Prospettive per il giornalismo: condivisione vs esclusivismo
maggio 18, 2009 by Antonio Rossano · 8 Comments
E’ da tempo che, come migliaia di operatori della comunicazione, editori, giornalisti e internauti più o meno competenti, ci interroghiamo sulle prospettive del giornalismo in rete e della sua integrazione con i nuovi media e, ancor di più, con l’ irreversibile trend partecipativo che questi hanno imposto al modo di comunicare e di fare informazione.
Ed anche su questo Social Blog non sono mancate analisi, spunti e pensieri. Che vanno dalle condizioni ambientali attuali e possibili, copyright, pirateria, leggi, neutralità e libertà della rete (Global Online Freedom Act, Copyright & wrongs, Freedom House, Approvato dall Assemblea nazionale francese il disegno di legge contro la pirateria, Accesso, neutralità/ambiguità e società dell’informazione, Legge antipirateria: e adesso si appropriano anche di Internet. ), alle prospettive e proposte (Le Linee Guida per la modernizzazione ed il rilancio dell’ editoria giornalistica e periodica dall’ Assemblea Pubblica FIEG, Out of the box, Chiudono i giornali: internet e informazione, un binomio oramai inscindibile, Giornalismo partecipativo: la nuova frontiera dell’ informazione, Partecipazione e condivisione per difendere l’informazione, davvero, Giornali USA in crisi, ma il futuro è l’integrazione continua) ai dati ed analisi sullo status quo (dati e previsioni sulla pubblicità, De Bortoli ed il suo discorso di insediamento, agli eventi (Giornalismo e media partecipativi, Why media consumers need to be active users, E’ nato citizenmedia.it).
Se dovessimo procedere secondo una modalità scientifica di previsione (cosa che non è mia intenzione fare), non potremmo prescindere da quelli che sono stati i fenomeni che negli ultimi dieci anni hanno caratterizzato questo fenomeno evolutivo. Non potremmo cioè non tenere conto del fatto che la partecipazione e la condivisione, il giornalismo “dal basso”, sono stati fenomeni principali di questa evoluzione. Cosa che invece editori, giornali e giornalisti, si ostinano a fare. Dal presidente della FIEG, Carlo Malinconico all’ imprenditore editore Rupert Murdoch.
Occorre peraltro, per necessità di analisi almeno in una prima fase, scindere la questione in due parti, benchè complementari: la questione “normativa” relativa a partecipazione e condivisione (copyright, pirateria, creative commons, etc…) e la questione fenomenologica relativa alla forma della comunicazione ed alla sua integrazione all’ interno della piattaforma comunicativa globale. Successivamente poi cercherò di “riattaccare” insieme queste due parti.
Dal punto di vista normativo, gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati fondamentalmente dal diffondersi, su scala planetaria dei fenomeni di file sharing, dell’ utilizzo di risorse senza autorizzazione, dalla pratica diffusa della condivisione di qualsiasi contenuto . A prescindere dalla sua proprietà intellettuale. Il fenomeno è stato immediatamente stigmatizzato nelle categorie negative del furto, della violazione , dell’ illegalità, ancor prima di venire analizzato per quello che poteva essere il suo significato epistemologico, ontologico e sociale. Perchè alla base di questa negativa omologazione vi sono gli interessi economici miliardari delle grandi corporation che operano nel settore della produzione, entertainment, editoria, spettacolo. Ma cosa ha invece significato per le persone e le collettività, questo fenomeno?
Prescindendo dagli aspetti devianti dello stesso, (la serializzazione e rivendita illegale di prodotti soggetti a diritto di copyright quali cd musicali, dvd video, etc…) il fenomeno ha avuto due aspetti, per me fondamentali: la scoperta di una nuova possibilità di eguaglianza sociale nell’ accesso alle risorse (che è peraltro l’ elemento di maggiore democrazia che caratterizza la rete internet) e la diffusione di mezzi e prodotti culturali prima riservati ad elites e gruppi ristretti di individui.
Già perchè se da una parte viene reclamato a granvoce, dai editori e produttori, il valore culturale dei loro prodotti, soprattutto quando questi debbono accedere alle risorse collettive (finanziamenti pubblici), gli stessi rifiutano di consentire la “condivisione” di tali risorse culturali, creando, di fatto, una diseguaglianza sociale nell’ acesso a tali risorse. E’ evidente come, un individuo che ha una retribuzione ai limiti della sopravvivenza, non possa consentirsi l’ accesso alle risorse dello spettacolo e della cultura, come libri, teatri, cinema.
