Mohammad Maleki, 76 anni e primo rettore dell’Università di Teheran, con tumore in carcere
novembre 3, 2009 by Amministratore · Leave a Comment
Amnesty International ha lanciato un appello per Mohammad Maleki, studioso di 76 anni e primo rettore dell’Università di Teheran è detenuto in incommunicado nel carcere di Evin, a Tehran, da 40 giorni. Ha un cancro alla prostata e soffre di diverse altre malattie. 
Prima del suo arresto, avvenuto ad agosto scorso, Mohammad Maleki ha ricevuto cure regolari, che non gli sono più state somministrate durante la custodia. Oltre a essere malato di cancro alla prostata, soffre di diabete e di problemi cardiaci. Il 23 ottobre sua moglie, Ghodsi Mir Moez, ha espresso le sue preoccupazioni sul deterioramento delle condizioni di salute del marito nel corso di un’intervista a una radio tedesca.
Mohammad Maleki è trattenuto senza accusa e il suo ordine di detenzione temporanea di due mesi è stato rinnovato il 22 ottobre. Secondo quanto riferito a Ghodsi Mir Moez dagli ufficiali che lo hanno arrestato, Maleki è indagato per aver fomentato disordini e per i suoi legami con l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (People’s Mojahedin Organization of Iran), un gruppo d’opposizione illegale in esilio. Molti membri di questo gruppo sono accusati di reati simili. Tuttavia, secondo la famiglia Mohammad Maleki non è affilato ad alcun partito politico e non ha votato alle contestate elezioni iraniane del 12 giugno. Ha criticato le modalità di conduzione delle elezioni, ma non ha pubblicamente espresso alcun punto di vista sui quattro candidati. Si ritiene che Mohammad Maleki sia prigioniero di coscienza, detenuto esclusivamente per aver espresso pacificamente le sue opinioni.
Israele/Territori palestinesi occupati: Israele raziona l’acqua ai palestinesi
ottobre 29, 2009 by francesca · Leave a Comment
Amnesty International ha accusato Israele di negare ai palestinesi il diritto a un adeguato accesso all’acqua, mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilità di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.
“Israele consente ai palestinesi di accedere solamente a una piccola parte delle risorse idriche comuni, che si trovano per la maggior parte nella Cisgiordania occupata, dove invece gli insediamenti illegali dei coloni ricevono forniture praticamente illimitate. A Gaza il blocco israeliano ha reso peggiore una situazione che era già terribile” – ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori palestinesi occupati.
In un nuovo approfondito rapporto, Amnesty International mostra fino a che punto le politiche e le pratiche israeliane negano ai palestinesi il loro diritto all’accesso all’acqua. Israele utilizza più dell’80 per cento dell’acqua della falda montana, la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell’area, e limita l’accesso dei palestinesi al solo 20 per cento. La falda montana è l’unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante a disposizione d’Israele, che tiene per sé tutta l’acqua disponibile del fiume Giordano.
Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantità d’acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.
Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell’acqua dell’unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all’ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell’acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.
Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualità e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.
“In oltre 40 anni di occupazione, i divieti imposti da Israele all’accesso all’acqua dei palestinesi hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di servizi idrici nei Territori palestinesi occupati, negando così a centinaia di migliaia di persone il diritto di vivere una vita normale, di avere cibo a sufficienza, una casa, la salute e sviluppo economico” – ha dichiarato Donatella Rovera.
Israele si è appropriato di vaste aree delle terre palestinesi ricche di acqua, occupandole e vietando l’accesso ai palestinesi. Ha inoltre imposto un complesso sistema di permessi che i palestinesi devono ottenere dalle forze armate e da altre autorità israeliane per portare avanti progetti idrici nei Territori palestinesi occupati. Tali richieste sono spesso rifiutate o subiscono lunghi rinvii. I divieti imposti da Israele al movimento di persone e beni inaspriscono ulteriormente le difficoltà che i palestinesi devono affrontare quando cercano di portare a termine progetti idrici e sanitari o anche solo quando vogliono distribuire piccole quantità di acqua.
Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell’esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell’acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana destinata all’irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando buona parte dell’acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.
In alcuni villaggi palestinesi, poiché non hanno accesso all’acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra né a produrre piccole quantità di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantità dei capi bestiame.
“L’acqua è un bene e un diritto fondamentale ma avere una quantità d’acqua anche minima e di cattiva qualità è diventato un lusso che molti palestinesi possono a malapena permettersi” – ha commentato Rovera. “Israele deve porre fine alle sue politiche discriminatorie, abolire immediatamente tutti i divieti che impone ai palestinesi per l’accesso all’acqua, assumersi la responsabilità di affrontare i problemi che ha creato e accordare ai palestinesi un’equa ripartizione delle risorse idriche comuni”.
Ulteriori informazioni
Questo nuovo rapporto fa parte della campagna globale “Io pretendo dignità”, lanciata da Amnesty International nel maggio di quest’anno per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la povertà. La campagna sta mobilitando persone di ogni parte del mondo per pretendere che i governi e le aziende ascoltino la voce di coloro che vivono in povertà e rispettino i loro diritti.
