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Il trionfo delle facce toste al convegno dei giovani di Confindustria

giugno 13, 2009 by Pietro Orsatti · Leave a Comment 

20090613_silvio6Definiamoli “dotati di faccia tosta”, e saremmo stati pietosi. Lo show di Silvio Berlusconi, il califfo della Certosa, al convegno dei giovani di Confindustria, a Santa Margherita Ligure in provincia di Genova, ha raggiunto il grottesco quando ha iniziato a parlare del prossimo G8 de L’Aquila di luglio. Ecco le sue dichiarazioni a proposito. Coinvolgendo “i migliori mobilieri italiani”, all’Aquila per il G8 “abbiamo completato 30 appartamenti secondo richieste dei singoli capi di governo. Sono venute le delegazioni ed hanno fatto richieste anche molto particolari”. “Abbiamo fatto tutto e saranno accolti in modo eccellente”, ha aggiunto: “Poi li porteremo in giro per i luoghi del terremoto”. Read more

L’Aquila, provincia di Baghdad

maggio 23, 2009 by Pietro Orsatti · 1 Comment 

Pattugliamenti, posti di blocco, sorveglianza aerea notturna, zone rosse e “green zone” ultraprotetta del polo amministrativo militare di Coppito. Un’emergenza affrontata come una guerra
di Pietro Orsatti da L’Aquila

La partita che si gioca in Abruzzo in questi giorni è difficilissima. Da un lato si stanno modificando a colpi di decreto e di gestione dell’emergenza l’insieme di regole che tengono insieme lo Stato, dall’altro si ridisegna probabilmente l’equilibrio che tiene in piedi il Pdl e il governo Berlusconi. A L’Aquila forse non ci si gioca tutto, ma molto sì: sulla questione dei risarcimenti, su come sono stati esautorati enti e amministrazioni locali, sulla necessità di imporre a un pacifico territorio una muscolare Protezione civile, che di civile – vista la militarizzazione del territorio – ha molto poco.
Sistema Baghdad. Ci sono le zone rosse, c’è la “green zone” ultra protetta del polo amministrativo militare di Coppito, pattugliamenti, posti di blocco ovunque e sorveglianza aerea notturna. Si sta affrontando questa emergenza causata da una catastrofe naturale come se si fosse in guerra, anzi come se si gestisse un’occupazione militare.

tendeaquila«Disinformazione, esautorazione delle comunità, arroganza nel trattare con gli amministratori locali da parte del sottosegretario Bertolaso, lasciato comunque solo, unico interlocutore, a trattare con gli abruzzesi. Bertolaso che costretto all’angolo promette, prende impegni, che poi puntualmente il Consiglio dei ministri ribalta. Spero che non sia un gioco delle parti». A parlare è Alvaro Jovannitti, ex parlamentare ed ex segretario regionale del Pci negli anni Settanta, una delle memorie storiche di questo territorio. Lui pensava di godersi la pensione, di occuparsi di storia del movimento operaio in Abruzzo, abbandonando la politica attiva. Ma la scossa del 6 aprile lo ha riproiettato sulla scena come animatore di assemblee e incontri soprattutto fra gli sfollati della costa, che paradossalmente oggi sono quelli che vivono difficoltà ancora più gravi di quelli rimasti nelle tendopoli ma sul loro territorio. «Da un lato il governo, rendendosi conto che i costi per mantenere migliaia persone in case private o alberghi sono molto più alti che averli nei campi, ha individuato il termine del 30 maggio. C’è un’ipotesi di proroga sul tavolo, ma i soldi stanziati sono meno di un terzo della soglia minima richiesta da albergatori e proprietari di case». E quindi fra poco meno di 15 giorni potrebbe verificarsi il rientro di chi ha preferito abbandonare temporaneamente le proprie comunità di origine in tendopoli già ora sature e con il caldo al limite della tenuta sia sul piano igienico sanitario che psicologico.

