Obiettività, imparzialità, neutralità e verità nell’informazione giornalistica
dicembre 3, 2009 by Antonio Rossano · 2 Comments
Mi occupo da un pò di tempo di informazione dal basso, ovverossia quel tipo di informazione che trae la sua fonte principale dal “cittadino comune” e che spesso viene resa disponibile attraverso un “media partecipativo” cioè un mezzo di informazione realizzato da cittadini non professionisti, che sia un giornale o un sito internet. Ho conosciuto e conosco in Italia numerosi operatori di questo particolare tipo di informazione che svolgono la loro attività in maniera continuativa, sistematica, con grande responsabilità ed, in certo qual modo, secondo principi di deontologia delle informazioni (che non possiamo definire “professionale” in quanto questi operatori svolgono questa attività in no-profit e spinti solo da passione ed amore per questa attività).
Questo tipo di informazione è stata più volte “avversata” ed osteggiata dagli operatori “professionali”, spesso giornalisti, che sostengono il principio che, quasi per definizione, chi svolge questo tipo di attività “dal basso” è incompetente, incapace di valutare la veridicità delle fonti, non dispone di cultura adeguata e, soprattutto, non produce informazione, bensì, normalmente, solo commento e analisi a notizie fornite da altri.
Eppure a sentire Clay Shirky ormai la produzione delle informazioni (e questo è uno dei seri problemi di “trust” di cui il mondo dell’ informazione deve prendere atto) è concentrata nelle mani di due o tre operatori globali (Associated Press, Reuters..) . Shirky (professore di comunicazione ala New York University) ha fatto un interessante esperimento: per analizzare la crisi del giornale della sua città (Columbia Daily Tribune), ha ritagliato tutti gli articoli che erano “prodotti” dai reporters del giornale e quelli forniti da Associated Press, messi su una bilancia e pesati!! Ben 2/3 del peso complessivo erano articoli prodotti dall’ esterno….
Per quanto riguarda la verifica delle fonti, purtroppo anche lì, il giornalismo professionistico sembra a volte cadere in incidenti di percorso che hanno del ridicolo. Sul blog Gravità Zero ve ne è una lunga lista (ma parliamo solo del 2009).
Ma dove il giornalismo professionistico crolla come un castello di carta, e nel nostro paese più che in ogni altro luogo, è sulla neutralità dell’ informazione. L’ informazione è in Italia, per assurdo , percepita come “normalmente” di parte. Ovvero chi compra un giornale, lo compra non perchè vuole leggere delle notizie, ma perchè le vuole leggere secondo una precisa angolazione. Chi compra il “Giornale” è evidentemente un seguace di Berlusconi (o un avversario che vuol tenersi informato), chi compra “Repubblica” sa che troverà anneddoti interessanti contro il governo del Pdl ed il suo premier, chi legge “l’ Unità” è amico di Bersani, chi “Il secolo” di Fini, e così via per una lista che li comprende tutti.
Dunque la pretesa che il giornalismo professionistico possegga titoli e requisiti per garantire un tipo di informazione imparziale, vera, obiettiva e prodotta col sudore della fronte dei propri reporters resta per l’ appunto solo una pretesa.
Sicuramente i mezzi di cui dispongono i media tradizionali (quest’ anno i finanziamenti all’ editoria, a noi cittadini sono costati oltre 200 milioni di €) sono tali da consentire loro di avere una forma rassicurante, un bel sito, una bella copertina, una buona impaginazione. Ma le notizie? La verità?
Non è che il povero cittadino, per farsi un idea obiettiva di quello che succede, dovrebbe acquistare ogni giorno almeno quattro giornali diversi, leggerli tutti e poi estrarne quello che la sua intelligenza, cultura e capacità critica gli consentono? E questo è ovviamente impossibile, almeno con il cartaceo. Perchè il cittadino medio non ha il tempo, i soldi, e non è stato educato a ragionare in maniera critica frastornato com’ è da un sistema mediale che in Italia è paradossalmente per il 90% nelle mani di due o tre gruppi editoriali.
Sono personalmente convinto che la cultura del XXI secolo, quella della rete, debba divenire la cultura dell’ individuo critico, in grado di ricercare e comprendere l’ autenticità delle proprie fonti, paragonandole e formandosi le proprie idee attraverso il confronto. E’ questa la grande possibilità che la rete fornisce e che noi dovremmo cogliere.
In questo senso i media partecipativi ed il citizen journalism rappresentano una ulteriore possibilità di confronto e di analisi e di ricerca della verità.