Nuovo appello da Amnesty International contro le fustigazioni in Sudan
agosto 30, 2009 by Amministratore · Leave a Comment
Il 5 luglio a Karthoum la polizia ha fatto irruzione in un ristorante e ha arrestato 13 donne perché indossavano pantaloni in un luogo pubblico. Dopo due giorni in custodia, 10 di queste donne, che non erano rappresentate da nessun avvocato, sono state riconosciute colpevoli di atti osceni. Sono state punite con 10 frustate e una multa di circa 100 dollari (70,33 euro). Una di loro ha 16 anni e altre due ne hanno 17. Amnesty International si oppone alla fustigazione perché è una punizione crudele, inumana e degradante e ne ha già pubblicamente denunciato l’uso in Sudan.
Lubna Ahmed Al Hussein e altre due donne hanno chiesto di poter avere rappresentanza legale. Nonostante due di loro abbiano ricevuto il perdono presidenziale, Lubna Ahmed Al Hussein lo ha rifiutato dando, inoltre, le dimissioni dal suo lavoro alla missione delle Nazioni Unite in Sudan, per non beneficiare dell’immunità a disposizione dei membri dello staff Onu, poiché desidera essere processata come cittadina sudanese.
Lubna Ahmed Al Hussein, giornalista, ha scritto sull’uso della legge per perseguitare le donne che, nella maggior parte dei casi, non protestano per paura di essere stigmatizzate. Al fine di evidenziare questo diffuso, ma sottostimato problema, la Hussein sta prendendo tempo in tribunale per fare pressione per l’abrogazione di questa legge che ammette che le donne siano fustigate per aver indossato “abiti immorali o indecenti … (che) causano l’indignazione dell’opinione pubblica”. L’attuale legge sulla “oscenità”, che ammette fino a 40 frustate e una multa in denaro, può avere un’ampia interpretazione da parte della polizia, portando ad arresti arbitrari e persecuzioni.
Lubna Ahmed Al Hussein è apparsa davanti alla corte due volte, supportata da 50 sostenitori, soprattutto donne. Molte indossavano pantaloni in suo sostegno e in opposizione alla legge. Un’ulteriore udienza è fissata per il 7 settembre.
La violazione sistematica dei diritti delle donne a causa di questa legge è stata portata alla luce grazie all’istanza di Lubna Ahmed Al Hussein, che Amnesty International considera un’attivista dei diritti umani.
Firma subito l’ appello di Amnesty International indirizzato al Ministro della Giustizia Sudanese.
Amnesty International: Rapporto annuale 2009
maggio 29, 2009 by francesca · Leave a Comment
Il Rapporto Annuale 2009 di Amnesty International descrive la situazione dei diritti umani nel 2008 in 157 paesi e territori del mondo. Ripercorrendo la situazioni dei diritti umani nei singoli paesi, dall’Afghanistan allo Zimbabwe, il Rapporto offre una nitida immagine di come per milioni di persone i miglioramenti degli standard di vita siano, nella migliore delle ipotesi, una condizione del tutto precaria quando gli stati ignorano o reprimono anche solo uno dei diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
Il 2008 ha visto un mondo sempre più incalzato dall’onda di moltitudini di persone affamate, impoverite ed escluse, le cui proteste sono state spesso represse con forza eccessiva e i governi si sono dimostrati impreparati a considerarle. Con il presente Rapporto, Amnesty International unisce la propria voce a quella di quanti s’indignano contro l’ingiustizia e l’ineguaglianza e pretendono coraggiosamente un futuro in cui tutti gli esseri umani siano liberi ed eguali, in diritti e dignità.
I dati principali del Rapporto Annuale 2009*
- Libertà di espressione
Limitazioni alla libertà di espressione sono state imposte in almeno 81 paesi.
- Pena di morte
Almeno 2390 prigionieri sono stati messi a morte in 25 paesi. Il 78% delle esecuzioni ha avuto luogo nei paesi del G20.
- Esecuzioni extragiudiziali/omicidi illegali
Esecuzioni extragiudiziali od omicidi illegali sono stati commessi in oltre 50 paesi. Il 47% di questi crimini è stato riscontrato nei paesi del G20.
- Torture e altri maltrattamenti
Torture e altre forme di maltrattamento sono state compiute, nel corso degli interrogatori, in circa 80 paesi. Il 79% delle torture e dei maltrattamenti si è registrato nei paesi del G20.
- Processi iniqui
Processi iniqui sono stati celebrati in circa 50 paesi. Il 47% di essi si è svolto nei paesi del G20.
- Detenzioni illegali
Prigionieri sono stati sottoposti a periodi di detenzione prolungata, spesso senza accusa né processo, in circa 90 paesi. Il 74% di queste detenzioni ha avuto luogo nei paesi del G20.
- Rinvii forzati di richiedenti asilo
Persone che chiedevano asilo politico sono state respinte da almeno 27 paesi verso stati in cui sono andate incontro ad arresti, torture e morte.
- Prigionieri di coscienza
Prigionieri di coscienza sono finiti in carcere in almeno 50 paesi.
- Sgomberi forzati
Sgomberi forzati sono stati eseguiti in almeno 24 paesi.