Un altro dato che pesa e peserà sempre di più a Roma è che, dopo la gestione immediata dell’emergenza, non sta accadendo nulla. Nessun cantiere, nessuna opera sostanziale di consolidamento e soprattutto nessuna casetta, baracca, azione anche provvisoria di ricostruzione. I centri storici sono deserti, circondati da militari, e dentro non sta avvenendo nulla. E intanto è iniziato un vero e proprio braccio di ferro fra Protezione civile e autorità locali (a esclusione della Regione del tutto assente in questa fase) sull’individuazione delle aree dove ricostruire. Già si è verificato una impasse a dir poco imbarazzante. I Comuni hanno indicato delle aree, la Protezione civile altre. E ciascuno immobilizza la scelta del soggetto “rivale”. Anche perché la Protezione civile agisce d’imperio, senza nessun contatto con gli uffici tecnici e le amministrazioni, mentre respinge, si sospetta di routine, ogni proposta alternativa. Un esempio di quello che sta accadendo è si è verificato a Paganica, frazione de L’Aquila. La provincia di Trento ha stanziato il denaro necessario e bandito una gara per la costruzione di 170 case costruite con i principi di bioarchitettura da destinare a questo paese alle porte della valle dell’Aterno. Consegna prevista, circa 20 giorni fa. La Protezione civile ha individuato, in totale solitudine, un’area e ha perfino iniziato a far preparare le piattaforme per la messa in opera degli edifici. Poi il Comune si è ribellato e ha indicato una zona totalmente differente ma che aveva l’obiettivo di mantenere unita la comunità attorno al centro storico. Risultato? Le 170 case andranno in altri comuni della valle e a Paganica tutto è bloccato. Addirittura le piattaforme sono state ricoperte. Questo tipo di “incidenti” sta avvenendo ovunque, e ovunque si ritarda ogni opera, ispezione, perizia. Bertolaso non cede, le comunità locali neppure. E si attende il G8.

Perché è sul G8 che si gioca la partita vera. «Dopo il G8 si capirà se i soldi ci sono sul serio, se hanno individuato chi costruirà e come e dove» spiega Jovannitti. «Per il resto terranno tutto fermo sperando che la situazione non degeneri». Ma la rete stesa su questo territorio dall’esecutivo non sta tenendo, perché l’affrettato e ambiguo decreto del governo sta allarmando non poco gli sfollati. Anche la sua versione emendata non rassicura, perché non sono stati fatti degli emendamenti “sostitutivi” ma modifiche “aggiuntive”. È stata infatti inserita la dicitura “rimborso totale” per le prime case di proprietà e residenza senza togliere la soglia dei 150mila euro per lo stesso obiettivo. Come se il governo avesse deciso che il totale è al massimo 150mila e basta. E non solo. Non è stata modificata la ripartizione di queste somme, di cui solo 50mila euro a fondo perduto da parte dello Stato e il resto a mutui agevolati e detassazioni. «Trucchi contabili», è la definizione del decreto più diffusa fra le tende. E la rabbia cresce. «Tremonti è stato molto abile – prosegue Jovannitti – si è tenuto lontano dai riflettori, non si è associato alle roboanti promesse di Berlusconi e dei suoi ministri. Una presa di distanza? Forse. O soltanto la necessità di sopravvivere quando la situazione precipiterà». Ma c’è qualcun altro che le distanze inizia a prenderle. Si tratta di molti dei politici locali del centrodestra, addirittura di alcuni eletti nelle liste di Forza Italia, che, mesi sotto pressione da parte dei propri elettori, si stanno sempre più numerosi associando al coro di protesta contro il decreto e la militarizzazione del territorio guidato in questa fase dalla presidente della Provincia Pezzopane e, in seconda battuta, dal sindaco de L’Aquila Cialente. E in particolare il disagio verso la propria maggioranza di governo sembra montare tra le fila degli eletti di An. Reggerà questo castello di carte fino al G8? Sì, se la militarizzazione tiene (e segnali contrari arrivano anche dall’interno delle forze dell’ordine e dei Vigili del fuoco). Sì, se i “ribelli” del Pdl si riallineeranno dopo una bella ramanzina da parte del partito “d’azienda, di governo e di lotta” nato dalla fusione di An e Forza Italia. Sì, se non si verificherà qualche incidente nelle tendopoli facendo franare l’ordine pubblico. Perché è evidente, oggi, che basterà una piccola scintilla a far esplodere la rivolta nei campi che, non essendoci più un quadro di riferimento politico, non avrà altra via di sfogo che la rabbia.