Eguaglianza di accesso quindi e sviluppo e crescita culturale.
Entrambi due fenomeni che non appartengono economicamente e culturalmente alla tradizione capitalistica moderna e che anzi ne possono configurare una grave crisi. Come quella economica che stiamo vivendo. Crisi che non è giustificabile solo come un “inceppamento” di un meccanismo, ma come la dimostrazione di un vero e proprio cedimento strutturale, intrinsecamente e geneticamente predeterminato.
La stigmatizzazione normativa assume quindi il profilo di una istanza di potere e di esclusione fondata sulla diseguaglianza. In questi ultimi tempi sono al lavoro centinaia, migliaia di “rappresentanti” del popolo, in tutte le “democrazie avanzate” per trovare una strada per ridefinire limiti e proprietà e quindi, differenze di accesso. Le leggi antipirateria come quella approvata nei giorni scorsi in Francia ( a dispetto di una risoluzione di senso opposto del Parlamento Europeo), consentono ai gestori/provider della rete di “tagliare” la connessione di coloro che violeranno, attraverso il peer to peer od il file sharing, la proprietà intellettuale dei prodotti editoriali e di spettacolo. E questo è un segnale forte del vento di “restaurazione” che soffia sulla rete. Al contrario leaders e organizzazioni politiche rendono disponibile e condivisibile sulla rete l’ insieme dei propri discorsi, le proprie fotografie, i propri video. Tentando, in un flusso contrario a quelle che sono le loro attività legislative, di usare la rete per “condividere” e farsi pubblicità gratuitamente.
L’ altro aspetto che caratterizza il cambiamento della comunicazione ed informazione è la sua natura che, attraverso la rete, è profondamente cambiata. I flussi informativi che procedevano prima in maniera unidirezionale da uno a molti, si sono completamente trasformati, diventando molti a molti, molti a uno e soprattutto cambiando nella direzione: non più verticali, dalla “massa” verso “elites” di specialisti o comunicatori, ma orizzontali, da persona a persona. L’ esigenza di partecipare è un bisogno psicologico e profondo della natura umana che, attraverso la rete, ha preso finalmente forma. Ognuno può raggiungere, in maniera paritetica, qualsiasi altra persona del nostro pianeta, possibilità fino a poco tempo fa, consentita a pochi. Ed i pochi membri delle “elites” siano esse politiche, che economiche che di potere o culturali, debbono confrontarsi con l’ intera collettività, non più solo con direttori di giornali e/o editori e produttori più o meno compiacenti.
Ma di questo aspetto comunicativo l’ elemento importante che attiene la ns società è proprio il bisogno e la possibilità di comunicare che a ciascuno, nella sua unicità o all’ interno di gruppi e collettività, viene riconosciuta.
Ognuno diviene portavoce di se stesso, megafono, marketing manager e produttore. Ognuno deve “interfacciarsi” con il mondo, ma soprattutto ognuno vuole comunicare.
E questo cambiamento è stato avvertito dai media tradizionali, che si stanno adoperando per cercare di mettere le “briglie” a queste necessità, farle fluire attraverso le pagine dei propri siti commerciali, telegiornali, giornali on line. Senza però riconoscere a queste istanze comunicative pari dirtto e possibilità di comunicazione. Il giornale online accetta e filtra commenti, utilizza notizie e informazioni condivise per i propri scopi commerciali (da You Tube a Flickr), ponendo su di essi il proprio logo, il proprio marchio, commettendo paradossalmente quella violazione della proprietà intellettuale da essi tanto stigmatizzata.
Ed ecco che i due aspetti, normativo ed ontologico, si fondono creando una divergenza unica tra gli interessi economici e commerciali da una parte e le necessità e i diritti delle persone dall’ altra.
E allora quale futuro per il giornalismo?
Io non credo ai micropagamenti se non per quelle realtà informative, altamente verticalizzate , che si rivolgono a pubblici limitati di lettori- specialisti-consulenti che, a loro volta, possono rivendere tali informazioni.
E non credo neanche che il problema dei giornali online sia di trasferirli dal “medium” cartaceo a quello elettronico di un “kindle”: lascerei questi aggeggini al mondo degli ebook, non so con quali risultati.
Il valore intrinseco della notizia non sarà più nella sua “esclusività”, sarà dato dalla piattaforma su cui viaggerà. In questo momento quello che rende la crisi dei giornali insostenibile è la sovrapposizione della crisi economica globale che ha di fatto ridotto del 50% le entrate pubblicitarie, a quella strutturale del medium che abbiamo sopra analizzato.