*Questi dati si riferiscono al periodo gennaio - dicembre 2008
Di seguito alcuni brani tratti dall’ introduzione al rapporto.
“Nel settembre del 2008 ero a New York per prendere parte a una riunione di alto livello delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, che la comunità internazionale si è data per ridurre la povertà entro il 2015. Un delegato dopo l’altro, tutti parlavano della necessità di reperire maggiori fondi per sradicare la fame, diminuire il numero delle morti evitabili di neonati e donne incinte, fornire acqua potabile e servizi igienici, garantire istruzione alle bambine. Pur essendo il gioco la vita e la dignità di miliardi di persone, era fin troppo evidente la scarsa volontà di sostenere quei discorsi con un contributo economico. Uscita dalla sede delle Nazioni Unite, lessi i titoli scorrevoli delle ultime notizie, che raccontavano una storia del tutto diversa che si stava svolgendo da un’altra parte di Manhattan: il crollo di una delle più grandi banche d’investimenti di Wall Street. Era il segno di dove l’attenzione e le risorse del mondo erano davvero concentrate. Governi ricchi e potenti furono immediatamente in grado di mettere insieme una somma molte volte maggiore di quella che non era stato possibile trovare per sconfiggere la povertà. Quei governi riversarono soldi in abbondanza nelle banche che stavano fallendo e nei pacchetti di stimoli per economie cui era stato permesso per anni di impazzare e che ora si erano arenate.
Alla fine del 2008 era chiaro che il nostro mondo a due dimensioni, quella della privazione e quella dell’ingordigia, quella dell’impoverimento di molti per soddisfare l’avidità di pochi, era collassato in un buco profondo.
……”
“Le molte facce della disuguaglianza
Molti esperti citano i milioni di persone usciti dalla povertà grazie alla crescita economica. La verità, però, è che molte di più sono quelle rimaste indietro. I progressi sono stati troppo fragili (come la recente crisi economica ha dimostrato), i costi per i diritti umani troppo alti. In questi anni, i diritti umani sono stati messi in secondo piano di fronte a quella specie di bisonte della strada che è stata la globalizzazione priva di regole, che ha trascinato il mondo in una frenesia di crescita. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: l’aumento di disuguaglianza, emarginazione e insicurezza; la soppressione, con modalità arroganti e impunite, delle voci di protesta; la mancanza di pentimento e di punizione per i responsabili degli abusi commessi da governi, grandi imprese e istituzioni finanziarie internazionali. Vediamo crescere i segnali di scontro e di violenza politica, che si aggiungono all’insicurezza globale già esistente a causa di quei conflitti morali che la comunità internazionale non sa o non vuole risolvere. In altre parole, siamo seduti su un barile di miscela esplosiva composta di disuguaglianza, ingiustizia e insicurezza. La miscela sta per esplodere.
Nonostante il ritmo sostenuto di crescita economica, in molti paesi africani milioni di persone rimangono al di sotto della linea della povertà, costantemente in lotta per soddisfare i loro bisogni primari. L’America Latina è probabilmente la regione con la maggiore disuguaglianza al mondo, con popolazioni indigene e altre comunità tenute ai margini nelle zone rurali come nelle aree urbane, private del diritto alle cure mediche, all’acqua potabile, all’istruzione e a un alloggio adeguato, nonostante l’impressionante crescita delle economie nazionali. L’India sta emergendo come gigante asiatico ma deve ancora fare i conti con lo stato di privazione delle classi urbane povere e delle comunità contadine emarginate. In Cina, le differenze negli standard di vita tra la classe benestante che vive in città da un lato e le comunità agricole e i lavoratori migranti dall’altro, stanno diventando ancora più profonde.
La maggioranza della popolazione mondiale oggi vive nelle aree urbane, oltre un miliardo in insediamenti abitativi precari. In altri termini, nelle città una persona su tre vive in un alloggio inadeguato, con servizi scarsi se non inesistenti e sotto la minaccia quotidiana di insicurezza, violenza e sgombero forzato. Il 60 per cento della popolazione di Nairobi, la capitale del Kenya, vive in insediamenti abitativi precari: nel più grande di tutto il continente africano, Kibera, risiede un milione di persone. Per dare giusto un altro esempio, 150.000 cambogiani sono a rischio di sgombero forzato a causa di dispute sui terreni, requisizioni e progetti di sviluppo agro-industriale o di riqualificazione urbana……”
“Le molte forme dell’insicurezza
Il numero delle persone che vive in povertà e subisce violazioni dei diritti umani è destinato a crescere a causa di diversi fattori concomitanti in un periodo di recessione economica. Anzitutto, le politiche di aggiustamento strutturale promosse dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale fino a 10 anni fa, hanno svuotato le reti di sostegno sociale sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati. Quelle politiche avevano l’obiettivo di creare condizioni interne agli stati che potessero sostenere l’economia di mercato e aprire i mercati interni al commercio internazionale. Così facendo, hanno promosso l’idea di uno “stato leggero” in cui i governi hanno abdicato ai propri obblighi in materia di diritti economici e sociali, a vantaggio dei mercati. Oltre a chiedere la liberalizzazione economica, le politiche di aggiustamento strutturale hanno anche spinto a privatizzare i servizi pubblici, a deregolamentare i rapporti di lavoro e a tagliare i servizi sociali. L’idea, suggerita dall’Fmi e dalla Banca mondiale, che gli utenti dovessero pagare le prestazioni erogate ha posto questi ultimi al di fuori della portata dei più poveri. Ora, con l’economia in crisi e la disoccupazione in aumento, troppe persone vanno incontro non solo alla perdita di una fonte di reddito ma anche a un’insicurezza sociale in cui non ci sono più reti di sostegno a tutelarle in un periodo difficile.