già pubblicato su left-Avvenimenti

Il popolo abruzzese muore il governo italiano acquista 13 miliardi di aerei bombardieri F35

maggio 12, 2009 by DANIELA VILLANI · Leave a Comment 

Il Governo Italiano  con  parere positivo di Camera e Senato, in data 8 aprile 2009, “si appresta” ad acquistare 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighters (F35 aerei di attacco che possono trasportare anche ordigni nucleari) assumendo un impegno per il nostro Paese fino al 2026, con una spesa di quasi 13 miliardi di euro;abruzzopersone1
Una decisione scellerata, 13 miliardi di euro ? Ma non c’ era  la crisi economica ?
E questa crisi non aveva portato ad improrogabili tagli  all’ università, alle  politiche sociali, alla scuola ?
Mi domando perchè il governo si appresta a fare questa scelta, è una scelta di pace?
Considerato che il suddetto parere delle Commissioni di Camera e Senato autorizza ma non obbliga il Governo a firmare il contratto definitivo entro il 31/12/2009 con la Lockeed (multinazionale statunitenze associata con Alenia per l’occasione e  capocommessa degli F35) ,si potrebbe urlare a gran voce il nostro NO!
Queste risorse potrebbero essere destinate  alla società, all’ambiente, al lavoro alle energie rinnovabili. Si potrebbe ridistribuire il reddito e migliorare le nostre condizioni di vita.
In ultima analisi, e non per questo meno importante, questi soldi  sarebbero certamente spesi meglio  per l’emergenza del terremoto in Abruzzo, per ricostruire e mettere in sicurezza tutti gli edifici, sarebbe una risposta concreta ed  una scelta immediata e risolutiva.
Dal  17 aprile 2009 il consiglio provinciale di Pescara  devolve  il gettone di presenza  sino al termine della Consiliatura – a favore delle popolazioni aquilane colpite dal sisma,ed il governo invece di autotassarsi  che fa ? Sperpera il  denaro pubblico. Questi signori non sono capaci di fare  una scelta  di solidarieta ne nei  confronti del popolo abruzzese ne dell’Italia intera che è ormai ridotta in  povertà
Continuando a stare in silenzio ci ruberanno anche la voce!
Foto: Flickr album di Adele Sarno

Fotoreporter di me stesso

aprile 26, 2009 by Amministratore · Leave a Comment 

madredi Pietro Orsatti su Terra (della domenica)

foto di Marco D’Antonio

Marco fa il fotografo. Cronaca, guerra, polvere e fatica. Mezzo mondo attaccato alle suole delle scarpe. Marco sorride, si muove piano, guarda e scatta, con pazienza. Ha un modo di raccontare dilatato, attraverso il grandangolo, ma nella dilatazione appare il dettaglio, la piega, lo stupore. Lo stupore di chi scatta, non quello di chi la guarderà, poi, quell’immagine. Gli piace forzare l’inquadratura, teatralizzarla. E il teatro è molto più complesso di un solo fotogramma ben studiato, disegnato, fermato: le foto di Marco non solo immagini, appunto, ma racconto. Poche parole, burbero quanto basta, paziente quanto serve. Marco fa il fotografo, e gli basta. Non è uno “che se la tira”, anche se potrebbe. Se non avesse quella macchina fotografica probabilmente non lo si riconoscerebbe: è un ragazzo qualunque, con una buffa barba e un sorriso mite che non sai se sia di orgoglio o di timidezza. E si sa, la timidezza, alla fine ti rende attento, ti fa ascoltare. E Marco ascolta: l’aria, la gente, il vento.