Il giorno che i giornali morirono
giugno 10, 2009 by Antonio Rossano · Leave a Comment
Continuo sul filone del mio amico Bernardo Parrella che dal suo blog ci invita a ” lasciar andare alla deriva le grandi testate e i giornalisti doc, assistendo con massima serenità alla consumazione dell’odierno patto suicida da loro stessi avviato”, ivi riferendosi alle nuove iniziative o esperimenti che dir si voglia, avviate un pò dappertutto nel mondo per tentare di portare i lettori a pagare i contenuti: sia in forma di micropagamenti, di kindles, che di “contenuti premium” e tanti altri accorgimenti per tentare di spillare quattrini dalle tasche dei cittadini.
Non voglio essere ridondante e tornare a discutere di cose già dette in questo SocialBlog ma appare evidente che ancora il mondo dell’ editoria è immerso in una concezione imprenditoriale da economia del secolo scorso e ostinatamente arranca ad accorgersi di come è cambiato il valore dell’ informazione e quali possano essere le nuove prospettive economiche e professionali.
E ci casca a fagiolo il video che segue, dal significativo titolo “The day the media died” pubblicato su You Tube, e segnalato dal blog “greenslade” sul Guardian. E’ la trasposizione della nota American Pie di Don McLean solo che a morire, in questo caso, non è la musica ma i media.
Ancora previsioni negative per i giornali, pubblicità 2009: -11% ma in calo anche i giornali online
aprile 25, 2009 by FabioD · 2 Comments
L’ agenzia di consulenza Zenith Optimedia, prevede una perdita di pubblicità per i giornali per il 2009, negli Stati Uniti, pari all’ 11%, essendo il risultato del primo trimestre di un secco -26% (Publishers Information Bureau). E l’ Italia, ovviamente, potrebbe seguire questo trend. Una riduzione del 30% dei profitti per le testate maggiori potrebbe essere considerato un risultato “realistico”, mentre meglio dovrebbero andare le piccole. Il peggior risultato è stato conseguito dalla più diffusa delle testate Usa, Usa Today, che ha venduto il 28% in meno di spazi pubblicitari.
Ma la notizia interessante, dal punto di vista dei numeri, è che anche le testate online hanno registrato una perdita pari al 20%. Sembrerebbe quindi che, buona parte della crisi della pubblicità sia da ricollegarsi alla più generale crisi economica globale. Mancando le entrate, le aziende di produzione e distribuzione, si vedono costrette a ridurre i propri budget pubblicitari. Questo in qualche modo “riduce” la devastante perdita di peso della carta stampata in favore delle riviste online. Don’t worry. L’ agonia durerà ancora a lungo.
via LSDI
La morte è uguale per tutti ?
aprile 9, 2009 by Mario · Leave a Comment
Deve esserci qualcosa che mi sfugge.
Come è possibile che gioiamo (giustamente) ed evidenziamo questo fausto evento sui giornali, quando riusciamo a guarire un bambino malato:
Potrà ritornare a casa in Iraq Jafaar, il bambino iracheno di 5 anni affetto da una grave forma di tumore alla vescica, curato in Italia al Gaslini di Genova grazie al sostegno di Ansaldo Sistemi Industriali.
Però non c’è uno straccio di notizia, ormai è diventata un’abitudine e la gente non apprezza gli eventi noiosi, quando ne muoiono a decine:
Quattro studentesse sono state uccise e altre sette sono rimaste ferite dall’esplosione di una bomba nella città di Mossul nell’Iraq del nord, ha detto mercoledì una fonte della polizia locale.
Una carica di esplosivo nascosta in un contenitore dell’immondizia è scoppiata nel pomeriggio vicino ad una scuola elementare nelle vicinanze di Al-Rashidiyah a Mossul, uccidendo quattro studentesse e ferendone altre sette, ha detto Xinhua una fonte anonima.
La bomba era apparentemente indirizzata ad una pattuglia americana di passaggio, ma l’esplosione ha mancato il suo obiettivo, colpendo i bambini che stavano lasciando la scuola diretti alle loro case.
La rabbia ed il rancore sono aumentate fra i residenti della zona in quanto tutte le vittime erano sotto i 12 anni.
La provincia di Nineveh, con la sua capitale Mossul, 400 chilometri circa a Nord di Bagdad, si dice che sia una delle ultime fortezze dei combattenti di Al-Qaida e di altri gruppi ribelli nel paese dilaniato dalla guerra.
Malgrado i progressi nella sicurezza riscontrati negli ultimi mesi in Irak, ci sono ancora bombardamenti sporadici indirizzati alle truppe degli Stati Uniti, alle forze di sicurezza irachene ed ai civili, che costituiscono una sconfitta per il governo iracheno.
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Giallo = Forze della coalizione
Verde = Forze anti occupazione
Rosso = Autori sconosciuti
Fonte = http://www.iraqbodycount.org/analysis/numbers/surge-2008/
Per carità, è una sacrosanta disperazione quella che nasce per le vittime delle disgrazie, ovunque esse accadano e per qualsiasi motivo. Ma non dimentichiamoci i lutti che avvengono a pochi chilometri dalla nostra bella Italia e, soprattutto, ricordiamoci che spesso si possono evitare.