In secondo luogo, l’insicurezza alimentare globale, nonostante la sua gravità, sta ricevendo un’attenzione insufficiente da parte della comunità internazionale. L’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) stima che un miliardo di persone soffrano di fame e malnutrizione. Il numero è notevolmente aumentato, a causa della mancanza di cibo dovuta a decenni di bassi investimenti nell’agricoltura, a politiche commerciali che hanno incoraggiato il dumping e il crollo delle produzioni locali, all’innalzamento dei costi energetici, alla corsa ai bio-carburanti e, infine, ai cambiamenti climatici che hanno determinato penuria d’acqua, rovinato le terre e accresciuto la pressione demografica….”
“Dalla recessione alla repressione
Da un lato, siamo di fronte al grave rischio che una povertà in crescita e disperate condizioni economiche e sociali possano produrre instabilità politica e violenza di massa. Dall’altro, possiamo ritrovarci in una situazione in cui la recessione sia accompagnata da una più ampia repressione da parte di governi autoritari che mal sopportano il dissenso, le critiche e le denunce di corruzione e di cattiva gestione economica. Nel 2008 abbiamo avuto un assaggio di ciò che potrebbe accadere. Quando in molti paesi la gente è scesa in strada per protestare contro l’aumento dei prezzi dei generi di consumo e le difficili condizioni economiche, anche le proteste più pacifiche sono state stroncate con durezza.
In Tunisia, la repressione di scioperi e manifestazioni ha causato due morti, molti feriti e oltre 200 processi nei confronti dei presunti organizzatori, alcuni dei quali condannati a lunghe pene detentive. Nello Zimbabwe oppositori politici, attivisti per i diritti umani e sindacalisti sono stati aggrediti, arrestati e uccisi nella più completa impunità. In Camerun, nel corso di violenti disordini, sono morti almeno 100 manifestanti e un numero ancora maggiore di persone è finito in carcere.
In tempi di difficoltà economiche e di tensioni politiche, c’è bisogno di apertura e tolleranza. In questo modo, l’insoddisfazione e il malcontento possono essere incanalati in un dialogo costruttivo e nella ricerca condivisa di soluzioni. Invece, è esattamente in circostanze del genere che gli spazi d’espressione per la società civile si restringono. Attivisti per i diritti umani, giornalisti, avvocati, sindacalisti vengono intimiditi, minacciati, aggrediti, incriminati senza alcun motivo o uccisi, in ogni parte del mondo….”
“Un nuovo tipo di leadership
La povertà è caratterizzata da privazione, disuguaglianza, ingiustizia, insicurezza e oppressione. Questi sono in tutta evidenza problemi legati ai diritti umani, che non si risolvono solo con misure economiche ma che richiedono una forte volontà politica e una risposta unitaria che integri questioni politiche, finanziarie e ambientali in una cornice basata sui diritti umani e sullo stato di diritto. In poche parole, richiedono un’azione collettiva e un nuovo tipo di leadership.
La globalizzazione economica ha determinato un mutamento nel potere geopolitico e una nuova generazione di stati, raggruppati nel G20, sta reclamando la leadership mondiale. Composto da Cina, India, Brasile, Sudafrica e altre economie emergenti del Sud, così come da Russia, Usa e altri paesi occidentali, il G20 chiede una più accurata rappresentazione del potere politico e dell’influenza economica. Questo può anche andar bene, ma per essere davvero una potenza globale, il G20 deve impegnarsi a rispettare valori globali e fare i conti col quadro di violazioni e doppi standard in materia di diritti umani da parte dei singoli stati che lo compongono.
Non c’è dubbio che la nuova amministrazione statunitense abbia intrapreso un cammino decisamente diverso in tema di diritti umani rispetto a quella del presidente George W. Bush. La decisione presa dal presidente Obama, 48 ore dopo il suo insediamento, di chiudere entro un anno il centro di detenzione di Guantánamo, di condannare inequivocabilmente la tortura e le detenzioni segrete della Cia è stata assai apprezzabile, così come quella di candidare gli Usa al Consiglio Onu dei diritti umani. È comunque ancora troppo presto per dire se l’amministrazione Obama chiederà con franchezza e forza il rispetto dei diritti umani a paesi come Israele e Cina, così come sta facendo verso altri, come Sudan e Iran….”
“ Nuove opportunità per il cambiamento
La povertà globale, acuita dalla situazione economica, ha creato una piattaforma esplosiva per un cambiamento in favore dei diritti umani. Allo stesso tempo, la crisi economica ha stimolato un mutamento di prospettiva che volge in direzione di un cambiamento di sistema.