Marco è di parte, partigiano: si schiera. Si mette dall’altra parte dell’obiettivo e, raccontando gli altri, racconta il suo sguardo. «Non c’è una buona via di uscita da questo lavoro», raccontava qualche anno fa Ryszard Kapuscinski di passaggio a Roma poco prima della scomparsa. «Ogni scelta che fai avrà una conseguenza – raccontava con passione, e dolore, il giornalista e scrittore polacco -. Un fotoreporter si trova molto spesso davanti a situazioni drammatiche. Per fare un buono scatto, per informare, per documentare, bisogna fare delle scelte. C’è un’immagine che ha fatto il giro di tutti i giornali del mondo: l’ha fotografata un mio amico in Sudan: si è trovato davanti a un bambino che stava agonizzando, morendo di fame, sdraiato a terra, e alcuni avvoltoi pensandolo già morto lo stavano beccando. Lui si è trovato davanti due scelte. Intervenire e allontanare gli avvoltoi e tardare di qualche minuto la fine del bambino o fare quello scatto. Non esiste una buona via di uscita da una situazione del genere. Non esiste una scelta buona. A volte dobbiamo prendere delle decisioni in un attimo». E Marco lo sa che è così. E se forse lo intuiva fino alla 3 e 32 del 6 aprile, ora ne ha piena coscienza. Perché da quella notte Marco fotografa se stesso.

scalaPerché Marco è nato a L’Aquila, ci vive, è cresciuto qui, qui torna da ogni viaggio. Nella notte del 6 aprile si è precipitato a casa dei genitori con la sua compagna, poi ha recuperato la nonna ottantenne nel centro storico ma già tenendo in una mano la macchina fotografica e, appena è riuscito a mettere in sicurezza i suoi parenti, si è rassicurato, ha iniziato a lavorare. Giorno dopo giorno. Scatto dopo scatto. Migliaia di immagini che non gli frutteranno neanche un euro. Perché lui e molti altri fotografi della zona hanno deciso di aprire un conto corrente destinato agli aiuti e interventi sul posto dove versare tutti i proventi delle immagini piazzate. «Questa città mi ha visto crescere e le devo molto. In qualche modo devo ripagare questo debito», e il sorriso è disarmante.

«È una sensazione strana, terribile – racconta – trovarsi a documentare un luogo tuo travolto da una tragedia. Io di tragedie, disastri, guerre ne ho viste ma ero impreparato a tutto questo. In qualche modo, lavorare dietro un obiettivo ti protegge. È quasi terapeutico». Sarà anche terapeutico ma a sera, dopo aver documentato la tragedia del terremoto, Marco rientra a quella che chiama casa, e ogni volta che la chiama così poi ride: una tenda. Ed è fortunato, perché la sua famiglia è riuscita a raccogliersi e a organizzarsi tutta insieme, autonomamente, sul prato di un amico, così non è rientrata nel circo disumanizzante di una tendopoli anonima. «Almeno siamo tutti lì». E non è poco. «Io sono un superstite, non uno sfollato. Ci sono amici che non ci sono più, amici che sono morti sotto le case. E poi la casa dei miei danneggiata, talmente tanto che è stata dichiarata inagibile e avevamo finito di pagare il mutuo solo due anni fa. Io, con la vita che faccio, finora una casa mia non sono mai riuscito ad averla. Si vede che ora me la dovrò fare ’sta casa».

Quando lo abbiamo incontrato per la prima volta ci eravamo dati un appuntamento vicino a piazza D’Armi. Non ci interessava la tendopoli, che c’è ed è immensa, ma il sito dove stavano smaltendo e distruggendo le macerie in tutta fretta. È, sceso dalla macchina, ha salutato velocemente e poi ha attraversato la strada per scattare. Subito. Rapito dalla necessità di raccontare. Capiva che c’era una notizia. D’istinto. Del buon istinto di consumatore di scarpe e chilometri. E poi via, prima verso Onna, e poi Civita di Bagno e Fossa e ancora Villa S. Angelo. Ogni scatto una parola, dopo. Parla piano e poco quando lavora, ma si muove veloce. Mica ha bisogno di correre. Marco lavora in gruppo con i colleghi, come farebbe in Cecenia, in Palestina, in Sudan. Piccolo insieme di cronisti, fotoreporter, operatori: collettivo solidale, di mutuo soccorso. In ogni luogo di crisi è sempre così: cala la tensione della concorrenza e scatta il meccanismo dell’amicizia, della solidarietà fra simili. L’affinità. Ma a sera, ora, quando la tensione cala, lui torna alla sua tenda, al suo piccolo campo a conduzione familiare. E ha il tempo di pensare. Lunghe ore di attesa.

