l’umanità si sarebbe scontrata con la rarefazione delle risorse naturali. Questo fu sostanzialmente rigettata dalla cultura economica internazionale, compresi illustri premi Nobel quale l’economista Amartya Sen, assolutamente convinti – a torto – che lo sviluppo tecnologico avrebbe sopperito ad ogni rarefazione delle risorse. E’ stato dimostrato che la tecnologia può solo ritardare degli effetti esplosivi della nostra economia predatoria.

Gli affari sono affari è il motto del disneyano Filo Sganga avversario di Zio Paperone. spesso alleato commerciale di Brigitta.
Il tipo di sviluppo economico di tipo capitalista oggi in voga nella maggior parte delle nazioni sviluppate ed in via di sviluppo, che prevede – in accordo alla teoria di Milton Friedman – il profitto come unica ed ultima regola per le aziende (che quindi in nome del profitto devono rinunciare a occuparsi del loro impatto ambientale e sociale) – non è compatibile con richieste di tipo ambientali etiche e sociali. Gli affari sono affari (per ripetere un obsoleto slogan); è tutto questo ciò che conta: aumentare il profitto non importa a quali costi, non importa che altri – probabilmente le prossime generazioni – pagheranno il conto della nostra ingorda scelleratezza: ipercompetizione, arrivismo sociale, disinteresse per il prossimo – anche assai vicino a te – sono i riusultati di questa politica assurda che ha portato al crack Cirio, allo scandalo Parmalat e al cosiddetto scandalo dei “furbetti der quartierino”. Questa è la filosofia politica che sostanzia l’attuale governo italiano. La Crisi dei rifiuti in Campania , e più recentemente il caso dei relitti navali affondati nel Tirreno imbottiti di sostanze nocive mettono in evidenza la forte correlazione tra attività economica, politica economica del governo e rispetto delle regole: i rifiuti tossici smaltiti illegalmente hanno avuto origine da attività regolarmente autorizzate. Tale circostanza, rendendo sempre più centrale l’etica nelle scelte di chi produce, sottolinea quanto le azioni dell’individuo ed il rispetto di regole condivise siano irrinunciabili per garantire gli equilibri ecologici e la sostenibilità dell’operato economico di una società civile.
Non sorprende allora che Vittorio Feltri, dalle colonne del suo Il Giornale, sentenzi che l’obbligo di un governo non è quello di governare nel senso più genuino del termine, ovvero di produrre delle scelte pubbliche che si rivelino buone a lungo termine (come è nella visione della Responsabilità Sociale di Impresa, propugnata sin dal 19982 da Edward Freeman, concezione che va a braccetto con le esigenze dello sviluppo sostenibile), e quindi avere una visione lungimirante e di buon governo che lasci l’Italia in buon ordine alle generazioni future. Ma piuttosto, una idea di governo che possa essere libero di governare un paese, ovvero di razziare e di sfruttare il più possible le risorse a favore delle generazioni presenti (ovvero quelle che possono compiere questa razzia, in virtù di un mandato popolare e innappellabile). Il modo in cui le risorse sono state e sono attualmente depauperate non ci devono nemmeno fare riflettere sulla necessità di considerare come uno sterile esercizio accademico dissertare sull’effettività di diritti in capo a quei soggetti che, facendo parte di quella posterità che ha da venire, non soltanto non sono ancora presenti perché non nati, ma non sono nemmeno considerabili come entità potenziali; la scarsità delle risorse e il continuo ampliarsi del divario tra ricchi e poveri in questo paese rende urgente una riconsiderazione della politica economica e sociale che tenga conto non delle esigenze degli individui futuri remoti e nemmeno delle esigenze degli individui futuri prossimi. Addirittura, noi non dobbiamo andare troppo in là: dobbiamo preoccuparci già dei diritti dei nostri giovani.