Negli ultimi due decenni, lo stato ha fatto un passo indietro rispetto ai propri obblighi in materia di diritti umani (se non li ha addirittura rinnegati) in favore del mercato, nella convinzione che la crescita economica avrebbe imbarcato tutti a bordo. Ma ora che arriva la bassa marea e la spinta propulsiva viene meno, i governi stanno mutando radicalmente le proprie posizioni e parlano di una nuova architettura finanziaria globale in cui le istituzioni nazionali sono destinate a giocare un ruolo più forte. Questo scenario porta con sé la possibilità che lo stato smetta di ritirarsi dalla sfera sociale e disegni un modello più legato ai diritti umani. Questo scenario crea anche la possibilità di ripensare completamente il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali in termini di rispetto, protezione e rafforzamento dei diritti umani, compresi quelli economici e sociali.
I governi dovrebbero investire nei diritti umani con la stessa convinzione con cui stanno investendo nella ripresa economica. Dovrebbero espandere e sostenere le opportunità nel campo sanitario ed educativo, porre fine alla discriminazione, rendere realtà i diritti delle donne, istituire standard universali e meccanismi efficaci per chiamare le aziende a rispondere degli abusi, costruire società aperte in cui il primato della legge sia rispettato, la coesione sociale sia forte, la corruzione sia sradicata e i governi diano conto del proprio operato. La crisi economica non dovrebbe essere presa a pretesto dai paesi più ricchi per tagliare i fondi per l’assistenza allo sviluppo. Nei periodi di difficoltà economica, gli aiuti internazionali diventano sempre più importanti per aiutare i paesi più poveri a fornire i servizi minimi essenziali nel campo della salute, dell’istruzione, dell’igiene e dell’alloggio. I governi dovrebbero inoltre lavorare insieme per risolvere i conflitti mortali. A causa della loro interconnessione, ignorare una crisi per concentrarsi su un’altra non fa altro che aggravarle entrambe…”
Estratto del video pubblicato con il rapporto annuale 2009 di Amnesty International
Cina ancora violazioni dei diritti. Arrestati e minacciati i parenti dei bambini morti per il terremoto del Sichuan
maggio 4, 2009 by Amministratore · Leave a Comment
Amnesty International ha diffuso oggi un rapporto nel quale accusa il governo cinese di aver arrestato illegalmente o minacciato d’arresto i genitori e altri parenti di bambini che perirono nel terremoto che, un anno fa, devastò la provincia del Sichuan. L’organizzazione denuncia anche persecuzioni nei confronti di attivisti e avvocati che cercarono di assistere quei familiari.
Il rapporto descrive casi di genitori e altri familiari, il più giovane dei quali di soli otto anni, detenuti anche per 21 giorni per aver preteso di sapere dalle autorità per quale motivo i loro bambini fossero morti. Alcune persone sono state arrestate più volte.
“Arrestando illegalmente i genitori di bambini deceduti nel terremoto, il governo ha creato ancora più miseria per gente che nel disastro del Sichuan ha perso davvero tutto” – ha affermato Roseanne Rife, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. “Le autorità devono smetterla di accanirsi contro sopravvissuti che hanno solo chiesto risposte e cercano di rimettere insieme i pezzi delle loro vite distrutte”.
In alcuni casi, secondo il rapporto di Amnesty International, le autorità hanno impedito a genitori e altri parenti di protestare contro alti funzionari per la qualità degli edifici collassati a causa del terremoto. Molti di essi sono stati tenuti arbitrariamente in carcere per evitare che percorressero le vie legali. Alcuni attivisti che offrirono assistenza legale e i rappresentanti di comitati di familiari rischiano un processo politico per presunti e generici reati contro la sicurezza dello stato e l’ordine pubblico.
Le autorità del Sichuan hanno impedito ai parenti in lutto di adire un tribunale per sapere chi fossero i responsabili dei crolli delle scuole e della morte dei loro figli. Secondo una direttiva emessa dalla Corte provinciale del Sichuan, tutte le corti di grado inferiore non possono ricevere denunce su questioni ritenute sensibili, comprese le richieste di risarcimento individuali per i danni causati a cose o a persone a seguito del crollo degli edifici, fino a nuovo ordine da parte del dipartimento competente.
“Il costo umano del terremoto del Sichuan è stato incalcolabile. Le autorità devono fare tutto ciò che è in loro potere per proteggere i diritti dei sopravvissuti, porre fine alle detenzioni illegali e consentire agli avvocati e agli attivisti della società civile di continuare a svolgere l’importantissima azione di accertamento delle responsabilità” – ha commentato Rife.
Amnesty International chiede pertanto al governo di Pechino di prendere misure immediate per garantire che il sistema giudiziario operi a favore dei sopravvissuti e dei genitori delle vittime, senza impedir loro l’accesso a una giustizia imparziale e indipendente e ad avvocati e attivisti che hanno offerto la propria assistenza.
Iran: impiccata Delara Darabi
maggio 1, 2009 by emilianaer · 5 Comments
Delara Darabi è stata impiccata la mattina di venerdì 1 maggio nella prigione centrale di Rasht, nell’Iran settentrionale.