padre«Qualche giorno fa ho accompagnato i miei genitori a casa a prendere un po’ di cose – racconta – e mi sono trovato a scattare immagini come sempre. Solo che questa volta stavo raccontando la tragedia, lo spavento, il dolore mio, della mia famiglia. La sensazione è stata devastante». L’immagine di sua madre in lacrime, nel corridoio dell’appartamento lesionato, inabitabile, il casco fornito dai vigili, racconta tutto lo stupore del figlio e del fotografo. Dell’occhio e dell’affetto. La casa, quello che ne resta, è quasi sfocata, mossa. Al centro la figura della madre, nitida. È cronaca e affetto contemporaneamente quel fotogramma. È anzi qualcosa di più. Testimonianza.

Marco è un testimone, e un sopravvissuto. È contemporaneamente occhio esterno e centro. Una dualità che rende queste settimane ancora più difficili, ma che rende ancora più straordinario il suo lavoro, ora. Il terremoto attraverso i suoi occhi assume una nitidezza che solo una persona che è parte, carne e sangue, di un evento può dare.

Marco D'Antonio (foto di P. Orsatti)

Marco D’Antonio (foto di P. Orsatti)

«Mi ricordo perfettamente le persone, i loro volti, non tanto quello che dicevano», amava ripetere Kapuscinski ricordando cinquant’anni di carriera di inviato. Per Marco D’Antonio è la stessa cosa. Sono i volti, le persone, il movimento fermato in un’istantanea che diventano il reale, il racconto. «Viviamo nell’epoca delle sfumature, dei confini indistinti fra diversi generi letterari e sempre più spesso ci imbattiamo in libri che è difficile definire, e tante pagine sono intrise di poesia». Quel taglio distorto dal grandangolo, quell’uso delle quinte che Marco ama utilizzare per creare profondità al dettaglio, casomai sbieco, che appare quasi fuori inquadratura sullo sfondo, nelle sue foto di queste settimane assumono un valore ancora maggiore. Sono un esorcismo contro il dolore.

L’assuefazione al dolore

aprile 21, 2009 by Mario · 2 Comments 

In questi giorni in cui sui media di regime le immagini di disperazione per le vittime del terremoto non lasciano praticamente spazio per altre notizie, mi sono chiesto se una indigestione di emotività a buon mercato non potesse portare invece, quasi inavvertitamente, verso un effetto opposto di impermeabilizzazione sentimentale.
Mi ha incuriosito questo articolo soprattutto nella parte che ho evidenziato in grassetto.
Le emozioni che sono collegate al nostro senso morale si risvegliano lentamente nella mente, secondo il nuovo studio di un gruppo di neuroscienza guidato dall’autore corrispondente Antonio Damasio, direttore dell’istituto di Cervello e Creatività all’USC College.
La scoperta, contenuta in uno dei primi studi del cervello sulle emozioni ispiratrici in un campo dominato dal focus su paura e dolore, suggerisce che la cultura dei media digitali possa essere più adatta ad alcuni processi mentali che ad altri.