Giornali USA in crisi, ma il futuro è l’integrazione continua
dicembre 9, 2008 by Bernardo Parrella · 5 Comments
È ormai inarrestabile la crisi della stampa Usa. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15mila licenziamenti tra i giornalisti, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Adesso arriva perfino la dichiarazione di bancarotta (chapter 11) per Tribune Co., mega-gruppo editoriale che annovera fra gli altri testate autorevoli come Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun.

Il palazzo del New York Times
Al contempo il New York Times pensa a ipotecare la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni per far fronte a una parte dei propri debiti. E anche i quotidiani minori non se la passano certo meglio: la catena Mc Clatchy sta cercando acquirenti per il Miami Herald, come anche l’indipendente Rocky Mountains
News.
Una crisi dalle molte cause, prime fra tutte un’economia nazionale ormai ufficialmente in recessione. E dove l’ampia diffusione online di news gratuite c’entra poco o nulla, contrariamente a diffuse insinuazioni del recente passato. Anzi, sfida e potenzialità del digitale vanno rivelandosi come importanti strumenti proprio per risollevare le sorti delle grandi testate. Primo fra tutti, è il caso del New York Times, che ha appena varato la versione “Extra” della propria homepage dove spiccano, udite udite, numerosi link a fonti esterne. Innovazione (facoltativa, in beta) non da poco, considerando che il sito rimanda ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate varie (Huffington Post, Politico, Drudge Report, etc.). Per chi volesse poi ulteriori approfondimenti, si può saltare al volo su Blogrunner, news aggregator che fornisce la tecnologia per il tutto e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. Certo non si tratta di un’idea nuova o particolarmene rivoluzionaria. Ma rimane una sperimentazione importante, un segnale di cambiamento per l’intera industria, tradizionalmente tesa a spremere valore aggiunto solo dai propi asset e restia ad aprirsi a collaborazioni o rivali d’ogni tipo. Eppure, nel segnalare la cosa, l’ autorevole Tech Crunch sembra tutt’altro che colpito, sia per quel che definisce eccessivo confusione della home page (i link aggiuntivi compaiono in verde, all’interno di finestrelle scorrevoli) sia perché altri siti come Digg o Techmeme (diretto concorrente di Blogrunner) farebbero un lavoro migliore a filtrare e personalzzare le news che ciascuno vuol visualizzare. Sarà, ma intanto i commenti al post appaiono ben più diversificati e non pochi dicono di apprezzare l’iniziativa.Ancor più positivo si dimostra lo staff di Publish 2.0, che non a caso persegue il concetto e la pratica del “link journalism” sia con il sempre più diffuso ricorso ai citizen media sia tramite analoghi esperimenti di news aggregation. Mentre il blog del Center for Citizen Media riporta le altre spinte oltre i confini dei media tradizionali” in corso al New York Times online, da pezzi investigativi al giornalismo conversazionale. In ognic aso, importante è sottolineare questo buon passo verso il ruolo di infomediari, cosa che i giornali avrebbero dovuto, e potuto, sperimentare già anni addietro. Ma forse non è così tardi – pur se per i giganti editoriali (in USA e altrove) non è certo facile innovare con rapidità nell’ambito della nuova comunicazione in
rete.
In tal senso colpisce nel segno un fresco intervento del professor Jay Rosen, il quale ribadisce superato (pur se tuttora inevitabile e strisciante in certi ambienti) il conflitto blogger contro giornalisti e suggerisce piuttosto l’integrazione a vari livelli – nel caso qualcuno ancora non l’avesse ben compreso. “Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione” – si legge su PressThink. E conclude con ottime riflessioni sull’etica professionale dei blogger, elemento spesso messo in discussione dagli old media e tuttavia cruciale per garantire quest’integrazione proficua tra mondo tradizionale ed elettronico. “I blogger corretti
seguono l’etica dei link, correggono spesso e al volo i post, non si atteggiano a neutrali ma praticano la trasparenza, non sono distanti e di solito amano conversare, oltre al proprio sito rimandano ad altri come esplicito riferimento (tipicamente nel blogroll), quando beccano qualcosa d’interessante non lo mollano, ma lo seguono al massimo”.
Ecco allora che se la crisi della stampa, in USA come in Italia, è innegabile, il futuro all’orizzonte pare essere la confluenza di questi esperimenti e pratiche in corso da entrambe le parti. Riusciranno i vari soggetti coinvolti a non demordere? E ce la faremo noi netizen, parte ben attiva di questo processo, a riconquistare effettivi spazi di partecipazione?