Amnesty International ha espresso il proprio oltraggio per la notizia dell’impiccagione, avvenuta senza che l’avvocato di Delara Darabi ne fosse stato messo a conoscenza, nonostante la legge preveda che i legali dei condannati a morte debbano essere informati 48 ore prima dell’esecuzione. Secondo l’organizzazione per i diritti umani, si è trattato di una mossa cinica delle autorità iraniane per aggirare le pressioni nazionali e internazionali che avrebbero potuto salvare la vita di Delara Darabi. Il 19 aprile il Capo dell’autorità giudiziaria aveva concesso due mesi di sospensione. 
Delara Darabi era stata condannata a morte per l’omicidio di un parente, avvenuto nel 2003, quando aveva 17 anni. Si era inizialmente addossata la responsabilità, con l’intento di salvare dall’impiccagione il suo fidanzato maggiorenne, per poi ritrattare la confessione. Nel 2006 Amnesty International aveva lanciato una campagna per salvare la sua vita.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani, il processo terminato con la condanna a morte era stato iniquo, non avendo i giudici preso in considerazione prove che avrebbero potuto scagionarla dall’accusa di omicidio.
Quella di Delara Darabi è stata la 140ma esecuzione in Iran dall’inizio dell’anno, la seconda nei confronti di una donna e la seconda nei confronti di un minorenne al momento del reato. L’Iran ha messo a morte almeno 42 minorenni dal 1990, in totale disprezzo degli obblighi internazionali che stabiliscono il divieto assoluto di mettere a morte persone per un reato commesso quando avevano meno di 18 anni.
A Trevi (PG) dal 1° al 3 maggio la XXIV Assemblea generale della Sezione Italiana di Amnesty International
aprile 24, 2009 by Amministratore · Leave a Comment
Da venerdì 1° a domenica 3 maggio, si svolgerà presso l’Hotel della Torre di Trevi (Pg) la XXIV Assemblea generale della Sezione Italiana di Amnesty International, cui prenderanno parte oltre 350 iscritti, tra delegati e soci singoli. Fondata nel 1975, la Sezione Italiana di Amnesty International conta oltre 80.000 iscritti e circa 200 strutture locali volontarie.
La Sede nazionale è a Roma. L’associazione è attualmente impegnata in numerose campagne, tra cui “Più diritti più sicurezza” e “Mai più violenza sulle donne” per porre fine rispettivamente alle violazioni dei diritti umani nel contesto della “guerra al terrore” e alla violenza nei confronti delle donne, con particolare riferimento a quella domestica. L’Assemblea generale sarà aperta dalla relazione del presidente uscente della Sezione Italiana, Paolo Pobbiati. È prevista la presenza di importanti ospiti, tra cui il Prof. Carlos Villán Durán, Direttore del Master in “Protezione dei diritti umani” all’Università di Madrid e il Prof. John Baptist Onama, Docente all’Università di Padova e negli anni ‘80 bambino soldato nell’Uganda di Idi Amin. Nel corso dei tre giorni di lavori, riservati ai soli soci accreditati, l’Assemblea generale voterà sulle relazioni degli organi direttivi, eleggerà le nuove cariche associative e dibatterà su una serie di mozioni riguardanti sia l’organizzazione interna che la strategia internazionale, in vista del Congresso mondiale dell’associazione che si terrà ad agosto in Turchia. La sera di sabato 2 maggio, alle 21.30, presso l’Auditorium di Foligno, i Tête de Bois terranno un concerto gratuito in favore di Amnesty International.
Conflitto nello Sri Lanka, aumenta il numero delle vittime civili
aprile 23, 2009 by Antonio Rossano · Leave a Comment

Secondo fonti delle Nazioni Unite, negli ultimi giorni oltre 4500 civili sono rimasti uccisi negli scontri in corso nella regione nord-orientale dello Sri Lanka, centinaia nella sola giornata di lunedì 20 aprile. Amnesty International rinnova il proprio appello affinché tutte le parti evitino ulteriori massacri di persone estranee ai combattimenti.
Circa 100.000 civili rimangono intrappolati nelle zone contese tra le Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte) e l’esercito dello Sri Lanka. Le 24 ore concesse lunedì 20 dal governo all’Ltte per deporre le armi prima della cosiddetta “offensiva finale”, sono scadute senza che venisse scongiurato il rischio di un altro bagno di sangue.
“L’incolumità dei civili è la prima cosa da assicurare. La sofferenza di queste persone esige che il governo e l’Ltte prendano tutte le misure per impedire ulteriori uccisioni illegali e rispettino integralmente le norme del diritto internazionale” – ha dichiarato Yolanda Foster, ricercatrice di Amnesty International sullo Sri Lanka. “L’Ltte e il governo devono cessare le ostilità e concordare una tregua della durata necessaria a permettere ai civili di lasciare le zone di guerra e la riapertura dei corridoi necessari a far pervenire a destinazione cibo, acqua e medicinali”.
Nonostante entrambe le parti siano vincolate al rispetto del diritto internazionale, il governo dello Sri Lanka ha fatto ricorso ad armi pesanti e indiscriminate, come l’artiglieria, per colpire aree densamente popolate. L’Ltte, a sua volta, si è resa responsabile dell’arruolamento forzato di civili e dell’uso di scudi umani e ha anche impedito ai civili di lasciare le zone sotto il suo controllo.