“Per alcuni generi di pensiero, in particolare la decisione morale circa le situazioni sociali e psicologiche delle altre persone, dobbiamo avere tempo sufficiente per la riflessione,” ha detto la prima autrice Mary Helen Immordino-Yang della scuola di formazione USC Rossie.
Gli esseri umani possono ordinare molto rapidamente le informazioni e possono rispondere in frazioni di secondo ai segnali di dolore fisico negli altri.
Il gruppo di Damasio ha trovato che l’ammirazione e la compassione – due delle emozioni sociali che definiscono l’umanità – prendono molto più tempo.
Il loro studio è comparso online negli atti dell’Accademia nazionale delle Scienze.
“Lo studio di Damasio ha implicazioni straordinarie per la percezione umana degli eventi nell’ambiente della comunicazione digitale,” ha detto Manuel Castells della scuola dei media USC Annenberg, della cattedra Wallis Annenberg di società di comunicazione e tecnologia all’USC. “La durata della compassione in rapporto alla sofferenza psicologica richiede un livello di attenzione persistente ed emozionale.”
Gli autori dello studio hanno usato delle storie reali e convincenti per indurre in 13 volontari ammirazione per la virtù o l’abilità, o compassione per il dolore fisico o sociale (le emozioni provate sono state verificate tramite un attento protocollo di interviste di pre e post immaginazione).
La formazione dell’immagine nel cervello ha indicato che i volontari hanno avuto bisogno di sei-otto secondi per rispondere completamente alle storie di virtù o di dolore sociale. Tuttavia, una volta risvegliate, le risposte sono durate ben più a lungo delle reazioni dei volontari alle storie focalizzate sul dolore fisico.
Lo studio solleva delle questioni circa il costo emozionale — specialmente per il cervello in fase di sviluppo — del pesante ricorso ad un flusso veloce di frammenti di notizie ottenuti attraverso la televisione, i notiziari online o i social network.
“Se le cose accadono troppo velocemente, si può anche non avvertire mai le emozioni sulle condizioni psicologiche delle altre persone e questo avrebbe delle implicazioni sulla moralità,” ha detto Immordino-Yang.
Come ex maestro di una scuola elementare pubblica che ha aperto la strada ad una serie di tesi di laurea sull’apprendimento ed il cervello all’Università di Harvard e titolare di una nomina condivisa con il suo assistente di cattedra nella scuola di formazione di Rossier, Immordino-Yang ha evidenziato l’attinenza dello studio con l’insegnamento.
“Gli educatori hanno il ruolo di produrre cittadini morali che possono pensare in modo etico, che sentono la responsabilità di aiutare altri meno fortunati, che possono usare la loro conoscenza per rendere il mondo un posto migliore,” ha detto.
“E così dobbiamo capire come l’esperienza sociale possa plasmare le interazioni tra il corpo e la mente, per produrre dei cittadini con una forte bussola morale.”
Chiaramente, i normali eventi personali offriranno sempre le occasioni agli esseri umani di provare ammirazione e compassione.
Ma i veloci strumenti mediatici digitali possono sviare alcuni utenti eccessivi dai modi tradizionali di apprendimento sull’umanità, come la partecipazione con la letteratura o con le interazioni sociali faccia a faccia.
Immordino-Yang non ha incolpato i media digitali. “Non è sugli strumenti che hai, è su come utilizzi questi strumenti,” ha detto.
Castells ha detto gli interessano meno gli spazi sociali online, alcuni dei quali possono offrire occasioni di riflessione, quanto “la rapidità della televisione o dei giochi virtuali.”
“In una cultura dei media in cui la violenza e la sofferenza diventano uno spettacolo infinito, sia come finzione che come infotainment (informazione come spettacolo), si installa gradualmente all’interno l’indifferenza alla visione dell’essere umano che soffre,” ha detto.
Damasio è d’accordo: “Ciò che maggiormente mi preoccupa è quello che sta accadendo nelle (brusche) giustapposizioni che si trovano, ad esempio, nelle notizie.
“Quando si tratta di emozioni, dato che questi sistemi sono inerentemente lenti, forse tutto ciò che possiamo dire è, non così velocemente.”