Ma questo non dipende dai giornali, dipende dall’ economia e, prima o poi dovrebbe finire. E’ sulla pubblicità online che si giocherà la sopravvivenza delle testate. La loro capacità di divenire piattaforma: come ha fatto e sta facendo il New York Times, prima (a febbraio di quest’ anno) con le sue Application Programming Interfaces rendendo disponibile gratuitamente tutto il proprio archivio di immagini e notizie dal 1981 ad oggi per applicazioni e siti web , e poi attraverso gli ultimi strumenti di straordinaria similitudine meccanica con i social networks come il Times Wire o aggeggini come il nuovo Reader . Ma c’è chi sostiene che siano comunque strategie per ampliare la base dei lettori e poi portarli ad una qualsiasi forma di pagamento dei contenuti.
Vedremo, resta il fatto che gli introiti pubblicitari attuali del New York Times sono di gran lunga superiori a quelli dei ricavi degli abbonamenti del Wall Street Journal. E d’altra parte ci dovrebbero spiegare come, quei soldi che mancano dalla pubblicità, se c’è la crisi, dovrebbero rientrare dalle tasche dei cittadini, ancor più vuote e prive di risorse.
C’è la sensazione che molti stiano sperimentando o intendano farlo, strade di ritorno al passato, senza avere il coraggio di credere pienamente nel futuro.
Media USA: capitalizzare sull’inaugurazione di Obama? Why not?
gennaio 17, 2009 by Bernardo Parrella · 1 Comment
In vista dell’imminente insiediamento di Barack Obama, le grandi testate Usa preparano un martedì 20 gennaio con i fiocchi. Il Washington Post sembra il più agguerrito. Un’edizione straordinaria sarà pronta in edicola alle 14.30 mentre quella delle 18 avrà quattro pagine in più dedicate all’intervento di Obama. Entrambe vendute a ben due dollari, rispetto ai 75 centesimi delle uscite quotidiane. Ciò grazie a oltre 70 giornalisti in loco a Washington, con le tipografie a tutto gas e un esercito di 500 venditori ambulanti nelle strade cittadine. Il giorno seguente si prevede un’edizione commemorativa, in prenotazione per 9.95 dollari.
Seguono a ruota il New York Times, che prevede una tiratura di 950.000 copie e una rivista interamente dedicata all’inaugurazione; USA Today, con due diversi magazine speciali per il 20 e il 21 gennaio a 4.95 dollari cadauno; il Chicago Tribune con un’edizione pomeridiana e le rotative in azione fino a soddisfare ogni richiesta; e via di seguito, fino ai piccoli quotidiani locali. continua…
Obama is coming on
gennaio 15, 2009 by Antonio Rossano · Leave a Comment
In vista della prossima cerimonia di insediamento di Obama alla Casa Bianca, si diffondono sempre più, sui giornali, blogs e siti web di tutto il mondo le analisi, le retrospettive, le previsioni sul futuro del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Su Politico.com l’ analisi di Charles Mahtesian (15/01) tende ad evidenziare il grande beneficio che Obama può trarre dall’ avere una sostanziale maggioranza democratica in entrambe le assemblee, Camera e Senato , evento che si era verificato in precedenza per un democratico solo all’ epoca di Jimmy Carter. Read more
Obama: comunicazione e media alla base della strategia per fronteggiare la crisi
gennaio 12, 2009 by Antonio Rossano · Leave a Comment
Molto interessante il “Political Memo” di Adam Nagourney e Jim Rutenberg sul New York Times di oggi. I due commentatori politici fanno il punto sulle strategie di Obama nell’ affrontare la crisi economica che, al momento sembra essere l’ obiettivo principale delle scelte del presidente eletto. Impensabile, probabilmente per la strategia comunicativa e gli equilibri tattici e politici del particolare momento di transizione, che egli possa esprimersi efficacemente su altri argomenti. Attenderemo pertanto Obama sulle questioni di politica internazionale, più avanti, a transizione avvenuta.
Molto interessante notare il livello di attenzione che i due giornalisti pongono sulle attività di comunicazione e strategiche, nei confronti dell’ opinione pubblica americana, considerate secondo una logica comunicativa che mi ricorda molto da vicino il pensiero di Marshall McLuhan, per la quale la comunicazione del messaggio è parimenti importante, se non di più, rispetto al contenuto stesso del messaggio. continua…
Giornali USA in crisi, ma il futuro è l’integrazione continua
dicembre 9, 2008 by Bernardo Parrella · 5 Comments
È ormai inarrestabile la crisi della stampa Usa. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15mila licenziamenti tra i giornalisti, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Adesso arriva perfino la dichiarazione di bancarotta (chapter 11) per Tribune Co., mega-gruppo editoriale che annovera fra gli altri testate autorevoli come Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun.