Secondo notizie pervenute ad Amnesty International, oltre 35.000 civili sono riusciti a fuggire dalle zone di combattimento. Numerosi giovani tamil, separati dalle loro famiglie, risultano “scomparsi” a seguito delle procedure di controllo e filtro delle autorità dello Sri Lanka.
“Il governo deve consentire agli osservatori internazionali di visitare i cosiddetti centri di accoglienza e dare assicurazioni sia ai civili in fuga che ai membri dell’Ltte che si sono arresi, che verranno trattati nel rispetto degli standard internazionali”.
Amnesty International ha rinnovato l’appello al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché si occupi della crisi in atto nello Sri Lanka con la massima urgenza.
“Chiediamo al Consiglio di sicurezza di esprimere massima preoccupazione per la nuova escalation di violenza, chiedere una tregua umanitaria, sollecitare il governo e l’Ltte a rispettare il diritto umanitario e a rendere chiaro che i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario saranno portati di fronte a un tribunale” – ha affermato Foster.
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Foto CC 2.5 by tro-kilinochchi
Israele/Territori palestinesi occupati: dalla nuova inchiesta delle Nazioni Unite speranza per le vittime dei crimini di guerra
aprile 11, 2009 by Antonio Rossano · Leave a Comment
Amnesty International ha chiesto a israeliani e palestinesi di fornire piena collaborazione alla missione d’accertamento dei fatti delle Nazioni Unite su possibili crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale verificatisi nel corso del recente conflitto di Gaza e del sud d’Israele.
“Le vittime di questo brutale conflitto hanno diritto alla giustizia e alla riparazione. I responsabili di entrambe le parti devono essere chiamati a rispondere del proprio operato, se si vorrà porre fine a un così lungo ciclo di violenza e impunità” – ha dichiarato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Israeliani e palestinesi non hanno alcuna scusa per non collaborare pienamente all’inchiesta”.
Il presidente della missione d’accertamento dei fatti, il giudice Richard J. Goldstone, di recente nomina, ha affermato che i lavori della missione potranno essere credibili solo se prenderanno in esame anche le violazioni del diritto internazionale commesse dai gruppi armati palestinesi. Allo stesso modo si è espresso anche il presidente del Consiglio Onu dei diritti umani.
Inizialmente, alla missione internazionale indipendente d’accertamento dei fatti, istituita dallo stesso Consiglio Onu dei diritti umani nella sua nona sessione speciale del 12 gennaio, era stato chiesto di indagare solo sulle possibili violazioni del diritto internazionale da parte delle forze israeliane.
“Riconoscendo espressamente la necessità d’indagare sulle possibili violazioni commesse da tutte le parti in conflitto, il giudice Goldstone e il presidente del Consiglio Onu dei diritti umani hanno sottolineato l’indipendenza della missione e accresciuto notevolmente la sua credibilità” – ha commentato Smart.
“Solo un’indagine autorevole, indipendente e imparziale sulle denunce di crimini di guerra e di altre violazioni del diritto internazionale commesse da tutte e due le parti potrà spezzare il ciclo d’impunità e contribuire alla pace e alla sicurezza in Medio Oriente. Le vittime sono rimaste fortemente deluse dalla mancanza d’azione del Consiglio di sicurezza, che non è stato in grado di assumere decisioni concrete per stabilire le responsabilità delle gravi violazioni dei diritti umani, compresi i crimini di guerra, commesse da entrambe le parti durante il conflitto” – ha concluso Smart.
Non essendo stato capace di istituire una propria commissione d’inchiesta, ora – sostiene Amnesty International – il Consiglio di sicurezza deve insistere affinché tutte le parti forniscano piena collaborazione alla missione internazionale d’accertamento dei fatti e assicurare che nessuna metta a rischio le indagini.
Infine, Amnesty International chiede al Segretario generale Ban-Ki Moon di assicurare che il rapporto della commissione d’inchiesta sugli attacchi israeliani contro il personale e le strutture dell’Onu a Gaza, la cui data di consegna era oggi, venga immediatamente trasmesso al Consiglio di sicurezza e le sue conclusioni e raccomandazioni siano rese pubbliche. La commissione era stata nominata dal Segretario generale il 12 febbraio, col solo mandato di indagare sugli attacchi contro l’Onu.
Ulteriori informazioni
Nel corso della campagna militare israeliana “Piombo fuso”, portata avanti dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, le forze israeliane hanno ucciso oltre 1400 palestinesi, tra cui 300 bambini e centinaia di civili estranei ai combattimenti, e ferito oltre 5000 palestinesi, molti dei quali in modo permanente. Migliaia di case e gran parte delle infrastrutture economiche di Gaza sono state distrutte. Persone ferite dal fosforo bianco, con cui le forze israeliane hanno attaccato zone residenziali, continuano a morire: l’ultima è stata Ghada Abu Halima, colpita dal fosforo bianco il 4 gennaio all’interno della propria abitazione nel nord della Striscia di Gaza, in un attacco nel quale sono restati uccisi il suocero e quattro bambini.