Lo studio, intitolato “Componenti Neuronali di Ammirazione e Compassione,” prende una linea di condotta positiva nella ricerca sull’emozione e sul cervello.
Damasio ha definito lo studio “il primo che studia le basi neuronali dell’ammirazione ed uno dei primi che si occupa della compassione in un contesto più vasto del dolore fisico. Dire che l’ammirazione è stata trascurata è una dichiarazione incompleta.”
Molti studi precedenti si sono focalizzati sulle emozioni negative come la paura. Studiando l’ammirazione, il gruppo di Damasio sta mettendo a fuoco quegli impulsi che mettono in evidenza il meglio dell’umanità.
L’ammirazione, ha detto Damasio, “ci dà un criterio per sapere cosa ricompensare in una cultura e cosa cercare e provare ad ispirare.”
Lui e Hanna Damasio, co-direttore dell’istituto e direttrice del Dornsife Imaging Center all’università USC, hanno scelto lo studio dell’ammirazione come uno dei progetti fondamentali dell’istituto.
Dai presidenti Obama e Clinton ai ragazzi allevati nelle periferie, le storie abbondano di individui che hanno trasceso le loro situazioni a causa dell’ammirazione per una persona chiave nelle loro vite.
“In realtà noi separiamo il bene dal male in gran parte grazie al sentimento dell’ammirazione,” ha detto Damasio. “È una reazione fisiologica profonda che è molto importante per definire la nostra umanità.”
Inoltre è profondamente radicata nel cervello e nel senso del corpo, ha scoperto lo studio, coinvolgendo i sistemi neuronali principali che regolano la chimica del sangue, del sistema digestivo e di altre parti del corpo.
Damasio ha definito un indizio che le emozioni sociali hanno profonde radici evolutive, in attesa di repliche a questo studio da parte di altri gruppi.
“La gente non pensa generalmente che emozioni come l’ammirazione e la compassione abbiano precursori nell’evoluzione,” ha notato.
“Noi sveliamo che queste emozioni coinvolgono i sistemi di base della nostra fisiologia.”
Per Immordino-Yang, che, come laureando, si è focalizzato sulla letteratura, lo studio presenta una prova intrigante dell’antica immagine poetica che confronta l’emozione profonda con la ferita fisica – “un cuore rotto” ne è l’esempio evidente.
“I poeti lo avevano chiaro davanti,” ha detto. “Questa non è una semplice metafora. Il nostro studio indica che usiamo la sensibilità del nostro corpo come piattaforma per saper rispondere alle situazioni sociali e psicologiche delle altre persone.
“Queste emozioni sono viscerali, nel senso più letterale – sono l’espressione biologica di `fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te’”
Per concludere, lo studio ha indicato che il dolore fisico e sociale coinvolge la corteccia posteromediale, una parte centrale del cervello collegato al senso del sé ed alla coscienza.
In accordo con questa scoperta, i volontari hanno segnalato un senso intensificato di autoconsapevolezza dopo avere udito le storie.
Molti hanno espresso il desiderio di condurre una vita migliore. Qualcuno ha persino rifiutato il consueto pagamento per la partecipazione, ha detto Immordino-Yang.
E’ interessante che la corteccia posteromediale sembra usare delle zone differenti per la risposta al dolore fisico o sociale.
“Il cervello opera una distinzione fra le cose che riguardano la fisicità e le cose che riguardano la mente,” ha affermato Damasio.

Abruzzo al PdL, crolla il PD, bene Di Pietro

dicembre 16, 2008 by Antonio Rossano · Leave a Comment 

Come avevamo preannunciato nel post di ieri la sfida era tra Carlo Costantini dell’ IdV e Gianni Chiodi del PdL, prevedibilmente poi risultato il vincitore.

Il 53% degli elettori abruzzesi si è recato a votare,  percentuale di affluenza storicamente tra le minori. Ed è stato proprio questo l’ elemento che ha determinato, in maniera inequivocabile, il risultato della competizione.

Sicuramente chi è rimasto a casa non sono stati gli elettori del PdL, come anche dimostrato dai numeri. L’ astensionismo è, più che una manifestazione di malcontento  o di disaffezione nei confronti della politica , in quei luoghi recentemente seriamente compromessa,  ma è un preciso segnale al PD.

Solo ed esclusivamente al PD: la sinistra radicale si è collocata forse anche meglio delle ultime elezioni politiche o in linea con esse. L’ Italia dei Valori ha conseguito un successo notevole peraltro in una regione in cui era già significativamente presente alle ultime politiche.

E’ da considerare questo voto per il suo significato profondo e sostanziale: lo scenario sin quì prospettatosi, di un governo centrale nelle mani del centrodestra e l’ insieme delle amministrazioni locali in gran parte controllate dal centrosinistra, non corrisponde più alla situazione reale del paese.

Per il PD urge una lettura seria di questi dati con il conseguente cambio radicale e profondo della strategia politica e del rapporto con l’ elettorato.