Il palazzo del New York Times
Al contempo il New York Times pensa a ipotecare la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni per far fronte a una parte dei propri debiti. E anche i quotidiani minori non se la passano certo meglio: la catena Mc Clatchy sta cercando acquirenti per il Miami Herald, come anche l’indipendente Rocky Mountains
News.
Una crisi dalle molte cause, prime fra tutte un’economia nazionale ormai ufficialmente in recessione. E dove l’ampia diffusione online di news gratuite c’entra poco o nulla, contrariamente a diffuse insinuazioni del recente passato. Anzi, sfida e potenzialità del digitale vanno rivelandosi come importanti strumenti proprio per risollevare le sorti delle grandi testate. Primo fra tutti, è il caso del New York Times, che ha appena varato la versione “Extra” della propria homepage dove spiccano, udite udite, numerosi link a fonti esterne. Innovazione (facoltativa, in beta) non da poco, considerando che il sito rimanda ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate varie (Huffington Post, Politico, Drudge Report, etc.). Per chi volesse poi ulteriori approfondimenti, si può saltare al volo su Blogrunner, news aggregator che fornisce la tecnologia per il tutto e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. Certo non si tratta di un’idea nuova o particolarmene rivoluzionaria. Ma rimane una sperimentazione importante, un segnale di cambiamento per l’intera industria, tradizionalmente tesa a spremere valore aggiunto solo dai propi asset e restia ad aprirsi a collaborazioni o rivali d’ogni tipo. Eppure, nel segnalare la cosa, l’ autorevole Tech Crunch sembra tutt’altro che colpito, sia per quel che definisce eccessivo confusione della home page (i link aggiuntivi compaiono in verde, all’interno di finestrelle scorrevoli) sia perché altri siti come Digg o Techmeme (diretto concorrente di Blogrunner) farebbero un lavoro migliore a filtrare e personalzzare le news che ciascuno vuol visualizzare. Sarà, ma intanto i commenti al post appaiono ben più diversificati e non pochi dicono di apprezzare l’iniziativa.Ancor più positivo si dimostra lo staff di Publish 2.0, che non a caso persegue il concetto e la pratica del “link journalism” sia con il sempre più diffuso ricorso ai citizen media sia tramite analoghi esperimenti di news aggregation. Mentre il blog del Center for Citizen Media riporta le altre spinte oltre i confini dei media tradizionali” in corso al New York Times online, da pezzi investigativi al giornalismo conversazionale. In ognic aso, importante è sottolineare questo buon passo verso il ruolo di infomediari, cosa che i giornali avrebbero dovuto, e potuto, sperimentare già anni addietro. Ma forse non è così tardi – pur se per i giganti editoriali (in USA e altrove) non è certo facile innovare con rapidità nell’ambito della nuova comunicazione in
rete.
In tal senso colpisce nel segno un fresco intervento del professor Jay Rosen, il quale ribadisce superato (pur se tuttora inevitabile e strisciante in certi ambienti) il conflitto blogger contro giornalisti e suggerisce piuttosto l’integrazione a vari livelli – nel caso qualcuno ancora non l’avesse ben compreso. “Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione” – si legge su PressThink. E conclude con ottime riflessioni sull’etica professionale dei blogger, elemento spesso messo in discussione dagli old media e tuttavia cruciale per garantire quest’integrazione proficua tra mondo tradizionale ed elettronico. “I blogger corretti
seguono l’etica dei link, correggono spesso e al volo i post, non si atteggiano a neutrali ma praticano la trasparenza, non sono distanti e di solito amano conversare, oltre al proprio sito rimandano ad altri come esplicito riferimento (tipicamente nel blogroll), quando beccano qualcosa d’interessante non lo mollano, ma lo seguono al massimo”.
Ecco allora che se la crisi della stampa, in USA come in Italia, è innegabile, il futuro all’orizzonte pare essere la confluenza di questi esperimenti e pratiche in corso da entrambe le parti. Riusciranno i vari soggetti coinvolti a non demordere? E ce la faremo noi netizen, parte ben attiva di questo processo, a riconquistare effettivi spazi di partecipazione?