Nello stesso periodo, Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno lanciato un fuoco di sbarramento di razzi, diretto a colpire in modo indiscriminato città e villaggi del sud d’Israele, uccidendo tre civili israeliani, ferendone altre decine e distruggendo o danneggiando numerose abitazioni.
Il mese scorso, soldati che avevano preso parte all’operazione “Piombo fuso” hanno rivelato che alcuni commilitoni avevano ucciso civili palestinesi volutamente e in modo sconsiderato e distrutto deliberatamente proprietà personali. Queste denunce sono state rapidamente smentite dalla procura militare israeliana al termine di quella che è apparsa un’inchiesta superficiale.
Le ricerche in corso da parte di Amnesty International e di gruppi israeliani e palestinesi per i diritti umani hanno rinvenuto le prove di gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui possibili crimini di guerra, da parte delle forze israeliane e dei gruppi armati palestinesi: attacchi diretti, indiscriminati o sproporzionati contro la popolazione civile od obiettivi civili, attacchi contro personale medico, diniego dell’accesso alle cure mediche per i feriti, uso di armi indiscriminate come il fosforo bianco e l’artiglieria in aree civili altamente popolate, uso di scudi umani e deliberata distruzione di proprietà.
Sri Lanka: Amnesty International denuncia l’escalation della guerra, migliaia di civili sotto tiro
marzo 27, 2009 by ettoreboe · Leave a Comment
Decine di migliaia di persone sono intrappolate nelle cosiddette “zone di sicurezza” della regione nordorientale di Wanni, mentre gli scontri tra le Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte) e l’esercito dello Sri Lanka aumentano d’intensità. È quanto ha denunciato oggi Amnesty International, sollecitando un’immediata tregua umanitaria che consenta di fornire aiuti ai civili e aprire un passaggio sicuro a tutti coloro che cercano di lasciare la zona.
“Prendere deliberatamente di mira i civili, da parte di entrambe le parti in conflitto, è un crimine di guerra” – ha dichiarato Sam Zarifi, direttore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty International. “È assolutamente indispensabile sospendere i combattimenti, prima che migliaia di persone finiscano per essere uccise. Le Nazioni Unite e la comunità dei donatori devono esercitare pressione su entrambe le parti per porre fine alla grande catastrofe umanitaria in atto”.
Amnesty International ha ricevuto informazioni attendibili secondo le quali l’Ltte ha organizzato trasferimenti di civili verso la regione di Wanni, sotto il proprio controllo, tenendo di fatto queste persone come ostaggi e usandole come “cuscinetto” per contrastare l’offensiva dell’esercito dello Sri Lanka. Si tratta, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, di una clamorosa violazione del diritto umanitario. Secondo la maggior parte degli osservatori indipendenti, tra 150.000 e 200.000 civili sarebbero così rimasti intrappolati in una zona dove sono in corso aspri combattimenti. L’Ltte avrebbe anche aperto il fuoco contro civili che cercavano di fuggire.
Il governo dello Sri Lanka ha fatto del suo per aggravare la situazione, impedendo l’accesso degli aiuti umanitari in una regione nella quale non rimane più alcuna struttura ospedaliera in funzione.
L’incubo, per le persone che riescono a fuggire dalle zone controllate dall’Ltte, prosegue quando arrivano nelle zone controllate dalle forze governative. Secondo le informazioni raccolte da Amnesty International, ai posti di blocco dell’esercito e nei cosiddetti “villaggi per gli sfollati” vengono effettuati controlli selettivi, che terminano col respingimento o con la detenzione a tempo indeterminato di numerose persone di etnia Tamil.
I “villaggi per gli sfollati”, strutture semipermanenti istituite dalle autorità, sono sovraffollati, dotati di servizi insufficienti e fortemente militarizzati. In quelli di Vavuniya e Jaffna i profughi sono di fatto detenuti e viene impedito loro di allontanarsi.
“Il governo dello Sri Lanka invoca l’assistenza internazionale ma viola le norme del diritto internazionale e respinge le richieste relative a un controllo internazionale sul loro rispetto. Le Nazioni Unite e la comunità dei donatori devono garantire che lo Sri Lanka agisca coerentemente coi propri obblighi e ponga fine alla sofferenza e alla discriminazione nei confronti dei profughi”.
Per risolvere la crisi dei diritti umani nella regione di Wanni, Amnesty International chiede:
all’Ltte, di consentire a tutti i civili di lasciare le zone di conflitto;
a chiunque abbia influenza sull’Ltte, di premere perché questo gruppo agisca in tal senso;
al governo dello Sri Lanka, di garantire che i civili intrappolati nel conflitto ricevano aiuti umanitari e che siano organizzati corridoi sicuri per coloro che cercano di lasciare le zone dove sono in corso i combattimenti;
ancora al governo dello Sri Lanka, di assicurare che i profughi ottengano assistenza e riparo adeguati e abbiano accesso a un reinsediamento rapido e in condizioni di sicurezza, come richiesto dagli standard internazionali;
ai donatori internazionali, comprese le Nazioni Unite, di assicurare che la loro assistenza sia usata solo quando vengano rispettati gli standard e le norme internazionali e non finisca per sostenere politiche di governo che violano i diritti umani.