Elezioni in Abruzzo, la sfida è tra Di Pietro e Berlusconi.

dicembre 13, 2008 by Antonio Rossano · 1 Comment 

Si svolgono in Abruzzo, domenica 14 e lunedì 15 dicembre 2008, le elezioni regionali.
Molte le questioni in ballo, dallo scontro Berlusconi- Di Pietro, ai rapporti tra Italia dei Valori e Partito Democratico che, in questa tornata si presentano uniti , sostenendo il candidato dell’ Italia dei Valori, Carlo Costantini.

Le candidature alla Presidenza della Regione in ordine alfabetico sono quelle di:

  • Teodoro Buontempo, de La Destra
  • Giovanni Chiodi, indipendente vicino al Popolo della Libertà, dimessosi dalla carica di sindaco di Teramo
  • Carlo Costantini, deputato dell’Italia dei Valori, sostenuto dal Partito Democratico , La Sinistra, Partito della Rifondazione Comunista, PdCI e dal Partito Socialista.
  • Rodolfo de Laurentiis, dell’ Unione dei Democratici Cristiani e di Centro, sostenuto dall’Unione di Centro.
  • Ilaria Del Biondo, del Partito Comunista dei Lavoratori.
  • Angelo Di Prospero, della Lista Per il Bene Comune.
  • Leopoldo Rossini, dell’Alleanza Federalista-Lega Nord.
Il Candidato del Centrosinistra, Carlo Costantini

Il Candidato del Centrosinistra, Carlo Costantini

Lo scontro atteso, come confermato da tutti i sondaggi sin qui realizzati, è tra il candidato del Popolo della Libertà, Giovanni Chiodi, e quello della coalizione estesa di centro sinistra, Carlo Costantini.
Silvio Berlusconi, ha basato la campagna elettorale di Chiodi sul “rinnovamento” e sulla questione morale, molto sentita in Abruzzo dopo le note vicende che hanno coinvolto l’ industriale Angelini e che hanno portato alle dimissioni ed agli arresti domiciliari del Presidente della regione, Ottaviano Del Turco.
Da parte sua, Di Pietro ha svolto un lavoro minuzioso di raccolta voti, girando, una ad una tutte le piazze dei comuni abruzzesi e sostenendo anch’egli la questione del rinnovamento e del cambiamento.
Le ultime schermaglie si sono avute aulla questione dei sondaggi: Berlusconi sostiene di avere un vantaggio di 13 punti, Di Pietro dice che “Berlusconi dà i numeri” accreditando per Costantini un vantaggio di 5 punti.
La questioni dei sondaggi, come Berlusconi e Di Pietro sanno molto bene è decisiva: è provato da tutti gli studi di comunicazione e le ricerche elettorali che una larga fetta degli indecisi, al momento del voto, opterà per quello che ritiene sia il candidato che vincerà: il cosiddetto “salto sul carro del vincente”.

Appare così evidente l’ importanza dell’ informazione e dei numeri che vengono diffusi.

Le campagne elettorali dei due candidati si sono svolte in maniera abbastanza similare sul territorio; piccole differenze nell’ uso dei mezzi di comunicazione con Chiodi che ha privilegiato i media “tradizionali” stampa, radio e televisioni, mentre Costantini ha meglio organizzato la propria informazione sui “New Media”, come è visibile dalla visitazione del suo sito Internet .
Molto interessante sulla interazione tra media come Costantini risponda ai posts “scritti” degli utenti del suo sito internet nei video pubblicati su di esso, rafforzando il meccanismo della interazione bidirezionale e bottom-up, oltre alla interconnessione tra le varie tipologie di media.
Dettagliata l’ analisi di Franco Forchetti su www.abruzzo24ore.tv sulla comunicazione elettorale dei due candidati.

Il Candidato del PdL, Gianni Chiodi

Il Candidato del PdL, Gianni Chiodi

Un piccolo incidente di “stile” è accaduto al candidato del PdL Chiodi, accusato di voto di scambio dai dipietristi per aver promosso una anagrafe dei giovani disoccupati ai quali veniva proposta una possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Si erano organizzati chioschi e pubblicità poi , di fronte alle accuse di Di Pietro, repentinamente scomparsi. Il tutto è documentato da questo video, pubblicato su Repubblica.it.

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