Giornali USA in crisi, ma il futuro è l’integrazione continua
dicembre 9, 2008 by Bernardo Parrella · 5 Comments
È ormai inarrestabile la crisi della stampa Usa. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15mila licenziamenti tra i giornalisti, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Adesso arriva perfino la dichiarazione di bancarotta (chapter 11) per Tribune Co., mega-gruppo editoriale che annovera fra gli altri testate autorevoli come Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun.

Il palazzo del New York Times
Al contempo il New York Times pensa a ipotecare la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni per far fronte a una parte dei propri debiti. E anche i quotidiani minori non se la passano certo meglio: la catena Mc Clatchy sta cercando acquirenti per il Miami Herald, come anche l’indipendente Rocky Mountains
News.
Una crisi dalle molte cause, prime fra tutte un’economia nazionale ormai ufficialmente in recessione. E dove l’ampia diffusione online di news gratuite c’entra poco o nulla, contrariamente a diffuse insinuazioni del recente passato. Anzi, sfida e potenzialità del digitale vanno rivelandosi come importanti strumenti proprio per risollevare le sorti delle grandi testate. Primo fra tutti, è il caso del New York Times, che ha appena varato la versione “Extra” della propria homepage dove spiccano, udite udite, numerosi link a fonti esterne. Innovazione (facoltativa, in beta) non da poco, considerando che il sito rimanda ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate varie (Huffington Post, Politico, Drudge Report, etc.). Per chi volesse poi ulteriori approfondimenti, si può saltare al volo su Blogrunner, news aggregator che fornisce la tecnologia per il tutto e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. Certo non si tratta di un’idea nuova o particolarmene rivoluzionaria. Ma rimane una sperimentazione importante, un segnale di cambiamento per l’intera industria, tradizionalmente tesa a spremere valore aggiunto solo dai propi asset e restia ad aprirsi a collaborazioni o rivali d’ogni tipo. Eppure, nel segnalare la cosa, l’ autorevole Tech Crunch sembra tutt’altro che colpito, sia per quel che definisce eccessivo confusione della home page (i link aggiuntivi compaiono in verde, all’interno di finestrelle scorrevoli) sia perché altri siti come Digg o Techmeme (diretto concorrente di Blogrunner) farebbero un lavoro migliore a filtrare e personalzzare le news che ciascuno vuol visualizzare. Sarà, ma intanto i commenti al post appaiono ben più diversificati e non pochi dicono di apprezzare l’iniziativa.Ancor più positivo si dimostra lo staff di Publish 2.0, che non a caso persegue il concetto e la pratica del “link journalism” sia con il sempre più diffuso ricorso ai citizen media sia tramite analoghi esperimenti di news aggregation. Mentre il blog del Center for Citizen Media riporta le altre spinte oltre i confini dei media tradizionali” in corso al New York Times online, da pezzi investigativi al giornalismo conversazionale. In ognic aso, importante è sottolineare questo buon passo verso il ruolo di infomediari, cosa che i giornali avrebbero dovuto, e potuto, sperimentare già anni addietro. Ma forse non è così tardi – pur se per i giganti editoriali (in USA e altrove) non è certo facile innovare con rapidità nell’ambito della nuova comunicazione in
rete.
In tal senso colpisce nel segno un fresco intervento del professor Jay Rosen, il quale ribadisce superato (pur se tuttora inevitabile e strisciante in certi ambienti) il conflitto blogger contro giornalisti e suggerisce piuttosto l’integrazione a vari livelli – nel caso qualcuno ancora non l’avesse ben compreso. “Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione” – si legge su PressThink. E conclude con ottime riflessioni sull’etica professionale dei blogger, elemento spesso messo in discussione dagli old media e tuttavia cruciale per garantire quest’integrazione proficua tra mondo tradizionale ed elettronico. “I blogger corretti
seguono l’etica dei link, correggono spesso e al volo i post, non si atteggiano a neutrali ma praticano la trasparenza, non sono distanti e di solito amano conversare, oltre al proprio sito rimandano ad altri come esplicito riferimento (tipicamente nel blogroll), quando beccano qualcosa d’interessante non lo mollano, ma lo seguono al massimo”.
Ecco allora che se la crisi della stampa, in USA come in Italia, è innegabile, il futuro all’orizzonte pare essere la confluenza di questi esperimenti e pratiche in corso da entrambe le parti. Riusciranno i vari soggetti coinvolti a non demordere? E ce la faremo noi netizen, parte ben attiva di questo processo, a riconquistare effettivi spazi di partecipazione?



